|
|
|
La fortezza di Fenestrelle |
|
|
|
|
Scritto da NAPOLITANO
|
|
domenica 13 maggio 2007 |
|
Pagina 1 di 4 (dal Periodico DueSicilie 11/1998)
Quando il comitato di redazione di Nazione Napoletana - Edizione Nord - decise di fare questo inserto, le indicazioni per RIN, l'autore di questo pezzo, furono quelle di fare una ricerca sulla Fortezza delle Fenestrelle, dove vennero rinchiusi i prigionieri Napolitani nel 1860. In realtà ne è venuto fuori qualcosa di diverso e, piú che delle Fenestrelle, l'inserto parla delle terribili sofferenze che sono state inferte ai nostri soldati dall'aggressore piemontese.
A questo punto avrei dovuto cambiare il titolo, poiché solo verso la fine, e solo con una breve descrizione, si parla delle Fenestrelle, che fu, come leggerete, la "soluzione finale" per tanti nostri sventurati soldati. Ho voluto, tuttavia, lasciare intatto questo titolo perché Fenestrelle è al di là della sua storia. Fenestrelle identifica, infatti, i Savoia e i Piemontesi. La fortezza è cioè una "costruzione simbolo di popolo": come lo è il Colosseo per i Romani, il Maschio Angioino per i Napolitani, la statua della libertà per gli Americani, cosí come i tanti monumenti in ogni città del mondo. Fenestrelle è un simbolo vergognoso, e identifica in modo esemplare quali sono stati i valori dei Savoia e dei Piemontesi, ma la costruzione è citata in un depliant turistico dalla Regione Piemonte come luogo da visitare, perché incarna lo "spirito europeo" (sic).
Noi della redazione conosciamo benissimo le capacità dell'autore: paziente e instancabile ricercatore, puntiglioso nel trovare le prove delle vicende e, seppure appassionato patriota, equilibrato nei giudizi. Proprio per questo le notizie che sono venute fuori hanno suscitato in tutti noi un vero e proprio sgomento, indignazione e una profonda rabbia. Certo, dopo 138 anni da quegli avvenimenti, può far sembrare incredibile provare ancora questi sentimenti, ma vi accorgerete, leggendo, che queste sono le sensazioni che, frase dopo frase, montano dentro la mente di ogni lettore, anche non di parte.
Antonio Pagano
EUROPA : LA MADRE DI TUTTE LE STRAGI
Quando si accenna a sterminii di guerra, l'immaginario collettivo fa prontamente riferimento ai campi di concentramento nazisti di Auschwitz, Buchenwald, Mauthausen ed altri che la televisione e i film hanno reso tristemente familiari. Un po' meno familiari sono gli sterminii compiuti dai sovietici contro le nazionalità dell'Europa orientale e dai Giapponesi contro il popolo cinese e i popoli del sud-est asiatico.
In Europa, alla fine della II Guerra Mondiale, che causò una mattanza infinita, dopo parecchi anni di silenzio, ma soprattutto perché il padre Stalin tolse l'incomodo della sua presenza da questo mondo, a poco a poco cominciarono ad emergere, dagli archivi dei servizi segreti, i fatti agghiaccianti delle fosse di Katyn in cui i sovietici fecero macello dell'ufficialità polacca deportata dopo la spartizione della Polonia con la Germania nazista. Le foto dell'orribile massacro, migliaia di scheletri, oltre diecimila, riportati alla luce, fecero in un baleno il giro del mondo, il mostro, esaltato per parecchi lustri, cioè da quelli che non avevano degustato il paradiso sovietico, il mostro, dicevo, divino modello di protettore dei popoli contro l'imperialismo americano ed occidentale, era stato finalmente smascherato. Accortamente gli oppositori ideologici del sistema sovietico se ne servirono polemicamente per lunghi anni, ma oggi purtroppo quasi nessuno dei giovani sa di quell'infame genocidio e, forse, neppure gli anziani lo ricordano piú, tempestati come sono, in questo secolo cosí breve, da notizie sempre piú atroci.
STRAGI NELLE DUE SICILIE
Eppure il massacro di Katyn, finalizzato all'eliminazione di qualunque opposizione all'imperialismo sovietico, non era, sul piano storico, una novità nel panorama dei crimini di guerra. Senza far mente a Napoleone, che in fatto di sterminii fu un campione ineguagliato per oltre un secolo, basti al riguardo citare solo le stragi perpetrate dai suoi generali nella invasione delle Due Sicilie nel 1799 che però non piegarono il nostro popolo, come con lealtà ammise uno di essi, il Thièbault (i Napoletani ci insegnarono a temerli come uomini... Sebbene siano stati battuti dappertutto e, senza contare le perdite che subirono durante i combattimenti, piú di sessantamila di essi siano stati passati a fil di spada, sulle macerie delle loro città o sulle ceneri delle loro capanne, NON LI ABBIAMO MAI LASCIATI VINTI) [altro che tremila morti di cui parla Colletta, N.d.R.] sappiamo delle terribili stragi etniche nel nostro Sud dal 1860 in poi, tipo quelle di Scurcola Marsicana, Pizzoli, Isernia, Pontelandolfo, Casalduni, Montefalcione e tante altre, documentate sia da storici delle Due Sicilie che da memorie militari di alcuni criminali generali invasori protagonisti degli eccidii, per i quali, anche se post mortem, prima o poi dovrà essere istruito un Tribunale di Norimberga: "Le SS del1860 e degli anni successivi si chiamarono, per gli abitanti dell'ex Reame, piemontesi, afferma con sacrosanta ragione Alianello in "La Conquista del Sud" (Rusconi, 1994, pag. 261) e inoltre (a pag. 257): "Morti a cataste. torme di schiavi ai lavori forzati, schiere di esuli, senza casa e senza pane, senza onore, si vanno aggirando per le strade d'Italia, d'un'altra Italia. ostile. beffarda, dovunque accolte dal sospetto che è anche terrore e ripugnanza persino. Il destino del Sud è ormai fissato per cento anni almeno" grazie anche a tutti gli scellerati collaborazionisti, tantissimi, di casa nostra.
Antonio Ciano, nel suo libro ""I Savoia e il massacro del Sud", parla di un milione di morti "acc'si", cifra non inverosimile dal momento che il corpo di occupazione piemontese, "che disponeva ormai di tutta la forza d'Italia" (Francesco II), compresa la guardia nazionale di trista memoria, assommava nel 1865, anno del massimo sforzo contro la resistenza meridionale, a mezzo milione di uomini, cioè A TANTI QUANTI GLI AMERICANI NELLA GUERRA DEL VIETNAM. "Se si traesse il novero dei fucilati, dei morti nelle zuffe, dè carcerati dal Piemonte, per soggiogare il Regno di Napoli, senza fallo si troverebbe assai maggiore di quello dei voti del plebiscito, strappati con la punta del pugnale e colle minacce del moschetto..." riferisce La Civiltà Cattolica (Serie IV, Vol. XI, 1861, pag. 618). Come dire che i morti, nel 1861 mese di agosto, superavano già di gran lunga il milione trecentomila. Infatti i risultati del cosiddetto plebiscito, truccati ed estorti con i moschetti alla gola, risultarono essere: 1.302.064 Sí contro 10.312 No. La menzogna di tali numeri è scolpita, per chi avesse ancora qualche dubbio in proposito, nella lettera da Napoli a Ruggero Bonghi n. 3298 datata 20 marzo 1861 del Carteggio di Cavour, La Liberazione (!!!) del Mezzogiorno, vol. IV pag. 398, Zanichelli: " ... Ieri è stato il giorno piú solenne per dimostrare lo scontento di tutto il popolo. Il 14 fu la festa del Re ', non lumi, non feste, non un evviva :..il 18, proclamazione del Regno d'Italia, silenzio di morte..."
SOLUZIONE FINALE PER L'ARMATA DEL SUD
Poco o per nulla invece si è parlato dello STERMINIO DELL'ARMATA DELLE DUE SICILIE. Eppure, documenti che accennano a luoghi e cifre dei deportati "desaparesidos" nei campi di concentramento sabaudi (regolarmente dimenticati dagli "storici" prezzolati di regime) esistono e come! per esempio, la seguente lettera di Cavour a Farini, luogotenente a Napoli, datata 21 novembre 1860, n. 2551 del citato Carteggio, vol. III: "Carissimo amico. Io vi prego a nome pure dei miei colleghi a rifletterci ancora sopra prima di spedire qui tutte le truppe napoletane che il Papa e i Francesi ci restituiscono (si tratta di 12.000 soldati fatti prigionieri a Terracina, là inviati dal Re Francesco II perché tornassero nel Regno dalla parte degli Abruzzi, N.d.R.). è, a parer mio, atto impolitico sotto tutti gli aspetti. Il trattare tanta parte del popolo da prigionieri non è mezzo di conciliare al nuovo regime le popolazioni del Regno. Il pensare di trasformarli in soldati dell'esercito nazionale è impossibile e inopportuno. Pochissimi consentono ad entrare volontariamente nel nostro esercito, il costringerli a farlo sarà dannoso anziché utile almeno per ciò che riflette gran parte di essi. Ho pregato Lamarmora di visitare lui stesso i prigionieri che sono a Milano. Lo fece con quella cura che reca nell'adempimento di tutti i suoi doveri. Poscia mi scrisse dichiarandomi che il vecchio soldato napoletano era canaglia di cui era impossibile trarre partito; che corromperebbe i nostri soldati se si mettesse in mezzo a loro. Credo che bisogna fare una scelta, mandare a casa tutti quelli che hanno piú di due anni di servizio, dichiarando loro che al menomo disordine sarebbero richiamati sotto le armi e mandati a battaglioni di rigore. Tenere sotto le armi quelli che non hanno compiti due anni di servizio e quelli fonderli nei reggimenti, costringendoli a servire per amore o per forza. Vi prego di comunicare queste idee a Fanti, invitandolo a nome del Consiglio a soprassedere almeno per qualche tempo dallo spedire a Genova quegli ospiti incomodi... Vi mando la lettera di Lamarmora sui prigionieri Napoletani... ". Vediamo quale era la lettera che questo generalone aveva inviato al suo Hitler in sedicesimo il 18 novembre 1860 (non si meraviglino i lettori per tale accostamento: Hitler invase la Francia attraverso il Belgio e l'Olanda, il conte dracula il Regno attraverso lo Stato pontificio): "... Non ti devo lasciar ignorare che i prigionieri Napoletani dimostrano un pessimo spirito. Su 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli che acconsenton a prendere servizio. Sono tutti coperti di rogna e di vermina, moltissimi affetti da mal d'occhi... e quel che è piú dimostrano avversione a prendere da noi servizio. Jeri a taluni che con arroganza pretendevano aver il diritto di andar a casa perché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco secondo, gli rinfacciai che per il loro Re erano scappati, e ora per la Patria comune, e per il Re eletto si rifiutavan a servire, che erano un branco di carogne che avressimo trovato modo di metterli alla ragione. Non so per verità che cosa si potrà fare di questa canaglia, e per carità non si pensi a levare da questi Reggimenti altre Compagnie surrogandole con questa feccia. I giovani forse potremo utilizzarli, ma i vecchi, e son molti, bisogna disfarsene al piú presto".
Le condizioni igieniche erano spaventose, ma non per questo il soldato napolitano perdeva orgoglio e maestà. Da questa lettera emerge a tutto tondo il volto della vera canaglia, lui, il Lamarmora, il codardo che finché era al sicuro macellava a Gaeta il nostro esercito con i cannoni rigati francesi e i fucili inglesi, sostenuto dalle massime potenze mondiali di allora che erano venute a dichiararci una guerra altrettanto mondiale, ma che, nel 1866, a Custoza, nonostante che le sue forze fossero quattro volte superiori a quelle di Alberto d'Austria, fuggiva piú veloce di un coniglio in compagnia di tutti quegli altri scellerati come Cialdini, il boia numero uno, che si erano distinti nel crocifiggere prima i nostri fanti sul Volturno, a Gaeta, a Civitella e a Messina e poi il nostro popolo indifeso che gli si opponeva con le falci, coi forconi e con le pietre: tanti presi, tanti fucilati, questo era il motto di quegli assassini. Ma nonostante le fucilazioni a catena elargite con sadica disinvoltura dal barbaro aggressore, una fierissima resistenza antiunitaria dilagava in tutto il Sud. Resistenza che purtroppo solo sporadicamente era capeggiata da ufficiali fedeli alla Patria napolitana. La cosa fu messa in risalto dal Vice Ammiraglio Leopoldo Del Re, Incaricato del Portafoglio degli Affari Esteri del Governo Napolitano in esilio, in data 7 settembre 1861, cioè esattamente un anno dopo l'inizio della resistenza, in risposta al memorandum di Ricasoli: "... Ai numerosi soldati che si battono contro l'invasore non mancano, come invece pretende Ricasoli, capi volontari e non mancherebbero loro neanche i generali napoletani, se i proconsoli piemontesi, temendo ciò, non li avessero arrestati tutti, con pochissime eccezioni e inviati a Genova, ad Alessandria, a Fenestrelle... Questa misura ha colpito generali e ufficiali superiori nonostante gli accordi di Capua, Gaeta e Messina, e che non erano tra quelli che il Piemonte avrebbe potuto decorare con l'ordine di S. Maurizio... "
|
|
|
Frase casuale |
|
“Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui” Ezra Pound |
Sito ottimizzato per
|
|