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La fortezza di Fenestrelle |
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Scritto da NAPOLITANO
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domenica 13 maggio 2007 |
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CAMPI DI CONCENTRAMENTO
Abbiamo deciso di visitare uno dei Gulag in cui furono relegati i nostri fanti. Abbiamo optato per la fortezza di Fenestrelle, questa Grande Muraglia della Val Chisone, abbarbicata ad un costone del monte Orsiera (m 2893). Essa è composta da un imponente sistema difensivo costituito dal forte S. Carlo, forte Tre Denti, forte Elmo e forte delle Valli, collegati fra loro da una scala coperta di 3996 gradini. Per la sua costruzione occorsero quasi due secoli. Fu iniziata nel 1727 dopo la pace di Utrecht (1713), quando i piemontesi vennero in possesso di quel territorio, precedentemente appartenuto alla Francia. Avremmo potuto fare una visitina anche a S. Maurizio Canavese, San Benigno Canavese, a Lombardore (Quando nel settembre del 1861 il ministro Ricasoli e Bastogi lo visitarono vi erano rinchiusi oltre 3.000 soldati borbonici, tenuti come PRIGIONIERI) (Rivista STORIA RIBELLE, n. 1, 1995), al forte S. Benigno di Genova, dove i prigionieri venivano "Gittati come branchi di bestie", ad Alessandria dove "una parte dei prigionieri fu ... chiusa nella cittadella e cacciata in un quartiere sotto strettissima guardia, che non li lasciava uscire neanco per le necessità. Entro quattro gironi di mura, con passi e contrafossi d'acqua corrente e rivell'ni e mezze lune tutto intorno, vedeansi le sentinelle su per le scale e nè corridoi il dí e la notte..." (La Civiltà Cattolica, Serie IV, Vol. XI, pag. 589), tutte immagini da seconda Guerra Mondiale. Ma, dopo centotrenta e passa anni, avremmo ritrovato ben poco.
FENESTRELLE, FENESTRELLE
Siamo dunque arrivati alla fortezza del deserto dei tartari, in partibus infidelium, in una giornata di pioggia torrenziale che peggio non poteva essere. Le cime dei monti, tutt'intorno, mese di giugno, sono ancora imbiancate di neve. Il mesto pellegrinaggio conduce alla ricerca dell'anima dei nostri padri. Gli scalini che portano in vetta alla fortezza ti mozzano il fiato per la fatica, sono veramente tanti, occorre un allenamento da scalatori. Ci fermiamo ad un terzo della scalata vicino alla Garitta del Diavolo, da cui si può ammirare tutto il panorama della Val Chisone verso Pinerolo da un lato e fino al Sestriere dall'altro. Silenziosi e cupi ascoltiamo la Guida che, con voce monotona, ma chiara, sotto il fragore della pioggia e l'urlo del vento umido comincia a snocciolare notizie su questa Lubianka sabaudo-siberiana all'ennesima potenza, dove l'inverno dura quasi dieci mesi e il vento, la pioggia, la neve e il ghiaccio la fanno da padrone. I nostri occhi frugano le pietre, i muri alla ricerca di antiche tracce, tracce napolitane. Nella fioca luce del giorno tutto è spettrale. Una scritta quasi sull'ingresso "Ognuno vale non in quanto è ma in quanto produce" ci folgora, ci lascia di sasso. Ci ricorda che qui c'era un inferno: novelli Dante nella dolente città infernale, a testa alta come lui entriamo nel luogo degli strazi e del grido di dolore (quello vero, non quello metaforico, falso e propagandistico messo in bocca al Vittorione stragista dal suo primo ministro). Dicono che la scritta fu apposta durante la Il guerra mondiale, ma forse è lí da sempre, fin da quando la fortezza dei tartari assunse il sinistro ruolo di luogo di relegazione e di sterminio. Il brigante corso, Napoleone, esperto oppressore, vi relegò finanche un principe di Santa Romana Chiesa, il cardinale Bartolomeo Pacca, segretario del papa Pio VI, fatto morire in cattività a Valenza nel Delfinato il 29/8/1799.
CALCE VIVA
Ci rendiamo conto, e ce ne danno conferma le parole della Guida, che da qui nessun Conte di Montecristo poté mai evadere: la vita nella fortezza, anche per i piú robusti, non superava i tre mesi. Inoltre, palle di ferro di 16 kg ai piedi tenevano prigionieri i prigionieri; si usciva dalla fortezza, libertà nella morte, solo per essere dissolti in una grande vasca di calce viva. I tedeschi successivamente affinarono la tecnologia: forni crematorii invece dell'ossido di calcio.
Ecco quale fu, orrore!, la tragica sorte, decretata dai mostri savoiardi, di quasi tutti gli ufficiali del Regno delle Due Sicilie deportati (a cui collaborò indefessamente il signor Silvio Spaventa) e di gran parte della nostra Armata, a parte quelli che furono immediatamente fucilati dopo la resa, come accadde a Civitella del Tronto, per mano del rinnegato generale napolitano Mezzacapo, uscito dai ranghi della Nunziatella. L'ascesa delle anime dei nostri poveri soldati verso l'aldilà veniva facilitata dalla "scala verso il cielo " coperta, che dal fortino Carlo Alberto (a 1154 m) come un gigantesco rettile dormiente s'arrampica verso l'alto fino a 1754 metri. Intorno, muraglioni spessi parecchi metri che dovevano resistere ad eventuali assedii. Lí e negli altri campi di concentramento "Le vittime dovettero essere migliaia anche se non vennero registrate da nessuna parte. Morti senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo. Morti di nessuno. Terroni" (Lorenzo del Boca, Maledetti Savoia, ed. PIEMME, 1998, pag. 146). L'orrendo genocidio ci porta a gridare insieme al poeta
"O VENDETTA DI DIO PERCHÉ PUR GIACI ?"
Pochi sono stati, eccetto gli storici borbonici, quelli che hanno parlato dei crimini savoiardi, come ad esempio il giornalista piemontese Del Boca. Il tanto decantato libro del De Cesare, La Fine di un Regno, tace assolutamente. Solo questo fatto deve metterci in guardia circa la sua presunta obiettività. Perciò leviamo riverenti la mente a Del Boca che dedica ben 4 pagine del suo libro ai campi di concentramento sabaudi.
Il maledetto 1860 fu non solo il dramma di una dinastia, ma la tragedia di tutta una nazione.
Il castello di lurido retoricume e becere menzogne sotto cui quel cadavere sanguinolento fu sepolto comincia a sfaldarsi.
RIN
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Frase casuale |
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“Meglio vivere un giorno da leone, che cento anni da pecora” Benito Mussolini |
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