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Scritto da DEFENSOR_FIDEI
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sabato 12 maggio 2007 |
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XI - IL SEPOLCRO
18. Tra tutti i luoghi santi e degni d’amore il Sepolcro ha, in un certo senso, il primo posto. Si prova un non so che di teneramente de voto più dove Egli riposò da morto che dove dimorò da vivo. Il ricordo della sua morte muove a pietà più di quello della sua vita. Penso che ciò avvenga perché la morte sembra più crudele e la vita più dolce e la quiete del sonno lusinga l’umana debolezza più del la fatica del vivere, il quieto stato della morte più che il diritto sentiero della vita. La vita di Cristo mi offre un modello per la vita; ma la sua morte mi offre la redenzione dalla morte. La sua vita mi insegnò a vivere, ma la sua morte distrusse la morte. Laboriosa è stata la sua vita, preziosa la sua morte. Entrambe furono necessarie. Ma a cosa potrebbe giovare la morte del Cristo ad uno che viva empiamente e a che cosa la sua vita ad uno che muoia da dannato? Forse che la morte del Cristo, ancor oggi, serve a liberare dalla morte eterna coloro che fino alla morte hanno vissuto in colpa? E la santità della sua vita ha liberato i Santi Padri vissuti prima della sua venuta? Così sta scritto: Quale dei viventi non vedrà la morte e potrà strappare la sua anima dalle grinfie dell’abisso? (Sal, 88, 49). Erano dunque per noi egualmente necessarie e l’una e l’altra, e la sua vita giusta e la sua morte impavida. Vivendo insegnò a vivere e morendo rese sicuro il morire: è morto per risorgere ed ha fondato la speranza della resurrezione per coloro che muoiono. Ma a ciò Egli aggiunse un terzo beneficio, senza il quale ne anche il resto sarebbe servito: la remissione dei peccati. Difatti, per quanto concerne la vera e suprema beatitudine, cosa avrebbe potuto giovare a chi era tenuto prigioniero anche dal solo peccato originale una vita per quanto retta e di lunga durata? Il peccato ha infatti preceduto la morte e se l’uomo l’avesse evitato non avrebbe assaporato la morte (mortem non gustasset) in eterno.
19. Peccando l’uomo perse la vita e trovò la morte: Dio stesso l’aveva infatti predetto - e rispondeva a giustizia - che se l’uomo avesse peccato sarebbe morto. Cosa avrebbe potuto ricevere di più giusto se non la pena del taglione? Dio infatti è la vita dell’anima, e questa è la vita del corpo. Avendo l’uomo peccato col libero arbitrio, di sua propria volontà ha rinunciato alla vita: che perda dunque, di conseguenza, la possibilità di dare a sua volta la vita, contro la sua propria volontà. Spontaneamente respinse la Vita, ha rifiutato di vivere: sia incapace di darla a chi vuole e quando vuole. L’anima che non ha voluto essere governata da Dio sia impotente a reggere il corpo. Dal momento che non ha ubbidito a chi è sopra di lei, perché dovrebbe comandare a chi è al di sotto di lei? Il Creatore ha trovato ribelle la sua creatura [ l’anima], così pure l’anima trovi ribelle la creatura [ il corpo] a lei asservita. L’uomo ha trasgredito la legge divina: scopra quindi nelle sue membra un’altra legge che si rifiuta di ubbidire alla legge della sua volontà e lo imprigiona nella legge della caduta (cfr. Rm, 7,25). Inoltre il peccato, secondo le Scritture, ci separa da Dio (Is, 59, 2) e quindi così pure la morte ci separi dal corpo. L’anima non può separarsi da Dio se non per mezzo del peccato, il corpo non può separarsi dall’anima se non per mezzo della morte. E forse troppo spietata questa pena che si limita a prescrivere che il suddito subisca lo stesso male che ha commesso contro il suo Creatore? Niente di più consequenziale, indubbiamente, del fatto che, essendo la morte spirituale colpevole e volontaria, abbia causato altresì la morte corporale, punitiva e necessaria.
20. Poiché l’uomo era stato condannato in conformità alla sua duplice natura a questa doppia morte, l’una dello spirito dovuta alla sua volontà e l’altra del corpo come conseguenza della prima, l’Uomo-Dio, per la sua potenza e benevolenza, venne in aiuto all’una e al l’altra con la sua morte, insieme corporale e volontaria, e con quella sua unica morte sconfisse la nostra doppia morte. E a ragione, infatti di quelle nostre due morti una ci fu imputata come risultato della nostra colpa, l’altra come dovuto castigo. Il Cristo accettò il castigo e, pur essendo indenne da colpa, morendo di sua spontanea volontà soltanto nel corpo guadagnò per noi la vita e la remissione. Del resto, se non avesse sofferto nel corpo, non avrebbe prosciolto il nostro debito: se non fosse morto spontaneamente, la sua morte non avrebbe avuto me rito. Ma, se come si è detto, la morte è il risultato meritato per la colpa e la morte è il debito della colpa, dal momento che il Cristo ha rimesso i peccati ed è morto per i peccatori, ormai quanto dovevamo è stato pagato e il debito è sciolto.
21. E poi, come sappiamo che Cristo ha il potere di rimettere i peccati? Senza dubbio perché Egli è Dio e può ciò che vuole. E come sappiamo che Egli è Dio? I miracoli lo provano. Ha compiuto opere che nessun altro potrebbe, per tacere poi l’oracolo dei Profeti e la testimonianza della voce del Padre discesa dall’ alto sudi lui nella magnificenza della gloria dei cieli. Ché se Dio è a nostro favore, chi è contro di noi? E se Dio ci giustifica chi ci condannerà? (Rm, 8, 31 e 8, 33-34). A Lui ed a Lui solo noi confermiamo ogni giorno: Contro te, unicamente, ho peccato (Sal, 50, 6). Chi meglio, anzi, chi altri ha la facoltà di perdonare il peccato fatto contro di lui? O, come nonio potrebbe Egli che può tutto? E, infine, io ho facoltà di perdonare, se voglio, le colpe commesse contro di me: e Dio non potrebbe rimettere quelle fatte contro di lui? Se chiunque ha la facoltà di rimettere i peccati, Egli onnipotente - e solo lo può Egli contro il quale si pecca - beato colui al quale Egli non addosserà colpa. Ecco, abbia mo conosciuto come Cristo, per la potenza della sua divinità, ha la facoltà di condonare le colpe.
22. Quanto alla sua volontà [ di rimettere i peccati] chi mai potrà dubitarne? Infatti chi ha rivestito la nostra carne e subito la nostra stessa morte credi forse che ci negherà la sua giustizia? Egli che volontariamente s’incarnò, che volontariamente patì, che volontariamente fu crocefisso, ci negherà proprio il suo perdono? Se per la sua deità è chiaro che Egli può rimettere i peccati, con la sua umanità dimostra chiaramente che questo è il suo volere. Ma da quali fatti possiamo trarre ancor motivo di credere che Egli scacciò da noi la morte? Dal fatto che Egli la sopportò pur non avendola meritata. Per qual motivo dovrebbe dunque esigere di nuovo da noi ciò che Egli ha già pagato per noi? Colui che concesse il perdono del peccato donandoci la sua giustizia scioglie il debito della morte e riporta alla vita. Uccisa dunque la morte, ritorna la vita. Cancellando il peccato torna la giustizia. La morte è stata dispersa nella morte del Cristo e la sua giustizia ci viene concessa. Ma come ha potuto morire Colui che era Dio? Perché era anche vero uomo. E in che modo la sua morte ha potuto giovare alla morte dell’uomo? Poiché Egli era anche giusto. Dunque, in quanto era uomo poté morire, ma in quanto era giusto non poteva morire affatto. Un peccatore non può certo estinguere con la sua morte il debito di un’altro peccatore, dal momento che la morte di ognuno vale come debito personale: ma Colui che non deve morire per saldare il suo debito, morì forse invano per gli altri? Quanto poi indegnamente muore chi non merita di morire, tanto più giustamente vive colui a favore dei quale è morto.
23. «Ma che giustizia è quella - dirai - ove un innocente abbia a morire per un malvagio?». Non si tratta di giustizia, ma di misericordia. Se giustizia fosse, il Cristo non sarebbe morto senza motivo, ma per pagare il dovuto. Se fosse morto per debito [ nei confronti della Giustizia divina], Egli sarebbe morto sicuramente ma colui per il qua le muore non vivrebbe. Ma pure non trattandosi propriamente di giustizia, tuttavia la sua morte non è contro giustizia. D’altronde non poteva essere giusto nel rigore e misericordioso insieme. «Ma anche se di diritto un giusto possa bastare a dare giustificazione per un peccatore, per quale legge dovrebbe essere sufficiente un giusto per molti peccatori? Secondo giustizia la morte di uno solo dovrebbe essere sufficiente a ridare la vita a uno solo». A ciò risponda ora l’Apostolo: Come infatti per la colpa di uno solo la condanna si è abbattuta su tutto il genere umano: così a causa della giustizia di uno solo è stata resa giustizia per tutti gli uomini. Come infatti per la disubbidienza di uno solo sono stati peccatori molti; così pure per l’ubbidienza di uno solo molti sono resi giusti (Rm, 5, 18-19). Ma perché mai Colui che ha potuto restituire la giustizia a molti non avrebbe potuto restituire loro anche la vita? Per mezzo di un uomo la morte, per mezzo di un Uomo la vita. Come tutti periscono in Adamo, così pure tutti in Cristo hanno la vita (I Cor, 15-2 1). E che? Uno solo peccò e tutti ne pagano il fo e l’innocenza di uno solo verrà ascritta a quel solo? Il peccato di uno solo ha causato la morte di tutti, e la rettitudine di uno solo restituirà la vita a uno solo? La giustizia di Dio vale più a condannare il genere umano, dunque, che a ripristinano nella giustizia? O poté più Adamo nel male che Cristo nel bene? Il peccato di Adamo è stato addebitato anche a me e la giustizia di Cristo invece non mi appartiene? La disubbidienza di quello mi ha perduto e l’obbedienza di Cristo non mi gioverà?
24. «Ma noi tutti abbiamo contratto le colpe del delitto di Adamo - tu dici -poiché in Adamo noi tutti abbiamo peccato: eravamo in lui quand’ egli peccò e dalla sua carne siamo stati generati attraverso la concupiscenza della carne». Tuttavia, noi nasciamo molto più direttamente da Dio secondo lo spirito che da Adamo secondo la carne: quanto meno se crediamo di poter essere annoverati anche noi tra coloro dei quali l’Apostolo dice:Egli ci ha eletti in se stesso - cioè il Padre nel Figlio - prima della costruzione del mondo (Ef, 1, 4) Anche l’Evangelista Giovanni testimonia che siamo nati da Dio, quando dice: Quelli che non sono nati dal sangue né dalla volontà della carne, né dalla volontà dell’uomo, ma da Dio (Gv, 1, 13). Ed ancora scrisse Giovanni nell’Epistola: Chiunque sia nato da Dio non commette peccato (Gv, 3,9), poiché la sua generazione celeste lo conserva. «Ma il desiderio corporeo - si potrebbe obiettare - attesta il legame carnale, e il peccato che sentiamo nella carne chiaramente rivela che discendiamo, secondo il corpo, dalla carne del peccatore». Ma nondimeno viene sentita non dalla carne ma nello spirito (in corde) quella generazione spirituale almeno da quelli che possono affermare con Paolo: Noi possediamo la facoltà di sentire il Cristo (I Cor, 2, 16), nella quale facoltà sentono d’esser giunti tanto addentro da poter dire con tanta sicurezza: Lo spirito stesso rende testimonianza al nostro spirito che noi siamo figli di Dio (Rm, 8, 16). Ed ancora: Noi non abbiamo ricevuto lo spirito di questo mondo ma lo spirito che è da Dio per conoscere ciò che da Dio ci viene elargito (I Cor, 2, 12). Per mezzo dello spirito che proviene da Dio la carità è stata infatti diffusa nei nostri cuori, come attraverso la carne che da Adamo discende la concupiscenza resta annidata nelle nostre membra. E come questa, che discende dal progenitore del corpo, non si separa mai dalla carne in questa vita mortale, così la carità, procedendo dal Padre degli spiriti, non viene mai meno almeno dall’indole dei suoi figli migliori.
25. Se pertanto siamo nati da Dio ed eletti in Cristo, quale giustizia è dunque quella che la nascita umana e terrena abbia a nuocere più di quanto giovi la provenienza divina e celeste; e che la discendenza corporea abbia a sopraffare l’elezione da parte di Dio e che la concupiscenza della carne, limitata nel tempo, abbia a dettar legge al Suo eterno disegno? E perché mai, dunque, se abbiamo avuto la morte a causa d’un solo uomo, non dovremmo avere la vita a maggior ragione per opera di un solo uomo, e per di più, di quell’Uomo [Cristo] Se in Adamo tutti noi troviamo la morte, perché non potremmo esser riportati alla vita dal Cristo con potenza infinitamente superiore? Poiché, dunque: Il dono e il delitto non segnano le medesime vie. Il giudizio provocato dal peccato di un solo uomo ha portato alla condanna, mentre la grazia concessa dopo tanti peccati ci ha giustificati (Rm, 5, 16). Cristo ha potuto rimettere i peccati essendo Dio ed essendo uomo ha potuto morire e morendo prosciogliere il debito della nostra morte poiché Egli è giusto, ed Egli solo bastò per la giustizia e La vita di tutti, come da uno solo era derivata all’umanità la morte e il peccato.
26. Ma la Provvidenza dispose anche che il Cristo si degnasse di vivere alcun tempo uomo tra gli uomini avendo un poco differita la sua morte, per rivolgere gli animi al desiderio dei beni invisibili, con paro le di verità spesso ripetute, per sostenere la fede con opere degne d’ammirazione, per istruire con una vita vissuta secondo giustizia. E così l’Uomo-Dio, avendo vissuto al cospetto degli uomini nella sobrietà, nella rettitudine, nel sentimento del dovere, avendo parlato secondo verità, operato miracoli, patito essendo innocente, cosa avrebbe ormai potuto mancare alla nostra salvezza? Si aggiunga la grazia della remissione dei peccati, che Egli gratuitamente ci ha rimesso, e l’opera della nostra salvezza è completa. Non è da temere che la potestà o la volontà di condonare i peccati venga meno a Dio avendo Egli sofferto, e sofferto tanto grandi dolori per i peccatori perché noi, com’è giusto, ci dimostriamo solleciti ad imitarne gli esempi e a venerarne i miracoli. Viviamo dunque confidenti nella sua dottrina e grati per le Sue sofferenze.
27. Dunque, ogni aspetto di Cristo ci fu giovevole, tutto fu salutare, tutto necessario. E la fragilità umana non giovò meno della sua maestà: poiché se comandando con la potenza della sua divinità tolse il giogo del peccato, morendo con la fragilità dell’umana natura ha abbattuto i diritti della morte. Per cui l’Apostolo dice a ragione: Quello che è debole in Dio è la cosa più forte per gli uomini (I Cor, 1, 25). Ma pure quella sua follia per la quale gli piacque salvare il mondo, confutando la sapienza del mondo, confondendo i sapienti poiché pur essendo Cristo della stessa natura di Dio, Dio in Dio, s ‘abbassò fino a prendere la natura del servitore (Fil, 2, 6-7); poiché potente si fece bisognoso per amor nostro, da grande piccolo, da sommo umile, da forte bisognoso; poiché ebbe fame, sete, si stancò con le marce e sopportò tutte le altre sofferenze per volontà sua, non per necessità, la sua follia, dunque, non fu per noi la via della sapienza, il modello della giustizia, l’esempio della santità? Per questo l’Apostolo dice: Quel che in Dio è stoltezza, per gli uomini è sapienza somma (I Cor, 1, 25). La sua morte liberò quindi dalla morte; la vita dall’errore; la grazia dal peccato. La sua morte ha vinto grazie alla sua giustizia, poiché Egli, Giusto, pagando ciò che non aveva preso, recuperò di diritto ciò che aveva perduto. La sua vita raggiunse lo scopo (adimplevit) grazie alla sua sapienza, e resta per noi modello di vita e specchio di comportamento. Inoltre la sua grazia ci ha rimesso i peccati in virtù di quel potere per cui Egli realizza ogni suo desiderio. La morte di Cristo è, dunque, la morte della mia stessa morte: poiché Egli morì perché io vivessi. E come potrebbe non vivere colui a favore del quale la vita stessa ha accettato di morire? O chi temerà sotto la guida della Sapienza di errare nell’adempimento delle leggi o nella conoscenza? O da chi sarà ritenuto colpevole colui che la Giustizia ha assolto? Egli stesso si proclama vita nel Vangelo dicendo: Io sono la vita (Gv, 4,6). E le altre due cose sono testimoniate dall’Apostolo che afferma: Egli è stato fatto per noi Giustizia e Sapienza di Dio Padre (I Cor, 1, 30).
28. Ma se la legge dello spirito di vita in Gesù Cristo ci ha liberato dalla legge del peccato e della morte (Rm, 8, 2), perché dunque continuiamo a morire e non siamo stati immediatamente rivestiti d’immortalità? Perché si compia la verità di Dio. Infatti, poiché Dio ama la misericordia e la verità (Sai, 83, 12), è necessario - come Egli ha stabilito - che l’uomo muoia; ma è altresì necessario che risorga da morte, affinché Dio non dimentichi la misericordia. Dunque la morte, anche se non dominerà in eterno, tuttavia rimane - sebbene temporaneamente - presso di noi d’accordo con la verità di Dio, come il peccato, pur non dominando completamente nel nostro corpo mortale, tuttavia non è del tutto venuto meno in noi. Per questo Paolo, mentre gioisce da una parte per essere stato liberato dalla legge del peccato e della morte, dall’altra si lamenta di essere ancora oppresso in qualche modo da entrambe le leggi, sia quando esclama miserevolmente contro il peccato: Trovo una legge differente nelle mie membra (Rm, 7, 23), sia dunque schiacciato dalla legge della morte geme aspettando la redenzione del suo corpo.
29. Tali considerazioni, o altre di questo genere, vengono suggerite al sentimento cristiano dalla meditazione sul Santo Sepolcro, secondo la ricchezza interiore di ciascuno nel percepire tali sentimenti; penso comunque che una grande dolcezza di devozione venga in- stillata dal contatto diretto in chi è capace di penetrare nel senso del luogo santo, e che non sia di poca utilità guardare, sia pure con gli occhi del corpo, il luogo del riposo del Signore. Esso, per quanto ormai vuoto delle Sacre Membra, tuttavia è pieno dei nostri più lieti misteri. No stri, certamente, nostri, se solo con ardore e fermezza crediamo in quello che l’Apostolo dice: Noi siamo stati sepolti con il battesimo, nella morte, affinché come il Cristo è resuscitato da morte per la gloriosa potenza del Padre così anche noi camminiamo in una nuova vita (Rm, 6, 43). Infatti se fummo innestati a Lui in una morte simile alla sua, ugualmente saremo in una resurrezione simile alla sua. Quant’è soave per i pellegrini, dopo la grande fatica del lungo viaggio, dopo i numerosi pericoli in terra e nel mare, riposare infine lì dove sanno che ha riposato il loro Signore! Credo che per la grande gioia essi non avvertano più nemmeno la fatica del viaggio né si curino delle spese affrontate; ma come se avessero conseguito il premio del travaglio e la ricompensa del cammino, secondo la sentenza della Scrittura: Si riempirono di intenso giubilo avendo trovato il Sepolcro (Gb, 3,22). Non è difatti per un caso imprevisto, né per un’effimera considerazione del favore popolare che il Sepolcro raggiunse un nome tanto celebre, poi ché Isaia aveva predetto di esso tanto palesemente e così tanto tempo addietro: E vi sarà in quei tempi la radice di Jesse, eretta come insegna dei popoli, ad essa le genti si volgeranno e il suo sepolcro sarà glorioso. (Is, 11, 10). Ecco dunque perfettamente adempiuto ciò che abbiamo letto nei Profeti: cosa nuova per chi osserva ma vecchia per chi legge. Così dalla novità proviene gioia e dall’antichità [ dalla tradizione profetica] discende autorevolezza. E sul Sepolcro basti quanto si è detto.
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Frase casuale |
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“Il peccato è ben più che una semplice violazione della legge: è un oltragio all'amore” Fulton Sheen |
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