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La fortezza di Fenestrelle PDF Stampa E-mail
Scritto da NAPOLITANO   
domenica 13 maggio 2007
Indice articolo
La fortezza di Fenestrelle
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I FEDELISSIMI
Eppure, agli sforzi assassini che il bandito Cialdini compiva contro Gaeta, la Guarnigione della Cittadella rispondeva impavidamente, sotto l'uragano delle bombe, con un ri-giuramento di fedeltà alla Patria duosiciliana e al Re Francesco Il. Leggiamolo assieme.

"Sire.
In mezzo al deplorevoli avvenimenti, di cui la tristezza dè tempi ci rese spettatori dolenti e indignati, noi sottoscritti ufficiali della guarnigione di Gaeta, uniti in una ferma volontà, veniamo a rinnovare l'omaggio della nostra fedeltà dinanzi al vostro trono, reso piú venerabile e piú splendido dall'infortunio. Cingendoci la spada, noi giurammo che la bandiera affidataci da V.M. sarebbe da noi difesa anche a prezzo di tutto il nostro sangue. Ed è a questo giuramento che noi vogliamo rimanere fedeli qualunque sieno le privazioni, le sofferenze e i pericoli ai quali ci chiama la voce dè nostri capi; noi sacrificheremo con gioia le nostre fortune, la nostra vita e qualunque altro bene per il trionfo e pei bisogni della causa comune. Gelosi custodi di quell'onor militare che solo distingue il soldato dal bandito, noi vogliamo mostrare a V.M. ed all'Europa intera che, se molti dè nostri, col tradimento e colla viltà, hanno bruttato il nome dell'Armata Napoletana, fu pur grande il numero di coloro che si sforzano di trasmetterlo puro e senza macchia alla posterità. Che il nostro destino sia presto deciso, o che un lungo periodo di sofferenze e di lotte ci attenda ancora, noi affronteremo la nostra sorte con docilità e senza paura, colla calma fiera e dignitosa che si conviene ai soldati, noi andremo incontro alla gioia del trionfo o alla morte dei prodi, innalzando l'antico nostro grido di "Viva il Re ".

Il generale Tito Battaglini, nel suo libro "Il crollo militare del Regno delle Due Sicilie", vol. 2, pag. 63, riferisce circa i prigionieri: a Gaeta "la forza capitolata fu di 920 ufficiali con 25 generali, avendo altri tre seguito il Re a Roma, e di 10. 600 uomini di truppa, fra i quali 800 ammalati e feriti". Durante l'assedio, sempre secondo il citato generale, "le perdite, borboniche furono di 1079 uomini... fra cui 17 ufficiali... per tifo decedettero 9 ufficiali e 307 soldati". La costruzione dell'ITALIA UNA E INDIVISIBILE marciava su un oceano di cadaveri napolitani e di distruzioni infinite: i mali di oggi sono figli di quelli di ieri. Ma era solo l'inizio. Il popolo delle Due Sicilie avrebbe conosciuto ben altri orrori, ben altre distruzioni, per mano dei "fratelli liberatori" discesi dal nord, degni emuli dei loro barbari antenati del V e VI secolo.

Ecco come lo stesso criminale di guerra Cialdini scrisse al suo degno compare il Generale Fanti il 18 febbraio 1861: "I danni alla piazza eccedono le nostre previsioni. Alcune zone ricordano Sebastopoli. Due o tre giorni di fuoco intenso, come era nella mia intenzione di fare, avrebbe letteralmente distrutto Gaeta". Ma Francesco II, che i parricidi unitaristi "o chiammavano scemo e Lasagnone" (ma annascunneva 'o core e nu lione) (F. Russo, '0 surdato 'e Gaeta, XII), aveva capito che la resistenza a Gaeta aveva i minuti contati e, quale Capo Supremo della fortezza e dell'esercito, essendosi raggiunto lo scopo politico della resistenza all'aggressione, prese la decisione suprema di trattare la resa per non far trucidare ormai inutilmente tutti i suoi soldati sotto le fraterne bombe del Camillone e compari ("Primma 'e nce fa trattà peggio d' 'e cane, / pr'mma 'e nce fa murí mm'ezo 'e turmiente, / isso dicette: No! Basta! Fernimmo! Sarraggio Rre, ma ve so' patre, appr'mmo!) (F. Russo: '0 surdato 'e Gaeta, XXIX). Ma le forze che, con fedeltà ed eroico furore, si erano battute sul Volturno, questa Waterloo delle Due Sicilie, ascendevano ad oltre quarantamila uomini. Di questi circa dodicimila non potendo trovar rifugio nella fortezza erano stati inviati in territorio pontificio con la segreta speranza che i francesi che presidiavano "amichevolmente" quello Stato non impedissero il ritorno nel Regno dalla parte degli Abruzzi per dar inizio alla resistenza. Ma i transalpini erano alleati dei piemontesi per via della cessione del Nizzardo e della Savoia avvenuta tra la fine del 1859 e il 1860, per la quale cessione i piemontesi agognavano a un compenso. Perciò i francogalli erano nemici non tanto occulti delle Due Sicilie insieme agli inglesi nemici dichiarati (... L'Inghilterra apertamente, e la Francia sottomano, ci eccitano a finirla. Non si dia pensiero della diplomazia. Rimanga a Gaeta o se ne vada il Re [Francesco II], noi dobbiamo senz'esitare andare a Napoli) (lettera n. 1097 di Cavour a Fanti il 2 ottobre 1860, in Carteggio di Cavour, vol. III, pag. 11). Ma i Francesi li fecero prigionieri e senza tanti complimenti li spedirono in regalo ai piemontesi.


DEPORTAZIONE DEI PRIGIONIERI
A Capua, da parte del Generale Enrico Morozzo Della Rocca, erano stati fatti altri 11.500 prigionieri, altri 2.600 dal Garibaldone in due tornate sul Volturno. Siamo perciò ai quarantamila di cui il generale Fanti parla al suo astuto padrone nel dispaccio n. 2545 datato Napoli 19 novembre 1860, riportato a pag. 347 del terzo volume della citata corrispondenza di Cavour: "Se V.E. non noleggia dei vapori all'estero e subito pel trasporto, è impossibile uscire da questo labirinto ... ve ne vogliono ... altri pei 40mila prigionieri di guerra". Costui ritorna sull'argomento nella successiva lettera n. 2580 del 25 novembre: " ... Mi pare che nella grande urgenza di molti trasporti sarebbe necessario noleggiarne e contrattarne in Genova od altrove pel trasporto a Genova da Civitavecchia o Terracina dei prigionieri di guerra Napolitani che rendono i Francesi...". Tali lettere affermano due cose: che i prigionieri devono essere deportati al nord e, implicitamente, che la flotta napolitana, regalata al nemico dai parricidi traditori e fusa con quella piemontese (Decret fusion marine Napolitaine et Sarde émané ...) (dispaccio di Cavour n. 2583 del 25 novembre 1860 al Vittorione), non ha equipaggi, perché i marinai hanno disertato in blocco per raggiungere il loro legittimo Re a Gaeta. A tali prigionieri bisognerà poi aggiungere i capitolati delle fortezze della Sicilia ultime a cadere: Augusta, Milazzo, Siracusa e Messina (solo in quest'ultima 152 ufficiali e 4138 fra graduati e soldati; - v. C. Cesari L'assedio di Gaeta, pag. 172). Si arriva cosí alla cifra di cinquantaseimila prigionieri citati da quel degno figlio di Caronte, il generale Cialdini, nella polemica lettera del 21 aprile 1861 diretta al Garibaldone, pubblicata sulla Gazzetta di Torino: "... Generale, voi compiste una grande e meravigliosa impresa coi vostri volontari. Avete ragione di menarne vanto, ma avete torto di esagerarne i veri risultati. Voi eravate sul Volturno in pessime condizioni quando noi arrivammo. Capua, Gaeta, Messina e Civitella, non caddero per opera vostra, e CINQUANTASEIMILA borbonici furono battuti, dispersi e fatti prigionieri da noi, non da voi ... Nel vostro legittimo orgoglio, non dimenticate, o generale. che l'armata e la flotta nostra vi ebbero qualche parte, distruggendo molto piú della metà dell'esercito napoletano, e prendendo le quattro fortezze dello stato ...

Le Armate di Terra e di Mare delle Due Sicilie ammontavano infatti a oltre centomila uomini, che bisognava calzare, equipaggiare, dotare di armi leggere, pesanti, di navi, etc ... La perdita di tali commesse, assegnate dal 1860 in poi solo ai nordisti, ha fatto precipitare nel nulla la nostra industria che da allora non conta nemmeno come il due di briscola. In qualunque Stato l'industria della armi, per quanto eticamente abominevole, rappresenta fin dall'epoca degli Ittiti il fulcro di qualunque ricerca industriale e di supremazia in tutti i campi. Nella nostra Patria, venuto a mancare tale volàno, era inevitabile che si cadesse nel sottosviluppo economico e culturale con conseguente oceanica emigrazione.


DEPORTAZIONE DEI GENERALI

Nella caduta di Gaeta erano stati fatti prigionieri 25 generali: Tenenti generali: Casella, Ritucci, Salzano, Sigrist, Milon; Marescialli: Schelembri, Afan de Rivera, Tabacchi; Brigadieri: Melendez, Marulli, Polizzy, Antonelli, Bertolini, Sanchez de Luna, Micci, D'Orgemont, Pelosi, Lovera, Muti, Albanese, Palumbo, De Dominicis, Paterna, Tedeschi e Vecchione. Già prima della resa di Gaeta si incomincia ad arrestare generali precedentemente capitolati. La notizia vien data dal generale piemontese Della Rocca in un telegramma del 2 gennaio 1861 al suo criminal superiore Cialdini: "Sono stati arrestati cinque generali borbonici" (colonnello Cesare Cesari: L'assedio di Gaeta, pag. 115). Il 18 febbraio 1861, cioè appena cinque giorni dopo la caduta di Gaeta, il generale piemontese Fanti, capo di Stato maggiore generale nonché ministro della guerra, scriveva a Cialdini: "Approvo che V.E. abbia mandato i prigionieri di Guerra nelle isole". Era l'inizio delle deportazioni: isole, Livorno, Genova, Savona, poi a piedi per i campi di concentramento piemontesi di Alessandria, S. Maurizio Canavese, S. Benigno Canavese, Lombardore, S. Benigno di Genova, Fenestrelle e anche di Milano. Ma già prima della resa di Gaeta era pure cominciato il calvario dei nostri soldati prigionieri: " ... tra le parecchie migliaia di prigionieri, tramutati nell'Italia superiore, benché tentati colla fame, col freddo in clima per essi rigidissimo, e, con ogni genere, di privazioni, appena i tre o quattro sopra cento si piegarono ad arrolarsi nelle milizie di un altro Re, e quasi tutti, all'invito, non fecero altra risposta, che questa molto laconica: Il nostro Re sta a Gaeta" (La Civiltà Cattolica, serie IV., vol. IX pag. 304, 25 gennaio 1861) e a pag. 306 "i poveri fantaccini regnicoli che nella Cittadella di Milano [l'odierno Castello Sforzesco, trasformato da fortezza militare in monumento civile verso il 1898, N.d.R.], in questi rigori di verno, vestiti alla leggera come se fossero di state a Mergellina, vivono di due once di riso" e a pag. 367: "Per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra, già trasportati in Piemonte e Lombardia, si ebbe ricorso ad uno spediente crudele e disumano, che fa fremere. Quei meschinelli, appena coperti da cenci di tela, e rifiniti di fame perché tenuti a mezza razione con cattivo pane e acqua e una sozza broda, furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e d'altri luoghi posti nei piú aspri luoghi delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima sí caldo e dolce, come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimar di fame e di stento fra le ghiacciaie! E ciò perché fedeli al loro Giuramento militare ed al legittimo Re! Simili infamie gridano vendetta da Dio, e tosto o tardi l'otterranno". Il corrispondente ritorna, con parole ancora piú drammatiche, sull'argomento prigionieri nel vol. XI, serie IV, 14 settembre 1861, pag. 752: ... i Torinesi avevano corso un altro pericolo, di venire, cioè conquistati dai Napoletani e di vedere la bandiera di Francesco II sventolare sulla torre di palazzo Madama. In Italia ... esiste proprio la tratta dei Napoletani. Si arrestano da Cialdini soldati napoletani in gran quantità, si stipano nè bastimenti peggio che non si farebbe degli animali, e poi si mandano in Genova. Trovandomi testé in quella città ho dovuto assistere ad uno di què spettacoli che lacerano l'anima. Ho visto giungere bastimenti carichi di quegli infelici, laceri, affamati, piangenti; e sbarcati vennero distesi sulla pubblica strada come cosa da mercato. Spettacolo doloroso che si rinnova ogni giorno in Via Assarotti dove è un deposito di questi sventurati. Alcune centinaia ne furono mandati e chiusi nelle carceri di Fenestrelle, equi la malesuada fames et turpis egestas li indusse a cospirare; e se non si riusciva in tempo a sventare la congiura, essi 'mpadronivansi del forte di Fenestrelle, e poi unendosi con migliaia di altri napoletani incorporati nell'esercito, piombavano su Torino. Un OTTOMILA di questi antichi soldati Napoletani vennero concentrati nel campo di S. Maurizio, ma il governo li considera come nemici, e, dice l'Opinione, che "a tutela della sicurezza pubblica sia dei dintorni, sia del campo, furono inviati a S. Maurizio due battaglioni di fanteria". Ma si sa che inoltre vi stanno a Guardia qualche batteria di cannoni, alcuni squadroni di cavalleria, e, piú battaglioni di bersaglieri, tanto ne hanno paura! E cotestoro, cosí guardati e malmenati, pensate con che valore vorranno poi combattere pel Piemonte! Eccovi in che modo si fa l'Italia!". Intanto si va a caccia, con forsennata tenacia, di ufficiali Napolitani: "la polizia ... per mettersi al sicuro che, in caso di una sedizione popolare mancassero i capi militari atti a governarla ... arrestò di botto sei Generali dell'esercito napolitano... spacciando di averli scoperti complici d'una tremenda congiura; ed inoltre intimò a moltissimi ufficiali ... che dovessero costituirsi prigionieri in varie castella ... ecco le centinaia d'innocenti oppressi e stretti in duro carcere".


 

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