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Scritto da ITALIANO
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venerdì 28 dicembre 2007 |
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Pagina 1 di 4 Fonte: "Abbé Daniel LE ROUX - "Pietro Mi ami tu?" - Ed. Gotica, 1989"
La parola "collegialità" usata per designare la natura del governo della Chiesa, era pressoché sconosciuta nel linguaggio cattolico fino al 1959. Fino ad allora, non si parlava che di "Koinonia", di agape, di carità, vale a dire di una comunità di fede e di carità. Era per esempio il caso degli Apostoli, la cui unione non ha mai avuto esistenza giuridica, salvo che nel Concilio di Gerusalemme dove si erano raggruppati intorno a Pietro. E fu così per tutto il corso storico della Chiesa; i vescovi formavano tra loro un collegio in senso lato, vale a dire un'unione morale tra delle persone; non erano un collegio in senso stretto, un solo soggetto d'azione, che nel caso di Concili ecumenici e a condizione di essere uniti al papa. Non c'era che un potere supremo nella Chiesa, quello del papa, in virtù delle parole di Nostro Signore a san Pietro: "Pasci le mie pecorelle".
La collegialità al Vaticano II
Ma, sin dai primi mesi del Concilio, la parola "collegialità" appare con questo senso impreciso ed incerto, che conserva tra l'altro nella sua utilizzazione, e che i liberali, come il Padre Congar, paragonano a un "talismano", noi diremmo una "parola d'ordine".
Il Padre Wiltgen (1) descrive mirabilmente questa lotta liberale per la collegialità e ritiene addirittura che essa fu più importante di quella che suscitò la questione della libertà religiosa. Dal 1963 in effetti, il partito liberale "avanzato" riuscì a far penetrare le sue tesi nel capitolo III della Costituzione Lumen Gentium che ha per titolo: "La Costituzione gerarchica della Chiesa e in particolare l'Episcopato". E questo, al fine di permettere, dopo il Concilio, di affermare più chiaramente che lo schema privava il Sovrano Pontefice del Suo Potere Supremo personale e limitava il suo primato al ruolo di moderatore nei confronti dei vescovi, sui quali poggiava, secondo lo schema, il potere supremo. La Chiesa rischiava di diventare una Repubblica.
Pertanto, nel suo breve Super Soliditate del 28 novembre 1786, Pio VI aveva condannato questa proposizione di Eybel:
"Il Cristo ha voluto che la Chiesa sia amministrata alla maniera di una repubblica. Certamente questo regime ha bisogno di un presidente per il bene dell'unità, ma che non tenti mai di ingerire negli affari di quelli che governano allo stesso tempo. Il potere del Primato è limitato alla sola prerogativa di supplire alla negligenza degli altri" (2)
Nel suo studio sugli schemi conciliari, Mons. Staffa, citando le opere di teologia di un gesuita italiano, il Padre Bolgeni (1733-1811), aggiungeva: “Le posizioni fondamentali del Bolgeni e quelle dello schema sulla Chiesa sono in sostanza identiche".
Egli trovava straordinario che si riprendessero errori condannati da 140 anni. Quando Paolo VI si accorse che si andava troppo lontano, domandò, soltanto alcuni giorni prima dell'adozione dello schema, l'aggiunta di una nota esplicativa (nota praevia). Questa nota dissipa parecchi equivoci: Essa afferma innanzi tutto che gli Apostoli non formavano un "collegio" nel senso proprio e giuridico di questo termine: Gesù Cristo mise alla loro testa Pietro, che rivestì di una carica "personale e a parte". La relazione "Papa-Vescovi" non è, inoltre, dichiarata identica, ma soltanto paragonabile, proporzionalmente, alla relazione "Pietro-Apostoli". Infine non è individualmente che i Vescovi succedono agli Apostoli, ma in quanto essi formano un Corpo. La nota precisa, in seguito, che il Papa non agisce sempre e necessariamente in quanto Capo del Corpo dei Vescovi e che può esercitare sempre il suo potere supremo nella Chiesa.
Il passo della Lumen Gentium (N° 22), secondo il quale "L'ordine dei Vescovi...costituisce anch'esso con il Pontefice romano, suo capo, e mai prescindendo da questo capo, il soggetto di un potere supremo e pieno su tutta la Chiesa", è, inoltre, chiaramente limitato nella sua interpretazione. La nota esplicativa in effetti precisa:
"Il Sovrano Pontefice, in quanto Pastore Supremo della Chiesa, può esercitare in ogni tempo e a suo piacimento il proprio potere... Al contrario, il Collegio, pur esistendo sempre, non agisce se non in permanenza di un'attitudine strettamente collegiale... In altri termini, non è sempre in actu pleno (pienamente in atto) e anzi compie un atto strettamente collegiale per intermittenza, e mai senza il consenso del suo capo".
Infine poiché il Concilio voleva evitare la distinzione - tradizionale dall'antichità - tra potere d'ordine e potere di giurisdizione, e omettere di precisare l'origine di questo potere di giurisdizione, si ricorse al concetto di "comunione gerarchica". Ma poiché questa formula, troppo sfumata, era sconosciuta all'uso comune della Chiesa, la nota esplicativa aggiunse queste precisazioni molto importanti:
"Si intende questa comunione non come un vago sentimento, ma come una realtà organica, che esige una forma giuridica".
La nota precisa anche questa forma, rinviando al passo della Costituzione che parla della "missione canonica". Di fatto, essa impedì di certo ai liberali di ridurre il ruolo del papa alla semplice carica di moderatore nei confronti dei vescovi. Era la salvaguardia dell'autorità personale del papa, ma bisogna riconoscere che l'equivoco della collegialità non era interamente dissipato.
Inoltre, l'indomani della nota esplicativa, il Padre Schillebeeck, teologo dell’episcopato olandese, dichiarava in una rivista olandese:
“Già un mese prima dell'ultima settimana (della III sessione)... avevo detto che non bisognava farsi illusioni sulla collegialità episcopale secondo il "secondo Concilio del Vaticano"; che bisognerà attendere un terzo concilio per approvare la collegialità papale... Un teologo della Commissione dottrinale, al quale, già durante la seconda sessione, aveva espresso il mio disappunto nei confronti del minimalismo sulla collegialità papale, mi rispose per tranquillizzarmi: "Noi la esprimeremo in un modo diplomatico, ma, dopo il Concilio, ne trarremo le conclusioni implicite" (3). "La nota praevia lascia il testo intatto nel suo proprio orientamento, ma lo libera delle sue "tacite implicazioni"... E' tutto... Rimane che tutto ciò fu compiuto in un modo "strano" e misterioso, ed è per questo che è cosi difficile far comprendere ai fedeli il vero significato della Nota praevia, poiché essi vedono in questa nota più di quello che essa contiene,e che è l'eliminazione di un equivoco... che era, in un certo senso, voluto" (4)
Se dunque l'autorità del papa è quasi salva, nondimeno resta il fatto che si disegnano in prospettiva due poteri supremi: quello del papa e quello del collegio dei Vescovi. Dall'epoca del Concilio, "il verme era nel frutto" e questo termine "collegialità" che nessuno aveva chiaramente definito, si accingeva a compiere il suo cammino. Già nel 1960, il Padre Congar anticipando sulle dichiarazioni del teologo della "Commissione dottrinale", il Padre Schillebeeckx, scriveva a questo proposito: "Questo lavoro di elaborazione canonica e di riflessione teologica si farà in gran parte dopo il Concilio" (5). Mons. Wojtyla stesso, nell'euforia del periodo conciliare, non diceva forse al Padre Malinski dal 1963: "Prima di tutto si tratta di rivalorizzare l'autorità di ogni vescovo e di promuovere la decentralizzazione all'interno della Chiesa, per ritornare così al principio della collegialità".
Oltre all'errore storico dei termini "ritornare alla collegialità", che significano che essa era esistita, il vescovo di Cracovia attaccava la forma monarchica della Chiesa. Le formule "rivalorizzare l'autorità di ogni vescovo" e "ritornare alla collegialità" sono, inoltre, totalmente incompatibili. Ciò è ancora più evidente nei passi del libro Alle fonti del rinnovamento, dove parla abbondantemente di tutto ciò che riguarda la collegialità. Questa lettura è sconcertante. Non soltanto Mons. Wojtyla non cita una sola volta la nota esplicativa che doveva pertanto chiarire il testo stesso dello schema, ma la rimette seriamente in causa. Citeremo ora i commenti che fece del principio della collegialità, senza omettere alcun passaggio, al fine di evitare di darne un'interpretazione "al di fuori del contesto".
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Frase casuale |
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“ I pacifisti che rifiutano di indagare le cause economiche della guerra fanno causa comune con i venditori d’armi” Ezra Pound |
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