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De laude novae militiae PDF Stampa E-mail
Scritto da DEFENSOR_FIDEI   
sabato 12 maggio 2007
Indice articolo
De laude novae militiae
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XII – BETFAGE

30. Che dire di Betfage, piccolo villaggio di sacerdoti, che quasi avevo dimenticato, dov’è racchiuso il mistero della confessione e del ministero sacerdotale? Betfage significa infatti “casa della bocca”. Sta scritto: Presso dite è la parola, nella tua bocca e nel tuo cuore (Dt, 30, 14; Rm, 10, 8). Ricordati pertanto di conservare la parola non solo nel la bocca ma anche nel cuore. Certamente la parola opera nel cuore del peccatore una contrizione salutare: la parola detta elimina il pudore dannoso, affinché esso non sia d’ostacolo alla necessaria confessione. Così dice la Scrittura: Vi è un pudore che produce peccato e un pudore che procura gloria (Eccli, IV, 25). Il giusto pudore è vergognarsi di aver peccato o di star peccando e riverire - quand’anche sia assente qualsiasi giudice umano - lo sguardo divino con tanta più vergogna di quello umano quanto più, e a ragione, consideri Dio più vicino a te di qualunque uomo e si sa che Egli viene offeso tanto più gravemente da chi pecca quanto remotissimo è in Lui il peccato. Non v’è dubbio che un pudore di tal fatta mette in fuga il peccato e procura la gloria: esso non permette che il peccato s’insinui, oppure, essendo caduti in peccato, lo punisce con la contrizione, e lo scaccia con la confessione. Purché si possegga quel merito che è la testimonianza della nostra coscienza. Ma se qualcuno ha persino vergogna di confessare la causa stessa della propria vergogna, tale pudore produce peccato e il merito viene meno dalla coscienza, mentre la contrizione si sforza di scaccia re il male dal profondo del cuore: questo pudore inopportuno chiude l’uscio delle labbra e non ne permette l’uscita. Piuttosto converrebbe dire, secondo l’esempio di David: Non impedirò le mie labbra, Signore, tu lo sai (Sal, 39, 10). Il Salmista rimproverando se stesso per code sto pudore stolto e senza ragione, disse: Poiché ho taciuto si consumarono le mie ossa (Sal, 31, 3). Per questo egli desidera che un uscio sia posto attorno alle sue labbra (cfr. Sal, 140, 3) affinché apprenda ad aprire la bocca alla confessione e a tenerla chiusa per discolparsi. Apertamente egli chiede ciò al Signore con la preghiera, sapendo che la confessione e la magnificenza sono opera di Dio (Sal, 110,3). E un gran bene sarà questa duplice confessione, quando saremo capaci di proclamare apertamente e la nostra malizia - logicamente - e parimenti la magnificenza della bontà divina e della divina virtù. Ma tale confessione è un dono di Dio. Infatti David dice: Non sviare il mio cuore in parole malvagie, a cercare scuse per i miei peccati (Sai, 140,4). Per questo è necessario che i sacerdoti, ministri della Parola, siano vigili con sollecitudine ed attenzione su entrambe le cose, cioè ad instillare parole di contrizione nel cuore .dei peccatori, ma stando attenti a non atterrirli affinché esprimano la loro confessione. Aprano il cuore così da non ostruire la bocca, ma non assolvano chi non giudicheranno completamente confessato dalla sua colpa, anche se contrito: dal momento che con il cuore si crede per la giustizia, ma con la bocca si professa la fede per avere salvezza (Rm, 10, 10). Altri menti la confessione viene meno, come quella d’un morto (cfr. Eccl, 17, 26). Pertanto chi ha la parola sulla bocca e non nel cuore, o è colpevole o è vuoto; chi l’ha solo nel cuore o è superbo o vile.


XIII – BETANIA

31. Sebbene stia procedendo molto celermente, non debbo tuttavia passare sotto silenzio Betania, “la casa dell’obbedienza”, villaggio di Maria e di Marta, là dove Lazzaro resuscitò: qui viene raccomandata la riflessione sui due tipi di vita [ attiva e contemplativa] la mirabile clemenza di Dio verso i peccatori, la virtù dell’obbedienza congiunta con quella della penitenza. Basti qui chiarire ciò che né la diligenza nelle buone azioni, né la quiete delle sante contemplazioni, né le lacrime di pentimento potranno essere accette fuori di “Betania” [ cioè se non siano accompagnate dall’obbedienza] da Colui che stimò così grandemente l’obbedienza che, obbediente al Padre fino alla morte volle perdere la vita piuttosto che l’obbedienza. E sono sicuramente queste le ricchezze che la profezia promette secondo la parola di Dio dicendo: Il Signore consolerà Sion, consolerà le sue rovine; renderà delizioso il suo deserto e farà della sua solitudine un giardino del Signore, e in essa si troveranno letizia, gratitudine e voci di laude (Is, 51, 3). Queste delizie del mondo, questo tesoro celeste, questa eredità dei popoli fedeli, sono state dunque consegnate / alla vostra fedeltà, o miei diletti, alla vostra prudenza, al vostro coraggio. Sarete dunque in grado di custodire questi beni celesti a voi affidati con fedeltà e sicurezza se non confiderete mai nella vostra prudenza e nella vostra forza ma solo nell’ aiuto del Signore, sapendo che l’uomo non sarà mai sostenuto dalla propria forza (I Re, 2, 9), e ripetendo quindi col Profeta: Signore, mio sostegno, mio rifugio mio liberatore (Sal, 17, 3). Ed ancora: Custodirò per te la mia forza perché tu, o Dio, sei il mio difensore. Mio Dio, la tua misericordia mi verrà incontro (Sal., 58, 10-1 1). E infine: Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo Nome dà gloria (Sal, 113 A, 1); affinché in ogni opera sia benedetto Colui che addestra le nostre mani alla battaglia, le nostre dita alla guerra (Sal, 143, 1).



 

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