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De laude novae militiae PDF Stampa E-mail
Scritto da DEFENSOR_FIDEI   
sabato 12 maggio 2007
Indice articolo
De laude novae militiae
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IV - COME VIVONO I CAVALIERI DEL TEMPIO

7. Ma ora, per dare un esempio e per confondere i nostri cavalieri secolari, che certamente non militano per Dio ma peri! diavolo, trattiamo brevemente dei costumi e della vita dei cavalieri di Cristo: come essi si comportano in guerra e in pace, affinché appaia chiaramente quanto differiscano tra loro la cavalleria di Dio e la cavalleria del secolo. Innanzitutto certamente non manca la disciplina, né l’obbedienza vie ne mai disprezzata: poiché, secondo la testimonianza della Scrittura, Il figlio disobbediente perirà (Eccl, XXII, 3) e Opporsi alla disciplina è peccato pari all’esercizio della magia, e non voler obbedire è peccato quasi come l’idolatria (I Re, 15, 23). Ad un cenno del superiore si viene e si va si veste di ciò che egli donò; né si attende da altre fonti il nutrimento e il vestito. Nel vitto e nell’atteggiamento ci si astiene da ogni cosa superflua, si provvede alla pura necessità. Si vive in comune, con un genere di vita sobrio e lieto senza spose e figli. E affinché la perfezione evangelica sia completamente realizzata, essi abitano in una stessa casa, con un stessa regola di vita e senza possedere niente di proprio solleciti di conservare l’unità dello spirito nel vincolo della pace (Ef, 4, 3). Diresti che tutta questa gente abbia un cuore solo ed un’anima sola: a tal punto ognuno si sforza di seguire non la propria volontà ma quella di chi comanda. Non siedono mai oziosi, né gironzolano curiosi; ma quando non sono occupati in guerra (cosa che succede davvero di rado), per non mangiare il pane ad ufo riparano le armi e le vesti danneggiate, o rinnovano quelle vecchie, o mettono in ordine ciò che è in disordine, ed infine la volontà del maestro e la comune necessità dispongono il da farsi Tra di essi nessuna preferenza: il rispetto è dato al migliore, non al più nobile di natali. Fanno a gara nell’onorarsi a vicenda (Rm, 12, 10); e vicendevolmente portano il loro fardello, per compiere così la legge di Cristo (Gal, 6, 2). Mai una parola insolente, un’azione inutile, una risata sguaiata, una mormorazione per quanto leggera e fatta sottovoce, quando vengono colte in fallo restano impunite. Detestano il gioco degli scacchi e dei dadi; la caccia è tenuta in spregio, né si rallegrano della cattura di uccelli per diporto cosa molto in voga [altrove]. Sdegnano ed aborriscono i mimi, i fattucchieri, i cantastorie, le canzoni scurrili, gli spettacoli dei giocolieri, e così pure le vanità e le follie contrarie alla verità. Tagliano corti i capelli sapendo che, come dice l’apostolo, è vergognoso per un uomo curarsi la chioma (I Cor, 11,4). Non si acconciano mai, si lavano dirado, ma sono piuttosto irsuti per la capigliatura negletta, bruttati di polvere, abbronzati dal l’armatura e dal forte calore.
8. Quando giunge l’ora della battaglia, essi si armano di dentro con la fede e di fuori col ferro e non con l’oro, affinché i nemici abbia no terrore di loro e non invidia, essi sono armati, cioè, e non ornati Vogliono cavalli forti e veloci e non ricoperti da sgargianti gualdrappe e finimenti di lusso: essi si preoccupano infatti della battaglia e non dello sfarzo, della vittoria, non della gloria, e badano d’esser piuttosto causa di terrore che d’ammirazione. Pertanto non turbolenti ed impetuosi, senza precipitarsi con leggerezza, si ordinano ponderatamente e con ogni cautela e prudenza si dispongono in assetto di guerra, così come è stato scritto dai nostri padri, come veri figli del [nuovo] Israele pieni di pace s’avanzano per la battaglia (cfr. TI Mac, 15, 20). Ma al momento dello scontro, e allora soltanto, smessa la dolcezza di prima, come dicessero: Non devo forse odiare chi Ti odia, o Signore, e detestare i Tuoi avversari? (Sal, 138,21) fanno impeto contro i propri avversari, reputano i propri nemici branchi di pecore e mai, pur essendo pochissimi, temono la crudele barbarie e la schiacciante moltitudine. Essi hanno infatti appreso a non confidare nelle proprie forze, ma ad attendere la vittoria dal volere del Dio degli eserciti, al quale, secondo quanto è scritto nel Libro dei Maccabei, pensano sia molto agevole mettere molti nelle mani di pochi; e che per il Dio dei cieli non fa differenza salvare i molti o i pochi, poiché la vittoria non sta nel numero dei combattenti, ma nella forza che vien dall’alto (I Mc, 3, 18-19). E di ciò hanno fatto molto spesso esperienza, così che generalmente uno solo ne incalza quasi mille e due ne hanno messi in fuga diecimila (cfr. Sal 90). Così dunque per una singolare ed ammirabile combinazione sono, a vedersi, più miti degli agnelli e più feroci dei leoni, a tal punto che dubito se sia meglio chiamarli monaci o piuttosto cavalieri. Ma, forse, potrei chiamarli più esattamente in entrambi i modi, poiché ad essi non manca né la dolcezza del monaco né la fermezza del cavaliere. E di questa qualità cosa si potrebbe dire se non che è opera di Dio, ed è degna di ammirazione ai nostri occhi (Ct, 3,7-8)? Dio stesso ha scelto per sé tali uomini ed ha raccolto dai confini estremi del mon do questi Suoi ministri [ ministri della Sua giustizia] tra i più valorosi d’Israele, per custodire con fèdeltà e vigilmente il letto del vero Salomone - cioè il Santo Sepolcro - tutti armati di spada ed esperti quant’altri mai nell’arte della guerra (Sal, 117, 23).



V - IL TEMPIO

9. Il tempio di Gerusalemme, nel quale hanno comune dimora, è una costruzione senza dubbio più modesta dell’antico e di gran lunga più famoso tempio di Salomone, ma non gli è inferiore in gloria. Mentre lo splendore di quello consisteva in cose corruttibili d’oro e d’argento (I Pt, 1, 18), nella squadratura delle pietre, nella varietà dei legni, tutto il decoro di questo, al contrario, e l’ornamento che fa gradita la sua bellezza è la devota religiosità dei suoi abitanti ed il loro disciplinatissimo genere di vita. Il primo tempio s’imponeva all’ammirazione per la varietà dei colori; il secondo è degno di venerazione per le svariate virtù e le sante azioni. La santità conviene infatti alla casa di Dio, poiché Egli si compiace non tanto dei marmi lucidati a specchio, quanto dei costumi morigerati ed ama le menti pure più che le pareti dorate (cfr. Sal, 92, 5). Tuttavia l’aspetto di questo tempio è anch’esso ornato, ma di armi, non di gemme. Ed invece delle antiche corone d’oro, le pareti sono ricoperte di scudi appesi tutt’intorno; e invece dei candelieri, de gli incensieri, dei vasi, la dimora è provvista d’ogni parte di freni, di selle, di lance. Queste cose dimostrano apertamente che i cavalieri fervono per la casa di Dio del medesimo zelo del quale una volta violentissimamente infiammato il Condottiero stesso dei cavalieri (militum dux) avendo armato la sua mano santissima non di spada ma di un flagello fatto di funicelle, entrò nel tempio e ne scacciò i mercanti, sparse il denaro dei cambiavalute e rovesciò i banchi dei venditori di colombe, giudicando cosa oltremodo indegna che una casa di orazione fosse macchiata da mercanti di tal fatta (cfr. Mt, 20, 12-13; Gv, 2, 14-16). Pertanto, trascinata dall’esempio del suo Re, questa armata consacrata, giudicando a ragione di gran lunga più indegno che i luoghi santi siano infestati dagli infedeli invece d’essere contaminati dai mercanti, vivono nella casa santa con armi e cavalli; e così, avendo rigettato da essa e da tutti i luoghi santi ogni sozza e tirannica rabbia de gli infedeli, ci si intrattengono notte e giorno in occupazioni tanto utili quanto oneste. Essi onorano a gara il tempio di Dio con assiduo e sincero ossequio, immolando in esso con devozione perenne, non carni ovine secondo l’antico rito, ma vittime pacifiche: l’affetto fraterno e l’ubbidienza fedele, la povertà volontaria.

10. Questi fatti avvengono in Gerusalemme, ed il mondo intero ne è scosso. Le isole stanno in ascolto; i popoli lontani osservano e da Oriente ad Occidente ribollono come un torrente di gloria universale che straripa, e come l’impeto di un fiume che allieta la città di Dio (cfr. Is, 49, 1). Ma ciò che appare più bello ed offre più vantaggi è che, in quella folla tanto numerosa che confluisce a Gerusalemme, pochi sono Certamente coloro che non siano stati scellerati ed empi, ladri e sacrileghi, omicidi, spergiuri, adulteri E, come dalla loro partenza scaturisce un doppio beneficio, essa produce una duplice gioia: dal momento che essi danno tanta gioia alloro prossimo quando se ne vanno, quanta ne danno a coloro in soccorso dei quali si dirigono. Essi sono infatti ben accolti in entrambi i casi, non solo difendendo questi [ i cristiani pellegrini a Gerusalemme] ma anche cessando di opprimere quelli [ i loro conterranei]. Così si rallegra l’Egitto per la loro partenza, come pure si allieta il monte Sion di averli come protettori ed esultano le figlie di Giuda (Sal, 47, 12). Il primo si rallegra di esser stato liberato da loro, il secondo di esser liberato per opera loro. Quello di buon grado perde i suoi crudelissimi devastatori; questo con gioia ha accolto i suoi fedelissimi difensori, e mentre questa nazione viene con gran gioia consolata, quello intanto viene abbandonato con uguale grande vantaggio. Così Cristo sa vendicarsi dei suoi nemici, non solo trionfando sudi essi, ma essendo anche solito spesso trionfare per mezzo di essi con tanta più gloria quanto maggiore è la potenza. È cosa lieta, a ragione, ed utile: che ora cominci a rendere suoi difensori quelli che sopportò a lungo come suoi persecutori, e Colui che trasformò un tempo Saulo persecutore in Paolo predicatore faccia del suo nemico un suo cavaliere (cfr. At, IX). Pertanto io non mi meraviglio affatto se quella corte celeste, secondo la testimonianza del Salvatore, esulta più per un peccatore pentito che per molti giusti che non hanno bisogno di penitenza (Lc, 15, 7): poiché la conversione di un malvagio e di un peccatore senza dubbio giova a tanti quanti erano quelli cui egli aveva nuociuto.

11. Salve, dunque, o Città Santa, che l’Altissimo in persona ha consacrato per sé come suo tabernacolo, in modo che in te e per te venissero salvate tante generazioni (cfr. Ap, 22, 19). Salve, Città del gran Re, dalla quale mai vennero meno fin dall’inizio ed in quasi tutti i tempi miracoli sempre nuovi e lieti per il genere umano. Salve, signora delle genti, guida delle nazioni, retaggio dei Patriarchi, madre dei Profeti e degli Apostoli, Iniziatrice della Fede, gloria del popolo cristiano, tu cui Dio sempre, fin dal principio, permise che fossi combattuta affinché potessi essere occasione di valore e di salvezza per i forti. Salve o Terra Promessa, che un tempo facevi scorrere latte e miele solo per i tuoi figli ed ora fai scorrere i farmaci della salvezza per tutto il mondo, il nutrimento di vita, O Terra, dico, buona ed eccellente, tu che hai ricevuto nel tuo fecondissimo seno i! grano celeste dall’arca del cuore del Padre ed hai prodotto, da questa celeste semenza, tanto grande messe di martiri, e nondimeno tu, fertile gleba, hai prodotto frutto dal la stirpe dei fedeli moltiplicandolo trenta, sessanta e cento volte sopra ogni contrada. Lietissimamente saziati e abbondantemente nutriti dalla tua sconfinata dolcezza, coloro che ti hanno conosciuto diffondono ovunque il ricordo della tua soavità inesauribile e narrano a coloro che non ti hanno conosciuto la magnificenza della tua gloria fino agli estremi limiti del mondo. Essi raccontano le meraviglie che in te si compiono. Si dicono dite cose stupende, o Città di Dio! (Sai, 86, 3). Ebbene, anche noi diremo del tuo nome brevi parole di lode e gloria a proposito delle delizie delle quali sei colma fino a straripare.



 

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