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De laude novae militiae PDF Stampa E-mail
Scritto da DEFENSOR_FIDEI   
sabato 12 maggio 2007
Indice articolo
De laude novae militiae
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II – DELLA CAVALLERIA SECOLARE

3. Qual è dunque il fine ed i vantaggi di quella cavalleria secolare che io non chiamo “milizia” ma “malizia” dal momento che l’uccisore pecca mortalmente e chi muore perisce per l’eternità? Infatti, per usare le parole dell’Apostolo: chi ara deve arare nella speranza e chi batte il grano nella speranza di coglierne i frutti (I Cor, 9, 10). Pertanto, cos’è, cavalieri questo errore tanto sbalorditivo, questa follia tanto insopportabile: compiere la vostra milizia con tante spese e fatiche senza nessun altra ricompensa se non la morte ed il crimine? Bardate di seta i cavalli, e sopra le vostre armature indossate non so quali bande di stoffa ondeggianti; dipingete le lance e gli scudi e le selle; abbellite con oro, argento e gemme i morsi e gli speroni E con tanto sfarzo, con un furore vergognoso e una stupidità che vi impedisce la vergogna vi precipitate alla morte. Ma sono questi ornamenti militari o piuttosto abbigliamenti da donne? Credete forse che la spada del nemico rispetterà l’oro, risparmierà le gemme e non sarà in grado di trapassare la seta? Ed infine tre sono le qualità principalmente necessarie al combattente - cosa che voi stessi molto spesso e concretamente avete sperimentato - cioè che il cavaliere sia risoluto, abile e circospetto per la propria salvezza, libero da impedimenti per poter correre e pronto a colpire. Voi, al contrario, lasciate crescere con uso femmineo la chioma a molestia degli occhi, impacciate i passi con camicie lunghe e fluenti, seppellite le mani tenere e delicate in maniche ampie e svolazzanti. Ma, al di sopra di tutto ciò, vi è - cosa che maggiormente atterrisce la coscienza d’un uomo d’armi - la causa leggera e frivola per la quale intraprendete la vita di cavalleria tanto pericolosa. Tra voi null’altro provoca le guerre se non un irragionevole atto di collera, desiderio d’una gloria vana, bramosia di qualche bene terreno. E certamente per tali motivi non è senza pericolo uccidere o morire.


III – DEI CAVALIERI DI CRISTO


4. I Cavalieri di Cristo, al contrario, combattono sicuri la guerra del loro Signore, non temendo in alcun modo né peccato per l’uccisione dei nemici né pericolo se cadono in combattimento. La morte per Cristo, infatti, sia che venga subita sia che venga data, non ha nulla di peccaminoso ed è degna di altissima gloria. Infatti nel primo caso si guadagna [ vittoria] per Cristo, nel secondo si guadagna il Cristo stesso. Egli accetta certamente di buon grado la morte del nemico come castigo, ma ancor più volentieri offre se stesso al combattente come conforto. Affermo dunque che il Cavaliere di Cristo con sicurezza dà la morte ma con sicurezza ancora maggiore cade. Morendo vince per se stesso, dando la morte vince per Cristo. Non è infatti senza ragione che porta la spada: è ministro di Dio per la punizione dei malvagi e la lode dei giusti. (Rm, 13,4; I Pt, 2, 14). Quando uccide un malfattore giustamente non viene considerato un omicida, ma, oserei dire, un «malicida» e vendicatore da parte di Cristo nei confronti di coloro che operano il male, difensore del popolo cristiano E quando invece viene ucciso si sa che non perisce ma perviene [ al suo scopo]”. La morte che infligge è una vittoria di Cristo; quella che riceve è a proprio vantaggio. Dalla morte dell’infedele il cristiano trae gloria poiché il Cristo viene glorificato: nella morte del cristiano si manifesta la generosità del suo Re che chiama a sé il suo cavaliere per donargli la ricompensa. Pertanto sul nemico ucciso il giusto si rallegrerà vedendo la vendetta (Sai, 57, 11). Ma sul cavaliere ucciso si dirà: - Il giusto guadagna ad essere tale? Sì, perché Dio gli rende giustizia sulla terra. (Sal, 57, 12). Certo non si dovrebbero uccidere neppure gli infedeli se in qualche altro modo si potesse impedire la loro eccessiva molestia e l’oppressione dei fedeli. Ma nella situazione attuale è meglio che essi vengano uccisi, piuttosto che lasciare senza scampo la verga dei peccatori sospesa sulla sorte dei giusti e affinché i giusti non spingano le loro azioni fino alla iniquità.

5. E che, dunque, se ferire di spada fosse dei tutto illecito per il Cristiano, perché dunque l’araldo del Salvatore avrebbe prescritto ai soldati di essere contenti dei loro stipendi (Lc, 3, 14) e non avrebbe piuttosto interdetto loro l’uso di ogni arma? Se invece è permesso a tutti - e ciò risponde a verità - o almeno a quelli ordinati espressamente per volere divino all’esercizio delle armi, è che non hanno fatto voto di maggior perfezione da chi, io chiedo, dovrebbe esser tenuta la nostra città di Sion, città della nostra fortezza, se non dal braccio e dal valore dei cristiani, per protezione nostra e di tutti? Così che, avendone scacciati i trasgressori della legge divina, con sicurezza vi entrino i giusti, custodi della verità. Siano dunque disperse senza timore le nazioni che vogliono la guerra (Sal, 67, 31); siano estirpati coloro che ci minacciano, e siano scacciati dalla città del Signore tutti i malfattori che tentano di portar via da Gerusalemme le inestimabili ricchezze del popolo cristiano ivi riposte, che contaminano i luoghi santi, che si trasmettono di padre in figlio il santuario di Dio. Sia sguainata la doppia spada dei fedeli sulle teste dei nemici per distruggere qualunque superbia (ad destruendam omnem altitudinem) che osi ergersi contro la conoscenza di Dio, che è la fede cristiana, affinché le nazioni non dicano: Dov’ è il loro Dio? (Sal, 113, 2)

6. Quando tutti gli infedeli saranno stati scacciati riprenderà possesso della sua casa e della sua eredità quello stesso che a proposito di essa gridò con collera nel Vangelo: Ecco, la nostra dimora sarà lasciata deserta (Mt, 23, 38), e che per bocca del profeta si era lamentato: Ho lasciato la mia casa, ho abbandonato la mia eredità (Ger, 12, 7). Egli adempierà in tal modo quella profezia: Il Signore ha riscattato il suo popolo e lo ha liberato; verranno ed esulteranno sulla montagna di Sion e godranno i benefici del Signore (Ger, XXXI, 11-12). Rallegrati, Gerusalemme, e riconosci il tempo in cui sei stata visitata. Godete e lodate anche voi, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme; Dio ha mo strato la sua santa potenza a/cospetto di tutte le nazioni (Is, 52, 9-10). Tu eri caduta, o Vergine d ‘Israele, e non c ‘era chi ti risollevasse: sorgi, dunque, o vergine, scuoti la polvere, o sventurata figlia di Sion! Alzati, ti dico, e tieniti eretta nello splendore (Is, 52, 2), e vedi la gioia che ti viene dal tuo Dio. Non ti chiameranno più derelitta, e la tua terra non sarà più a lungo detta desolata. Poiché il Signore si è compiaciuto di te (Is, 62, 64), ed il tuo territorio sarà ripopolato. Alza gli occhi attorno e guarda: tutti costoro si sono riuniti e sono venuti a te (Is, 49, 18). Dall’alto ti è stato inviato questo aiuto. Per mezzo di questi [ cavalieri] perfettamente si compie l’antica promessa: Io ti conferirò una gloria che durerà nei secoli e la tua gioia sarà di generazione in gene razione; tu berrai il latte delle nazioni, ti nutrirai alle mammelle riservate ai re (Is, 60, 15). Ed ancora: Così come la madre consola i suoi figli, così io vi consolerò, ed in Gerusalemme sarete confortati (Is, 66, 13). Non vedete, dunque, quanta abbondante testimonianza la nuova cavalleria ha ricevuto dai tempi antichi, e che quanto abbiamo udito lo vedremo compiersi nella città del Signore degli eserciti (Sal, 49, 7)? Ma non bisogna che l’interpretazione della lettera nuoccia alla comprensione dello spirito: le parole dei profeti, che noi speriamo di veder realizzate per l’eternità, le adattiamo a questi nostri tempi in modo che ciò in cui crediamo non svanisca a causa di ciò che vediamo, e affinché la pochezza dei beni di questa terra non faccia scemare la ricchezza del la speranza e la testimonianza delle cose presenti non tolga speranza per l’avvenire. La gloria temporale della città terrena non distrugge i beni celesti, al contrario li garantisce; a patto che noi sappiamo riconoscere in questa [ Gerusalemme terrena] l’immagine della città del cielo, nostra madre (cfr. Ap, 21, 9-27).



 

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