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La fortezza di Fenestrelle PDF Stampa E-mail
Scritto da NAPOLITANO   
domenica 13 maggio 2007
Indice articolo
La fortezza di Fenestrelle
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IL GRANDE SATANA
Chi era il machiavellico e spietato Tigellino, il turpe proconsole che faceva arrestare ufficiali e generali delle Due Sicilie? Un piemontese forse? NO! Era lo scellerato rinnegato cerebroleso Silvio Spaventa di Bomba (Chieti), nominato, con decreto del 17 gennaio 1861 in piena resistenza di Gaeta, ministro di polizia dalla famelica cariatide Carignano, obeso da medaglioni e collaroni alla maresciallo sovietico Jakubovskji (dispaccio n. 2966 di Nigra nel citato carteggio: "La nouvelle administration sera composée probable-ment demain. Poerio s'est chargé de proposer au Pr'nce les noms des nouveaux Conseillers; il a proposé Romano à l'Interieur, Avossa, Justice, Spaventa, Pol'ce, Imbriani, Instruction publ'que...). Su questo maganzese kapò, condannato a morte da un tribunale del Regno, ma graziato da Ferdinando II, riferiamo un giudizio dell'eroico cappellano, reduce da Gaeta, don Giuseppe Buttà CHE LO CONOSCEVA PERSONALMENTE per averlo praticato per parecchio tempo (I Barboni di Napoli, 1877, vol. II, pag. 507): "Io lo conobbi questo superbo pezzente di Bomba ... Si vendicò con perseguitare tanti onesti e valorosi uffiziali, capitolati di Capua e di Gaeta ... Lo Spaventa salí a' primi posti nel nuovo stato del regno d'Italia, sempre maledetto da' suoi stessi amici, se pure mai ne avesse avuti. Oggi, mentre scrivo, trovasi tra i Cesars declassès ma egli, son sicuro, rivenderebbe la patria e l'anima sua a Satana per riavere per un giorno, un'ora, un minuto di quel potere birresco per cui sembra nato".

Sentiamo quel che ne dice La Civiltà Cattolica a pag. 503: "A reggere la cosa pubblica e rifare il Regno fu posto, come si sa, il sig. Silvio Spaventa, del quale si può ben dire che regna e governa; poiché del Principe Luogotenente [cioè il Carignano, N.d.R.] e del Segretario Generale Nigra appena è mai che si senta proferire il nome. Lo Spaventa, che per molte parti è degno successore di Don Liborio Romano, procede con mezzi molto diversi. Don Liborio avea sciolti i galeotti a centinaia e commessa loro la custodia dell'ordine pubblico; e la sicurezza cittadina, guarentita dai Camorristi, trionfava a quel modo che tutti sanno. Lo Spaventa ebbe ribrezzo di tale infamia, diede la caccia ai galeotti liberati ... Ma per farsi perdonare queste severità, procurò di offerire ogni quindicina di giorni, una bella ecatombe di realisti borbonici in sacrifizio della rivoluzione fremente. E gli caddero opportunamente sotto la mano certe denunzie di suoi cagnotti o di traditori, per dargli pretesto a carcerare, come cospiratori, il Duca di Caianiello, monsignor Trotta, e qualche centinaio di uomini dabbene, con riserva di trovare o fabbricare poi le ragioni giuridiche di condannarli.". Vediamo che cosa profferisce del suo avo-zio la pronipote Elena Croce, che certamente doveva sapere qualcosa dei vizi di famiglia: "La caricatura del persecutore di camorristi che assume, sembianze di capo camorrista, elaborata a Napoli durante la Luogotenenza, acquistava automaticamente, coi fatti di settembre, nuovo corso. Si disse che Spaventa, chiamati i suoi sgherri napoletani, aveva dato dal suo ufficio, con un colpo di pistola, il segnale perché la truppa aprisse il fuoco sui dimostranti, ed era restato a guardare freddamente, dietro i vetri, fumando un sigaro". Lo dice ma subito dopo lo nega (Elena Croce: Silvio Spaventa, Adelphi, 1969, a pag. 200). Il conte legittimista de Christen dice "Monsieur Spaventa, ancien chef des camorristi de Naples". Eufemisticamente la pronipote lo dice impopolarissimo (pag. 160). Una caricatura di Camillo Marietti, del 24 gennaio 1865, rappresenta questo "augel notturno, sepolcrale e tristo" con corpo e zampe di rapace e testa con occhi di gufo. Ancora, nel 1863, all'epoca della Legge Pica di famigerata memoria (legge terribile, dai procedimenti sbrigativi e sommari ... strumento di dispotismo arbitrario e furibondo, secondo la Enciclopedia Italiana, voce Brigantaggio) formava al Ministero degli Interni, con Pica e Peruzzi che tale legge avevano ideato e firmato, una trimurti di scellerati delinquenti di Stato (Mmiezo a nui na rètena 'e farabbutte / ca tradevano 'a Patria) (F. Russo: '0 surdato 'e Gaeta). Orbene, costui, chiamato dal padrone piemontese C. Nigra a rapporto epistolare, cosí scriveva da Napoli il 19 febbraio 1861 (in allegato alla lettera del Nigra a Cavour n. 3161 del 22 febbraio 1861):


"Eccellenza, Rispondo al suo pregevole foglio del 13 corrente. Sin dal mese scorso ho mandato al Generale Della Rocca un ufizio, esponendogli le ragioni, per le quali io aveva ordinato l'arresto di alcuni Generali del disciolto Esercito Borbonico. Glielo accludo trascritto, e la prego di trasmetterlo a S.E. il Presidente dei Ministri ed al Ministro della Guerra, perché potrà convincerli che l'arresto di quegli officiali non è stato sotto alcun rispetto illegale, ed era reso indispensabile dalle condizioni eccezionali, in cui versava il paese. Non avrei a dirle altro, se non sentissi il debito di sottoporle che gli officiali arrestati non hanno il diritto d'invocare la speciale protezione del ministro della guerra, e quelle garanzie, onde sono rivestiti i soli militari riconosciuti dal Governo. Ed invero gli ufficiali, quando furono arrestati, erano in questa condizione. Alcuni, ed erano pochissimi, avevano già fatto adesione al governo del Re. Altri o ritornavano dagli Stati Pontificii ovvero forniti di congedo illimitato di Francesco 2i venivan da Gaeta. Né gli uni, né gli altri possono essere considerati come militari, e sotto la dipendenza immediata del Ministro della Guerra. Il grado d'ufficiale e i diritti che ne derivano, non possono esser conferiti che da un brevetto firmato dal Re. L'adesione che alcuni uffiziali avean fatto al nuovo ordine di cose, non dava loro se non la facoltà di chiedere d'essere ammessi nell'Esercito Italiano. Il che si ricava da' Decreti del 28 Novembre e del 9 dicembre 1860 per determinare la posizione dei Signori Uffiziali, impiegati amministrativi, etc. procedenti dallo Esercito regolare dello scaduto governo delle Due Sicilie, i quali giustificassero d'aver fatto regolare, adesione, al nuovo ordine di Cose.


L'adesione, adunque non conferiva loro alcuna qualità. Era necessario che la Commissione istituita disaminasse la loro condotta ed i loro requisito, e desse il suo avviso, il quale quante volte fosse stato favorevole, sarebbe stato sottoposto all'approvazione del Ministro della Guerra ed alla sanzione del Re. Gli altri officiali, che tornavano da Gaeta o da Roma, non possono sotto alcun rispetto essere riguardati neanco essi come militari riconosciuti dal Governo. A prima vista parrebbe che si dovessero considerare come prigionieri di guerra. Questo Dicastero non crede dover fare una minuta discussione su questo proposito. è certo però che il Ministero della Guerra non ha preso verso di loro alcuno di quei provvedimenti che soglionsi verso i prigionieri di guerra adoperare, e quindi ha dimostrato col fatto che egli non riconosceva questo carattere negli officiali reduci da Gaeta e da Roma. Quanto a me, credo che costoro, anziché prigionieri di guerra, possano essere ravvisati come ribelli al Re ed alla Nazione; perocché persistettero a battersi dopo il plebiscito; dopo che il Re alla testa dell'esercito era venuto a prender possesso di questa parte d'Italia, dopo che il governo nazionale era costituito di fatto e di dritto su tutto il territorio di queste Provincie.

Lo stesso Comando della Piazza di questa città non ha ravvisato sotto altro aspetto la condizione di cotesti officiali. Ed in vero, quando questo Dicastero lo richiedeva che provvedesse a' mezzi di sostenerli in carcere, si rifiutava con uficio del 7 Gennaio di questo anno, dichiarando di non poter riconoscere il carattere di ufficiali negli arrestati.

Né dissimile è stato l'avviso del Direttore della Guerra, come appare, da un suo ufficio del 14 detto mese.

Non tralascierò di scrivere al Generale della Rocca, perché avvalori presso il Ministro della Guerra della sua autorità le ragioni che giustificano il provvedimento di rigore contro i generali del disciolto esercito, e che egli medesimo aveva approvato".


Vi sono infamie che non bisogna dimenticare e non stancarsi mai di ricordare come pure non bisogna mai dimenticare l'eroismo di quelli che tentarono l'estrema difesa della Patria con sacrificio della vita contro le carogne piemontesi e garibaldine. Questo furfante matricolato, datosi al nemico con tutta l'anima, vero clone del famigerato Manhès di trucida memoria, con le sue disquisizioni apparentemente logiche e dotte non solo si metteva sotto i piedi il trattato della resa di Gaeta, con cui Francesco II aveva tentato di garantire un minimo di sopravvivenza ai suoi soldati ed ufficiali, ma ne diventava pure l'aguzzino. è questo il motivo per cui pubblichiamo per intero la lettera summenzionata, perché il lettore possa rendersi conto di che briganti (verissimi) si impadronirono del nostro Stato. Ma già in un altro precedente rapporto dei 10 gennaio 1861 al Nigra (lettera n. 2961 del citato carteggio) costui afferma: "... ho deliberato di prendere energici provvedimenti verso alcuni ufficiali del disciolto esercito Borbonico... Era urgente ricorrere a mezzi energici specialmente contro gli Uffiziali Superiori, perché piú pericolosi per la loro influenza sovra l'esercito sciolto che era il nerbo delle reazioni. Ho creduto ordinare di arrestarli ed inviarli in Alta Italia ... Elenco dei Generali e Colonnelli del disciolto Esercito Borbonico arrestati per ordine di questo dicastero, e dei quali alcuni sono già partiti: Sig. Antonio Polizzy, Brigadiere; Sig. Girolamo De Liguori, idem; Sig. Giuseppe Ruggiero, idem, Sig. Gaetano D'Ambrosio, Colonnello; Sig. Nicola Gherardo Piazzini, Colonnello al ritiro; Sig. Generale Bartolo Marra; Sig. Generale Andrea Marra; Sig. Generale Giuseppe Palmieri; Sig. Generale Barbalonga".


GLI ALTRI COMPARI

Allo Spaventa davan man forte il Carignano, il Della Rocca e Farini (dispaccio n. 2967 del 16 gennaio 1861 del citato carteggio): "L'arrestation des Generaux et Officiers a été faite par Farini de concert avec le General Della Rocca; ils sont plus ou moins compromis par correspondances et discours, aujourd'hui je les expédé à Génes. Je désire que de Turin on nous laisse liberté d'action..." nonostante che il ministro della guerra gen. Fanti (n. 3046 ibidem), per evidenti motivi politici, scrivesse a Cavour "... questo Ministero non riconosce a quella Autorità alcuna facoltà per comandare siano arrestati generali e Ufficiali...". Superflua la traduzione, tanto è lampante. Possiamo osservare che gli invasori si esprimono quasi sempre e solo in francese. Che fratelli d'Italia!! Che comunanza di linguaggio! Non aveva torto il nostro popolo a ritenerli stranieri e a chiamarli francesi e a riversare contro di loro tutto l'odio che dal 1799 veniva nutrito per tutto ciò che sapeva di transalpino.

Il 6 giugno 1861 improvvisamente muore il tessitore dell'invasione, il conte dracula Cavour. Qualcuno mormora che sia stato avvelenato da quel brigante di Napoleone III. I banditi si sa si sbranano tra loro per la divisione del bottino. Il sospetto è legittimo perché quel volpone era intenzionato a mettere sul trono di Napoli suo nipote, il figlio di Murat. Al Cavour succede Ricasoli. Le cose non cambiano, il lupo cambia il pelo ma non il vizio, anzi si va sempre piú duri. Sentiamo che cosa riferisce ancora in proposito La Civiltà Cattolica del 21/9/1861 (Serie IV, Vol. XI, pag. 684) in riferimento al mese di agosto: "... Del resto, se Ricasoli non teme dei Generali ed Uffiziali superiori, perché ne fece, per soli sospetti, arrestare in Napoli oltre a TRENTA i quali furono condotti a Genova sopra un vapore e colà impediti dal ritornare nel Regno?" La notte dell'8 agosto 1861 ci fu una retata ancora piú nutrita: " ... furono arrestati un centinaio di personaggi, contro i quali il dispotismo piemontese sarebbe assai impacciato se fosse costretto a produrre un tenuissimo indizio di prova che macchinassero qualche cosa colpevole; ma che, per la legge dei sospetti, furono trattati come rei d'alto tradimento. Quattro Marescialli, due Generali, sette Brigadieri, due Colonnelli, due Luogotenenti generali, un Maggiore, tre Capitani, un Luogotenente, ed altri uffiziali in numero di 35, di recente assaliti nelle loro case, suggetti ad una perquisizione effettuata nei modi piú brutali, poi condotti al forte del Carmine, e il giorno appresso, in mezzo a file di soldati, come si userebbe con ribaldaglia da galera, scortati al porto, cacciati sopra un bastimento con qualche centinaio di soldati sbandati caduti in mano a' piemontesi, e spediti a Genova... tra i quali son da notare il Fergola, i due Afan de Rivera, il Sigrist, il cui delitto evidentemente consiste nella fedeltà e nel valore con cui difesero i diritti del loro Re Francesco ... In questo frattempo cinque altre grosse terre del Regno venivano barbaramente messe a fuoco e sangue, poi diroccate e distrutte dal furore piemontese ... Montefalcione, San Marco e Rignano sono anch'essi un mucchio di rovine fumanti e sanguinose, che gridano vendetta" (La Civiltà Cattolica, vol. XI, serie IV, 1861, pag. 617). Qualche pagina dopo (pag. 690) il periodico precisa ulteriormente i fatti: i piemontesi carcerarono nella città di Napoli piú di QUINDICIMILA persone; condussero per forza a Genova, in una sola volta, piú di TRENTA Uffiziali superiori dell'esercito napoletano; esiliarono o costrinsero colle vessazioni poliziesche ad esulare presso che l'intera aristocrazia; il popolo è dato in balía ai fuoriusciti di mezza Europa, che sotto il nome di garibaldini, armati di pugnali e di stili, convennero colà, sotto la protezione dei Don Liborii e dei Cialdini, come gli sparvieri alla preda. L'Europa sa ancora che nella fedelissima città di Napoli vi sono certi cannoni sui forti, certi cannoni sulla piazza Reale, certi cannoni che infilano Toledo, certi cannoni in tutti i siti, certi battaglioni sempre armati, certe pattuglie sempre in giro, certi stili sempre affilati, certa sbirraglia sempre in moto, certi argomenti in somma di unità italiana e di concordia fraterna che, se li avesse usati il Re Francesco II, mai non sarebbero entrati in Napoli né Garibaldi né Vittorio Emanuele...... E a pag. 726: "... i due carnefici dell'Italia Settaria, il Cialdini e il Pinelli, stanno mostrando nel Regno di Napoli l'effetto della Massoneria ai popoli conquistati. LE MIGLIAIA DI TRUCIDATI col grido sulle labbra di "Viva Dio e Francesco Il nostro Re", e le CENERI di MONTEFALCIONE, di CASALDUNI, di AULETTA e di PONTELANDOLFO, attestano quali s'eno le dolcezze che questi cavalieri della libertà ritengono in serbo..."

Gli hitleriani non giunsero a tanti eccidii nella Polonia conquistata.

Che calvario infinito, che campo di concentramento, che cimitero sconfinato per la nostra gente il periodo dal 1860 al 1868. Se i sindaci del Sud conoscessero almeno la centesima parte dei fatti che stiamo narrando, se serbassero in cuore un minimo di dignità e di orgoglio napolitano, se mente e sentimento fossero per la propria gente, provvederebbero patriotticamente a purgare le loro città dai nomi di quelle carogne assassine. Essi, i piemontesi, rifiutarono per ben due volte, perché avevano in mente la preda, di dar luogo ad una confederazione tra Napoli e Torino nel comune interesse dell'Italia, confederazione che sia Ferdinando Il che il figlio patrocinarono nel 1848 e nel 1860. Ecco le parole di Ferdinando II: "Noi consideriamo com'esistente di fatto la Lega Italiana, dacché l'universale consenso dè Principi e dè popoli della Penisola ce la fa riguardare come già conchiusa, essendo prossimo a riunirsi in Roma il Congresso che Noi fummo i primi a proporre; e siamo per essere i primi a mandarvi i Rappresentanti di questa parte della gran famiglia italiana". Ma Carlo Alberto rispose che non era tempo di trattare o di conchiudere Leghe, allo stesso modo che successivamente farà il Camillone.

Come fu diversa l'unità a cui pervennero i Tedeschi! Nel 1870, dopo la sconfitta di Napoleone III a Sédan ad opera del Bismarck, tutta la miriade di staterelli compresi tra il Reno e l'Elba si uní spontaneamente intorno alla Prussia, dando luogo al federale Il Reich. Da allora la Germania ebbe un'ascesa culturale ed economica tale che le disfatte di due guerre mondiali non hanno minimamente intaccato. Che cosa è avvenuto da noi quando il magnifico verbo dell'unità e del liberal progresso si disvelò? " ... nun nce sta manco cchiú nu mandarino! / Nun nce sta manco cch'ú na schiocca 'e rosa, / manco 'e ffronne nce stanno, int' 'o ciardino! ... Tutto è distrutto! E tuttuquante 'o ssanno..." (F. Russo: '0 ciardino abbandonato).

Abbiamo cioè subíto stragi e rapine infinite, perso l'indipendenza, la moneta, le buone leggi filtrate da ben ottocento anni di ininterrotta unità statale, la nostra bandiera, ma soprattutto l'orgoglio napolitano che ci faceva decidere del nostro destíno: a tutto ciò fa da buon peso una emigrazione oceanica: le conseguenze nefaste sono sotto gli occhi di tutti.


 

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