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NOM / Risposta alle obiezioni |
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Scritto da ITALIANO
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mercoledì 09 maggio 2007 |
Prima obiezione: Oggi non sarebbe più necessario conservare il rito tradizionale poiché non sono più in pericolo, come nei tempi di S.Pio V, i dogmi relativi al carattere sacrificale della Messa, al sacerdozio ministeriale e alla Presenza Reale.
Risposta:
II Preambolo deH'"Institutio" (n.7) fa intendere che il nuovo "Ordo" ha smesso di insistere su certi dogmi eucaristici, poiché essi non sono più impugnati attualmente. Questa considerazione, "salva reverentia" è quantomeno ingenua.
Sorvolando in materia i documenti di Pio XII (che ha condannato numerose pratiche adottate dal nuovo "Ordo" !), ricordiamo soltanto alcuni fatti più recenti.
Nell'Enciclica "Mysterium Fidei" del 3 settembre 1965, Paolo VI dichiara che sono per lui, "cause di grave sollecitudine pastorale e ansietà" gli errori che corrono a proposito delle Messe private, della transustanziazione, del simbolismo eucaristico, ecc... Lo stesso documento insiste nella "distinzione non soltanto di grado, ma anche di essenza" tra il sacerdozio gerarchico e quello dei fedeli.
Paolo VI, in questa Enciclica, avrebbe insistito contro eresie che nessuno professa attualmente?
Il Catechismo Olandese e i suoi consimili in altri Paesi, cadono in questi errori. Come negare che il tanto famigerato Schillebeecks, per esempio, propone le nozioni di "transfinalizzazione" e "transignificazione" in termini inconciliabili con la dottrina della Chiesa e già condannati da Paolo VI nella sopra menzionata Enciclica?
I redattori del "Preambolo" sembrano non aver considerato in alcun modo le influenze dannose che il nuovo "Ordo" possa avere sui non cattolici. Poiché almeno tra essi è incontestabile che esistono gli errori segnalati. Nell'epoca di ecumenismo in cui viviamo, è indispensabile presentare la dottrina della Chiesa in modo chiaro, sia ai suoi figli quanto a quelli che non lo sono. Soltanto così sarà possibile evitare malintesi pericolosi, che nell'ordine concreto si risolvono necessariamente nella deformazione dei principi della Fede.
Inoltre, fa meraviglia che nei documenti introduttivi della "Nuova Messa" si segnalano soltanto gli aspetti favorevoli del movimento liturgico dell'epoca di Pio XII, tacendo completamente i gravissimi errori che infestano larghi settori di questo movimento, e che determinarono il Papa a scrivere l'Enciclica "Mediator Dei". Ora, i redattori del "Preambolo" affermano che simili errori non esistono. Un esame scientifico ed oggettivo di questa affermazioni obbliga a concepire l'ipotesi che gli Autori del "Preambolo" siano stati coinvolti da uno sconosciuto e pericoloso processo dialettico: mettono "in tesi" che certe dottrine sono eretiche, ma negano che, "in concreto", ci sia qualcuno che le professi; e da ciò partono per un'azione che tanto nell'ordine della propaganda ideologica quanto della vita pratica, si risolve nel favoreggiamento e anche nella promozione dell'errore.
Si aggiunga che l'inesistenza di tali deviazioni dottrinali è addotta dal "Preambolo" come ragione affinchè si introducano nella Messa innovazioni che S.Pio V ha rifiutato, perché, essendoci allora tali deviazioni, innovazioni di quel tipo sarebbero venute a danneggiare gravemente la Fede. Perciò, dato che simili errori esistono oggi - come è manifestato che esistono - gli argomenti dei redattori del "Preambolo" si ritorcono contro di loro.
Seconda obiezione: L"lnstitutio", in alcuni numeri, afferma anche la dottrina tradizionale. Ebbene, i testi eventualmente poco chiari devono essere interpretati con quelli chiari; e quelli apparentemente eterodossi, con gli ortodossi. Perciò, il documento, considerato nella sua interezza, non può essere ritenuto come sospetto.
Risposta:
A) - In linea di principio, è vera la regola secondo la quale i testi confusi e oscuri di un documento devono essere interpretati con quelli chiari.
B) Però, la regola, secondo la quale i testi sospetti o eterodossi devono essere interpretati con quelli ortodossi, esige una distinzione:
a) la regola è applicabile quando i passi sospetti o eterodossi capitano soltanto una volta o l'altra, come una svista;
b) la regola non vale, però, quando i passi sospetti o eterodossi sono numerosi (poiché quel che succede a modo di svista è per natura casuale e in piccolo numero): in questa ipotesi, si deve ricorrere ad altre regole e ad altri mezzi di interpretazione;
c) quando questi passi confusi, sospetti ed eterodossi sono non solo numerosi, ma formano tra di loro un "sistema di pensiero", la menzionata regola di interpretazione non vale, anzi, si "applica la regola oppposta": ci si deve allora domandare se non sono i testi ortodossi che devono essere interpretati alla luce di quelli confusi, sospetti ed eterodossi.
Terza obiezione: Le obiezioni dei tradizionalisti contro il nuovo "Ordo Missae" di Paolo VI, oltre che sottili ed insidiose, implicano un'interpretazione unilaterale e tendenziosa delle modifiche della nostra liturgia; modifiche che invece possono avere un buon significato. Ebbene, avendo la Santa Sede già approvato il nuovo "Ordo", sarebbe corretto dare un'interpretazione favorevole a quello che vi è di ambiguo.
Risposta:
Paolo VI ha affermato, nel suo discorso del 19 novembre 1969, che "il rito e la rispettiva rubrica in sé non sono una definizione dogmatica; sono suscettibili di una qualificazione teologica di valore diverso, secondo il contesto liturgico a cui si riferiscono; sono gesti e termini relativi ad un'azione religiosa (...) azione che solo la critica teologica può analizzare ed esprimere in formule dottrinali logicamente soddisfacenti" (A.A.S. 1969, p.779). E' proprio quello che facciamo, non essendosi la Santa Sede pronunciata in materia definitiva e irreformabile, dando l'interpretazione autentica. Il nostro criterio è la dottrina resa ufficiale dalla stessa Santa Sede.
Ebbene, quello che vediamo è che tutte le modifiche convergono in una stessa direzione, tacere, sfumare, attenuare, occultare affermazioni dogmatiche già definite sui principali misteri della Santa Messa. E' come in certi disegni punteggiati: collegando con un tratto un punto all'altro si scopre una figura. Così, anche sommando tutte le omissioni e difetti del nuovo "Ordo", si configura chiaramente una tendenza dottrinale dichiarata. Le dichiarazioni di teologi protestanti, le idee correnti in ambienti cattolici, il clima di falso ecumenismo, coincidono con reinterpretazione che diamo del nuovo "Ordo".
Ora la Chiesa è sempre stata diligente neh"evitare che qualsiasi espressione, proposizione o rito potesse prestarsi ad interpretazioni sbagliate, rinforzando con termini o gesti inequivoci il senso ortodosso.
Le riserve che facciamo sui diversi punti della "Nuova Messa" non sono tutte di uguale importanza. Senza dubbio, prendendo separatamente ogni difetto e ambiguità del nuovo "Ordo", sembrerebbe difficile e capzioso scoprire in essi segni di protestantesimo, ma, sommando questa ambiguità e omissioni, collegandole come nel disegno punteggiato, allora tutto diviene chiaro ed esplicito, il che fa sì che il tutto meriti riserve più gravi di ogni singola parte passibile di riserve.
Quarta obiezione: II Papa può innovare i riti della Santa Messa. Con il nuovo "Ordo", Paolo VI non ha fatto altro. Non c'è perciò ragione di rifiutarlo.
Risposta:
Non abbiamo riserve nell'accettare il principio sopra enunciato, sempre che sia rettamente inteso ed applicato nei limiti della Dottrina Cattolica.
Ora, secondo questa Dottrina, le determinazioni, anche disciplinari, come le norme liturgiche, non possono essere tali che, anche implicitamente, si oppongano al deposito della Rivelazione. E' quello che si deduce dalla definizione del dogma dell'infallibilità pontificia, come esso fu enunciato dal Concilio Vaticano I: "Lo Spirito Santo - dice il Concilio - non è stato promesso ai successori di San Pietro affinchè questi, sotto l'ispirazione dello stesso Spirito Santo, predicassero una nuova dottrina, ma affinchè con la Sua assistenza, conservassero santamente ed esponessero fedelmente il deposito della Fede, ossia, la Rivelazione ricevuta dagli Apostoli" (Denz. Sch.3070).
Da questa definizione è evidente che, nell'esercizio del Magistero infallibile, il Papa deve mantenersi fedele alla Tradizione.
Il Papa può arricchire la Liturgia, ma non può perpetuare uno spoglio liturgico che distrugge il prezioso patrimonio di preghiere, musiche e canti accumulati da secali, conservati con somma cura dai Romani Pontefici, invidiati da tutti i nemici della Chiesa Cattolica e causa di innumerevoli conversioni.
Meno ancora è nel diritto pontificio sopprimere un rito che da il dovuto culto a Dio per sostituirlo con un rito lacunoso, ambiguo, trasandato e senza splendore, che lascia il campo aperto a stravaganze, irriverenze e profanazioni.
Neppure è diritto del Papa promulgare un nuovo "Ordo" che non corrisponda alla norma secolare della Chiesa in materia liturgica: "Lex orandi, lex credendi" (La legge della preghiera è la regola della fede). Questo si oppone al dovere del Papa di "esprimere fedelmente (...) il deposito della Fede" e pregiudica gravemente la "salvezza delle anime". Il potere è stato conferito all'autorità ecclesiastica per l'edificazione del Corpo Mistico di Cristo, non per la sua rovina (II Cor. 10,8)
E' per questo che l'autorità del Papa non può e non deve mai identificarsi con l'arbitrio, ma rimane limitata dal diritto divino naturale e positivo, dal maggior bene della Chiesa, dalla salvezza delle anime, così come dalla necessità del retto uso della ragione. Quando le disposizioni papali sfuggono ai limiti sopra indicati, non obbligano.
Quinta obiezione: "Par pari non obligat" (Un uguale non obbliga l'uguale). Perché, quel che un Papa ha fatto un altro non può disfare?
Risposta:
Si può affermare questo principio in modo assoluto e in tutti i campi? Chiaramente no! Per esempio: un Papa non può dichiarare in futuro che la Madonna non è stata assunta in cielo in corpo e anima, poiché è dogma già definito da Pio XII. In questo senso si intendono le parole del Vangelo: 'Tutto ciò che tu legherai sulla terra sarà legato in cielo (Mt; 16,19): Un Papa non può revocare la canonizzazione di un Santo dopo averla liberamente decretata. Un Papa non può revocare i vincoli matrimoniali validi.
I Papi sono uguali in potere "ratione offici", in quanto Papi; ma nelle questioni su cui emettono definizioni, "ratione materiae", non possono definire liberamente su tutte le materie, poiché sono "legati" dalla Sacra Scrittura, dalla Tradizione e dalle definizioni già emesse dalla Chiesa nel suo Magistero perenne, al quale sono subordinati e che non possono contraddire (cfr. Pio IX nella Lettera Apostolica "Mirabilis illa constantia", la quale ratifica la dichiarazione collettiva dei Vescovi tedeschi che affermano, oltre a quello che abbiamo detto sopra che: "L'opinione secondo la quale il Papa, in forza della sua infallibilità, è un principe assoluto, suppone un concetto sbagliato del dogma dell'infallibilità papale" (Denz. Sch.3116 e 3117).
Perciò, non è in questione l'uguaglianza di potere dei Papi in quanto Papi, bensì la differenza delle materie su cui è esercitato questo potere. L'estensione del potere delle chiavi evidentemente non contiene il "legare" e "slegare" contro il diritto divino, contro la Sacra Scrittura, contro la Tradizione o contro le definizioni già date dal Magistero. Così quando i manichei consideravano la materia come principio del Male e dicevano che la Messa non era sacrificio. Contro di essi la Chiesa (Papa S.Leone) ha aggiunto al Canone della Messa le parole "sanctum sacrificium, immaculatam hostiam" esplicitando così la realtà e la santità del sacrificio eucaristico.
Gli Ariani negavano la divinità di Gesù. Gradivano l'espressione "per il Figlio nello Spirito Santo". Come reazione, esprimendo meglio la dottrina, si è stabilita questa formula: "Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. E, per respingere il senso che gli Ariani davano a formule come "per Cristo Nostro Signore", la Liturgia Romana ha sviluppato questa breve conclusione delle preghiere nella conclusione più lunga "per nostro Signor Gesù Cristo che con Te vive e regna nell'unità dello Spirito Santo, Dio, per tutti i secoli dei secoli..."
Gli eretici pelagiani, tra altre cose, negavano la necessità della Grazia e il peccato originale. Molte preghiere del Messale Romano, nel tempo pasquale e dopo la Pentecoste, (per esempio, la preghiera della I, IX e XVI domenica dopo Pentecoste) sono una condanna particolare degli errori di questi eretici.
I semi-pelagiani sono caduti nello stesso errore di negare la necessità della Grazia. La reazione liturgica contro di essi, per evidenziare che ad ogni momento abbiamo bisogno dell'aiuto di Dio, è stata l'introduzione dell'invocazione "Deus, in adjutorium meum intende" (Dio, vieni in mio aiuto), presa dai Salmi, all'inizio di ogni ora canonica.
Nel secolo XII, Berengario ha insegnato errori sulla Presenza Reale e taluni hanno cominciato ad affermare che la presenza di Cristo nell'Eucaristia veniva soltanto dopo la consacrazione del Calice. Contro di ciò, la Chiesa ha introdotto l'elevazione dell'Ostia, affinchè fosse adorata dai fedeli prima che avesse inizio la consacrazione del Calice.
I Catari, nei sec. XII e XIII, negavano l'Incarnazione e anche la Transustanziazione. Secondo quest'eresia, lo spirito, che è buono, non può abitare nella carne, che è cattiva. Una delle risposte della Chiesa alla minaccia eretica è stata l'stituzione, nel 1285, della recita dell'ultimo Vangelo (Prologo di S.Giovanni), alla fine della Messa, con la genuflessione alfEt Verbum caro factum est".
I Giansenisti cominciarono a raffreddare la devozione del popolo. Come reazione liturgica, è stato allora introdotto il culto del Sacro Cuore di Gesù.
Contro il laicismo moderno, Pio XI ha istituito la festa di Cristo Re, reazione liturgica, questa, con chiaro intento dottrinale. (Osservazioni storiche prese dal libro "Valore teologico della Liturgia", P.Manuel Pinto S.J.).
Così è stato nel corso dei secoli fino ad oggi. E nessun cattolico ha rifiutato le modifiche liturgiche e il progresso della Liturgia che era un vero arricchimento in sintonia con la Tradizione, rafforzamento della Fede contro le eresie, autentico progresso. Tradizione è la somma del passato con un presente che le è affine.
Orbene, come si è visto nel corso di questo lavoro, le modifiche attuali sono completamente opposte al modo di agire tradizionale della Chiesa. I tagli e le aggiunte attuali sono un palese favoreggiamento dell'eresia. La diminuzione delle genuflessioni, specie subito dopo la Consacrazione, la soppressione delle preghiere dell'Offertorio, la mutilazione del Canone Romano, l'introduzione di nuove Preghiere Eucaristiche, l'equiparazione della liturgia della parola con la liturgia eucaristica, il modo di celebrare "versum populum" e tutto l'insieme dei mutamenti della nuova liturgia dimostrano che non ci sono state aggiunte nel senso di arricchimento e per rendere più espliciti i misteri eucaristici; nemmeno per evitare qualsiasi interpretazione critica e nemmeno per irrobustirci maggiormente nella Fede, ma, al contrario, per rendere tali misteri vaghi ed ambigui, facendo sì che la Messa perdesse la sua identità di sacrificio. Così si capisce che i protestanti, i quali negano i dogmi eucaristici e detestano la Messa tradizionale, ora dicono di poter celebrare la loro "cena" con i testi della "Messa Nuova". Così si capiscono meglio le statistiche comprovanti il calo di fervore cattolico. Così si capisce anche la reazione dei cattolici veramente fedeli a queste novità.
Ottava obiezione: Se il nuovo "Ordo" avvicina la Liturgia della Messa al rito protestante della "cena", e dato che esso è stato imposto a tutta la Chiesa, si dovrebbe concludere che la Chiesa avrebbe mancato contro la promessa di Gesù Cristo. Poiché avrebbe indotto i fedeli in errore e alla perdita della Fede. Non si può ammettere simile definizione della Chiesa. Si deve perciò affermare che il nuovo "Ordo" non contiene tali deficienze e dev'essere accettato.
Risposta:
Questa obiezione parte dal principio che la Chiesa è infallibile nelle sue leggi liturgiche generali. Ebbene, esistono ragioni, tanto di ordine dottrinale quanto storico, per mettere in dubbio che le leggi liturgiche universali implichino sempre e necessariamente l'infallibilità della Chiesa. Nella teologia degli ultimi decenni si rende sempre più chiaro che le disposizioni generali in questa materia coinvolgono l'autorità della Chiesa in gradi variabili, nella misura in cui la Santa Sede o la sacra Gerarchla abbiano impegnato, in ogni caso concreto, la propria autorità. (Su questo argomento si legga l'opuscolo: "L'infallibilità delle leggi ecclesiastiche", di A.V.Xavier da Silveira, 1971). Inoltre, aggiungiamo:
a) L'argomento vuoi dimostrare troppo.lnfatti, la stessa Chiesa, che ora è presentata come imponente il nuovo "Ordo Missae", prima del Concilio Vaticano II ha emesso norme liturgiche discordanti dal nuovo "Ordo" e le ha imposte a tutta la Chiesa. E infatti furono applicate a tutta la Chiesa. Alcuni esempi:
1 Pio VI, nel condannare il Sinodo di Pistoia, ha proscritto l'uso del vernacolo nella Liturgia, come cosa falsa, temeraria, perturbatrice dell'ordine prescritto nella celebrazione dei Misteri, facile causa di molti mali (Prof. 66 - Denz. Sch. 2666). Il nuovo "Ordo", invece ha introdotto il vernacolo. Si domanda: quale delle due Chiese ha mancato? Quella precedente al Concilio Vaticano II, o quella posteriore?
2 Non si dica che, cambiate le condizioni, quel che era sconveniente è divenuto consigliabile. Perché ci sono esempi di consimili cambiamenti che non danno assolutamente possibilità di spiegarsi con una successiva convenienza. Infatti, il Concilio di Trento anatemizza chi condanna il rito che ordina si dicano a bassa voce le parole della Consacrazione (Sez.22 cn. Denz.Sch.1759). Il nuovo "Ordo", al contrario, afferma che le parole della Consacrazione,"per la loro propria natura", devono essere dette a voce chiara e udibile (Rubrica n.91). Domandiamo: quale delle due Chiese ha sbagliato, quella di Trento o quella del nuovo "Ordo" ? E qui c'è da notare che dichiarando: "per la loro propria natura" le parole della Consacrazione devono essere dette in modo chiaro e udibile, il nuovo "Ordo" dice che sempre, in ogni parte e in ogni tempo, queste parole devono essere pronunciate in questo modo nella celebrazione della Santa Messa. In quanto è un'esigenza che deriva dalla natura, la quale trascende il tempo e lo spazio.
b) L'argomento, perciò, dimostra troppo, ossia non dimostra nulla. O meglio, da l'occasione di constatare la possibilità che si insinuino errori o inganni in una regolamentazione liturgica, anche se imposta a tutta la Chiesa (cfr. "L'infallibilità delle leggi ecclesiastiche", pp.20-21).
c) Questa osservazione spiega la frase di Innocenzo III, secondo la quale egli (Papa) non potrebbe essere giudicato dalla Chiesa tranne che per il peccato commesso in materia di fede (cfr.Billot, Trat. "De Ecclesia Christi" tom.I, pp.618-619,1909).
Nona obiezione: Ma come salvare l'indefettibilità della Chiesa, se tutta la Chiesa ha accettato pacificamente il nuovo "Ordo"?
Rsposta:
Contestiamo che questa accettazione sia stata pacifica e che non abbia suscitato risentimenti: precisamente perché innovava in senso opposto a quello della Tradizione.
Appena promulgato, il nuovo "Ordo" ha suscitato dubbi, perplessità, problemi di coscienza e reazioni, da parte di cardinali, sacerdoti, teologi e laici. Così i Cardinali Ottaviani e Bacci scrivono nella lettera a Paolo VI (5.10.1969): la parte migliore del Clero attraversa, in questo momento, una torturante crisi di coscienza, della quale abbiamo testimonianze innumerevoli e quotidiane. Un gruppo di teologi e un altro di canonisti, con articoli molto solidi, sulla rivista "Pensée Catholique",(n.l22 del 1969, pp.1-47), mettono in evidenza l'allontanamento del nuovo "Ordo" dal Dogma cattolico, così ben espresso nelP"Ordo" tradizionale, e i canonisti rispondono a quesiti sollevati da dubbi sorti con la promulgazione del nuovo "Ordo". La rivista francese "Itineraires", edita a Parigi (Rue de Garancière), in vari numeri, specialmente il 146 del 1970, offre articoli e testimonianze sull'argomento. Lo scrittore francese Louis Salleron ha pubblicato in "Nouvelles Editions Latines", Parigi, 1970, il libro "La nouvelle Messe", una critica serena e fondata al nuovo "Ordo". Si veda anche "Catolicismo", n.242 del febbraio 1971: "Sulla nuova Messa" - Ripercussioni che il pubblico brasiliano ancora non conosce
E' significativa la reazione dell'Episcopato inglese che ha richiesto alla Santa Sede di continuare nell'uso del Messale Romano codificato da S.Pio V come hanno reso noto in quell'occasione i giornali, per esempio, "O Globo" di Rio nell'edizione del 17 luglio 1971.
L'argomento dell'accettazione del nuovo "Ordo" avrebbe valore se significasse l'adesione a ciò che esso comporta, non soltanto in quanto rifiuta quel che c'è nell'antico, ma anche in quello che prescrivono le nuove idee che i suoi riti indicano. Ebbene, nessuna di queste due conseguenze risultano certe. L'accettazione implica soltanto un atto di subordinazione al Capo supremo, subordinazione che si capisce soltanto alla luce dell'affermazione, varie volte da lui ripetuta, di non aver modificato essenzialmente il rito della Messa. In altre parole: non era, per caso, Paolo VI preoccupato di calmare i timori dei fedeli che non avrebbero accettato una Nuova Messa, diversa nell'essenza dall'antica? Per ciò era necessario convincerli che, malgrado le apparenze, in realtà la Messa non era nuova. Era la stessa di sempre, con leggeri ritocchi. Abbiamo dimostrato che questi ritocchi, di fatto, hanno intaccato essenzialmente il Sacrificio della Messa. Tanto è vero che i protestanti che non ammettono il Sacrificio della Messa, accettano le preghiere dal nuovo "Ordo" per la celebrazione della loro "cena" commemorativa della "Cena" del Signore.
Decima obiezione: Al superiore compete comandare e al suddito ubbidire. Dato che Paolo VI ha promulgato il nuovo "Ordo" e i Vescovi ce lo impongono, non si peccherebbe di disubbidienza, rifiutandolo?
Risposta:
Ricordiamo, anzitutto, l'insegnamento della Chiesa sull'ubbidienza. Questa è una virtù morale, che piega la nostra volontà a sottomettersi alla volontà di Dio, o a quella di un superiore, considerato come intermediario della volontà divina. Come tutte le altre virtù morali, l'ubbidienza, per essere virtuosa, dev'essere governata dalla prudenza. Mentre le virtù teologali non possono essere trasgredite se non per difetto, le virtù morali lo possono essere sia per difetto che per eccesso. Da ciò il noto proverbio: "In medio stat virtus". La virtù sta nel giusto mezzo. E questo giusto mezzo è indicato dalla prudenza soprannaturale. Visto che l'ubbidienza ci porta a sottomettere la nostra volontà a quella di un Superiore, in quanto questi rappresenta l'autorità divina, che cosa è necessario perché ci sia ubbidienza? E' necessario un ordine. Ma un ordine che provenga da un Superiore legittimo che lo impartisca nel campo dove può esercitare la sua autorità. Questo diritto di comandare viene da Dio: "Non avresti nessun potere sopra di Me se non ti fosse dato dall'alto" (Giov.19.11).
A queste condizioni, se colui che comanda va oltre l'ambito del suo diritto, in quel punto il suo potere non viene dall'alto; non c'è un ordine vero, ma un abuso di potere. Ogni inferiore è obbligato ad ubbidire al suo Superiore in tutto quello in cui gli è sottomesso, cioè in tutto quello in cui il Superiore ha dei diritti su di lui. Ubbidienza incondizionata e in tutto la dobbiamo soltanto a Dio.
L'ubbidienza (sopratutto quella falsa ad inconsiderata n.d.r.) non esclude la responsabilità dei sudditi, e questi dovranno renderne conto a Dio.
Undicesima obiezione: Rifiutando la nuova Messa, si va provocando uno scisma?
Risposta:
Rimanendo fedeli alla Tradizione non si può cadere né in eresia né nello scisma: è nella novità che c'è pericolo di eresia e scisma. Per delinearsi uno scisma è necessario che ci sia, da una parte, rifiuto dell'autorità pontificia, o rifiuto di sottomissione ai precetti e giudizi della Chiesa; dall'altra rifiuto di comunione con i membri della Chiesa. Noi riconosciamo l'autorità del Papa sulla Chiesa universale e su ognuno dei fedeli. Il rifiuto di ubbidienza ad un atto del Papa, per sé, non comporterebbe scisma. Inoltre, nel caso presente, non si tratta nemmeno di disubbidienza. Questa "resistenza" a ciò che sarebbe una volontà del Papa non ha niente a che vedere con la disubbidienza. Diciamo con S.Bernardo: "Colui che fa un male perché glielo comandano, non fa un atto di ubbidienza ma di ribellione" (Lettera XXXIII in "Lettere diverse"). Così, il Cardinale Caraffa, opponendosi energicamente alla volontà del Papa Sisto V, che voleva pubblicare una versione difettosa della Bibbia, non fece uno scisma. Così come non lo fece S.Bruno di Segni opponendosi a Pasquale II nella questione delle investiture. Nemmeno sono accusati di aver provocato uno scisma Guido di Vienne, S.Ugo di Grenoble e S.Goffredo di Amiens per aver minacciato una rottura con Pasquale II, se questi non avesse confermato le decisioni sinodali contrarie ai decreti strappati dall'imperatore al Papa.
Invece, una rottura formale con i costumi fondati nella Tradizione Apostolica, soprattutto in materia di culto, implica uno scisma. Per questo, il grande teologo Suarez non teme di affermare che potrebbe essere considerato scismatico il Papa che "volesse sovvertire tutte le cerimonie ecclesiastiche fondate nella tradizione apostolica" (De Caritate, disp.XII, sect. I, n.2. pp.733-734). Ebbene, una liturgia tendente alla dissacrazione non ha alcun fondamento nella Tradizione; al contrario, costituisce una rottura formale e violenta su tutte le regole che fino ad oggi hanno orientato il culto cattolico.
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Frase casuale |
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“L'equilibrio non è altro che l'abitudine di riflettere prima di parlare” Carla Negri |
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