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Tratto da "si si no no" numero 1 anno XVI - gennaio 1990
Una prassi ininterrotta e sempre difesa
E' bene ricordare che per cremazione s'intende l'incenerimento del cadavere per mezzo del fuoco e per inumazione il suo abbandono all'azione delle cause naturali tanto nel seno della terra quanto in un loculo sepolcrale.
Già nel II secolo un pagano, Minucio Felice, indicava il rifiuto della cremazione come un costume proprio dei cristiani: i cristiani, egli scrive, "execrantur rogos et damnant iginium sepulturas": hanno in abominazione il rogo e riprovano i forni crematori; Minuccio Felice ne precisa anche la ragione, essenzialmente religiosa: la fede cristiana nella resurrezione della carne (Octavius cap. II PL 3, 267).
Dunque la Chiesa fin dalle origini condanno la cremazione ed ebbe come modo proprio ed unico di sepoltura l'inumazione, e ciò per motivo religioso.
L'inumazione fu difesa e conservata dalla Chiesa contro i violenti assalti del mondo pagano: anche quando i pagani, in dispregio del costume cristiano dell'inumazione, presero ad incenerire le spoglie dei martiri, come testimoniano alcuni Atti, gli apologisti ed Eusebio (Hist. eccl. V, Capp. 1 e 2, PG 20; 433) e presero ad assalire i cimiteri cristiani e a violarne le tombe, la Chiesa non abbandonò il costume dell'inumazione, ma continuò a diffonderlo ovunque insieme con la Fede cristiana, così tra la fine del IV e l'inizio del V secolo, in una con il cristianesimo, l'inumazione trionfava in tutto l'impero romano. Lo stesso accadde presso i barbari dai cui costumi la cremazione scomparve.
Onde si può ben dire che la Chiesa insieme con la Fede ha propagato in tutto il mondo l'inumazione come suo modo proprio di sepoltura (cfr. Enciclopedia Cattolica voce cremazione; Dictinnaire apologetique de la Foi catholique, Dictionnaire de thèologie catholique e Dictionnaire d'archeologie chretienne et de liturgie voce incineration).
Quando dopo il mille si diffuse in Europa una pratica che aveva qualche punto di contatto con la cremazione Bonifacio VIII intervenne con la Decretale Detestandae feritatis (1299) che condannava quella pratica come "abominevole" agli occhi di Dio e degli uomini, colpiva di [b]scomunica latae sententiae[/b] riservata alla santa Sede sia i mandanti che gli esecutori e privava di sepoltura ecclesiastica il corpo sottoposto ad una tale pratica (c.1 De sepulturis III, 6, in Extravag. Comm.; cfr Enciclopedia Cattolica voce cremazione
Per secoli non insorsero altri abusi, e la Chiesa perciò tacque.
A partire dalla rivoluzione francese ebbe inizio una campagna cremazionista, sostenuta, se non avviata, dalla massoneria, con fini dichiaratamente anticristiani: la cremazione era assunta come simbolo dell’annientamento totale dell’uomo nella morte e quindi come manifestazione di libertà di pensiero dalla Tradizione Cattolica, segnatamente dalla fede nella vita eterna: alla simbologia spiritualista cristiana si opponeva una simbologia materialista paganizzante.
Anche questa volta la Chiesa reagì con fermezza in difesa della tradizione cristiana dell’inumazione: il Sant’Uffizio in data 19 maggio 1886, 15 dicembre 1886, 27 luglio 1892 e 3 agosto 1897, condanna la cremazione come “detestabile abuso” e commina una serie di gravi pene ecclesiastiche a chi destini il proprio cadavere alla cremazione ed a chi vi cooperi (interdizione dai Sacramenti, privazione della sepoltura religiosa ecc).
Nel 1917 il C.D.C. piano benedettino codifica la tradizione cattolica dell’inumazione e la severità delle pene per chi la violi, prescrivendo il seppellimento, condannando la cremazione, e dichiarando irrita la volontà del cristiano defunto, che abbia disposto per la cremazione del suo cadavere (can. 1203), privandolo della sepoltura ecclesiastica (can. 1204) e di qualunque messa esequiale, anche anniversaria (can. 1241).
Nel 1926, infine, un’istruzione del Sant’Uffizio, mette in guardia contro una ripresa della campagna cremazionista e ribadisce la cultura della Chiesa Cattolica in materia di sepoltura rinnovando i decreti del 1886.
Da questi brevi cenni, appare evidente con quanta ragione il decreto del Sant’Uffizio in data 19 maggio 1886 definiva l’inumazione “costume costante e consacrato dai riti solenni della Chiesa”.
Una rottura immotivata
La rottura di questa tradizione ininterrotta e difesa con pene sempre rigorose dalla chiesa si Ha con Paolo VI, Un’Istruzione del Sant’Uffizio in data 5 luglio 1963 – uno dei primi atti del pontificato montiniano – “pur mantenendo le condanne, qualora il ricorso alla cremazione risultasse ispirato da spirito anticattolico, non ne chiede più l’applicazione negli altri casi, presumendo anzi che di per sé il ricorso alla cremazione avvenga per motivi onesti, alieni da scopi antidogmatici ed anticristiani” (Roberti-Palazzi Dizionario di teologia morale voce cremazione).
Così l’Osservatore Romano del 30 settembre commentava l’istruzione del Sant’Uffizio: “In breve resta sostanzialmente quale era (sic!) ma fino a ieri bisognava provare l’onestà della scelta per ottenere la dispensa; da oggi in avanti dovrà rendersi manifesta l’irreligiosità dei motivi per cadere sotto la proibizione. Con questo addolcimento di prassi la Chiesa prende atto di alcune odierne necessità e di un consolante regresso di certa astiosa e settaria mentalità anticristiana, alla quale era necessario opporre resistenza”.
Queste ragioni falsano la legislazione di ieri e lasciano immotivata la legislazione di oggi.
Infatti:
1) non è esatto che fino a ieri “bisognava provare l’onestà della scelta per ottenere la dispensa”. E’ esatto invece, che la Chiesa ha sempre proibito “la cremazione proposta come rito funerario normale” ma “non rifiuta di tener conto delle esigenze create da circostanze eccezionali, ad esempio, dopo una catastrofe, in tempo di epidemia ecc” perché “questicasi di forza maggiore sfuggono alle leggi ordinarie” (Dictionnaire apologetique de la Fai catholique ed Beauchesne, Parigi).
2) La motivazione della nuova legislazione è inconsistente:
a) perché “le odierne necessità” di cui la Chiesa avrebbe preso atto oggi sono le stesse necessità, ordinarie, ventilate dagli anticlericali cremazionisti e già ritenute infondate dalla Chiesa;
b) perché come dimostra il breve excursus storico sopra premesso,l’”irreligiosità dei motivi” ovvero la “mentalità anticristiana” dei recenti cremazionisti restano soltanto “un motivo secondario e passeggero del divieto ecclesiastico” (Roberti-Palazzini Dizionario di Teologia morale voce cremazione).
Allorchè Bonifacio VIII intervenne con la Detestandae feritatis, la pratica affine alla cremazione, alla quale fu sottoposta anche la salma di Luigi IX, non nasceva da nessuna “astiosa e settaria mentalità anticristiana”, anzi si ricorreva ad essa “per motivi onesti, alieni da scopi antidogmatici ed anticristiani”, dato che si intendeva soltanto agevolare il trasporto delle salme dei personaggi illustri.
Ciò nonostante la Chiesa intervenne sempre per ribadire il suo divieto.
Dunque i motivi per la quale la Chiesa ha vietato, per 2000 anni, non sono quelli indicati da Papa Montini.
I motivi non secondari ne passeggeri di un divieto
In realtà basta considerare qualsiasi trattato o summa semplice dizionario di teologia morale o anche di apologetica per trovare i motivi principali, non transeunti, per i quali la Chiesa ha sempre vietato la cremazione. Questi motivi sono:
a) la convenienza dommatica dell’inumazione;
b) la convenienza morale;
c) l’antichità della prassi, che deve ritenersi di origine apostolica.
- La convenienza dommatica
1) L’inumazione conviene più che la cremazione con la fede nella risurrezione dei corpi: la Chiesa esprime con il termine “dormizione” (i fedeli defunti sono detti da San Paolo “ii qui dormiunt”) che la morte è solo il temporaneo annientamento del corpo e il cimitero è il campo benedetto, nel quale essa depone il corpo dei fedeli defunti quasi seme mortale destinato a germinare nell’immortalità: seminato nella corruzione, risorgerà incorruttibile: seminatur in corruptione surget in incorruptione (1° Cor. 15, 42).
2) L’inumazione esprime a differenza della cremazione, l’unione mistica del cristiano con Cristo: lo rende conforme anche nella sepoltura al suo Capo, “primizia di coloro che dormono” (1° Cor. 15, 20) e il cui corpo fu deposto in una tomba, e non cremato.
3) L’inumazione conviene più che la distruzione violenta tramite il fuoco, al rispetto che si deve al corpo umano che la Chiesa insegna creato da Dio in modo peculiare (Gen. 1, 26), elemento essenziale della persona umana, assunto dal Verbo Divino per compiere la redenzione e collocarlo alla destra del Padre; corpo santificato dal Battesimo, nutrito dall’Eucarestia, vivificato da un’anima in grazia e destinato alla resurrezione.
- Convenienza morale
L’inumazione che lascia alla natura la sua opera di distruzione, lenta e nascosta, nelle viscere della terra o in un loculo sepolcrale, conviene ai sentimenti morali dell’uomo più che la cremazione.
Mentre la cremazione segna il trionfo dello spirito utilitaristico e pratico sui sentimenti superiori dell’uomo, la disciplina dell’inumazione è in sintonia con l’affetto che l’uomo ha per la spoglia degli esseri amati, e col rispettoche egli istintivamente sente di dovere ai defunti e con la ripugnanza che di conseguenza suscita la cremazione.
- Antichità di una prassi che deve presumersi di origine apostolica
Scriveva J. Besson in Dictionnaire apologetique de la Foi Catholique, voce incineration: “Ciò che è significativo è che l’inumazione si stabilisce ovunque insieme con la nuova Religione. Non si spiegherebbe l’unità di questa disciplina in nazioni così diverse e l’attaccamento dei Pastori e dei fedeli ad un rito opposto, in molti luoghi, agli antichi costumi popolari, se non ci fosse in questo rito una legge formale ricevuta dalla Chiesa nascente. Se l’inumazione fosse stata un uso libero, che i primi cristiani avrebbero preso dall’ambiente giudaico, come avrebbero potuto i neofiti, nei paesi greci e romani attaccarsi a tal segno ad una singolarità, che più di una volta attirò l’attenzione dei persecutori e provocò la reazione della plebaglia e la profanazione delle tombe cristiane? (Tertulliano Ad Scapulam III…). Si è dunque indotti ad applicare questa pratica universale una ben nota regola di Sant’Agostino e a vedervi uno di quei precetti che gli Apostoli diedero personalmente alla Chiesa fin dalle origini”.
Conclusione
Se è vero che l’inumazione non prescritta dal Diritto divino, ma rientra nel quadro del diritto ecclesiastico, è altresì vero che non è, come l’ha considerata Paolo VI, una semplice disposizione amministrativa, suggerita da circostanze passeggere la cui opportunità può perciò cessare col cessare delle circostanze stesse, ma è un rito liturgico consacrato dalla tradizione e motivato da ragioni di convenienza dogmatica e morale, sempre valide ed indipendenti dalle circostanze e dalla mentalità con cui le si preferisce la cremazione.
Certo – aggiungeremo col Besson- poiché questa regola “gli Apostoli l’hanno stabilita non come organi ispirati dalla Rivelazione, ma come semplici legislatori ecclesiastici, la Santa Sede o un Concilio ecumenico avrebbero assolutamente parlando il diritto di modificarla”. Ma, poiché il diritto non si identifica con l’arbitrio e meno che mai nella Santa Chiesa di Dio, in pratica “è evidente che per abolire una tradizione così venerabile, l’autorità suprema ha il diritto (e il dovere) di attendere che ci siano delle ragioni di un’urgenza e di una gravità eccezionali”.
Cioè ragioni tali da eclissare, e definitivamente (fuori cioè di quelle circostanze eccezionali in cui anche la Chiesa tollera la cremazione come modo straordinario di sepoltura), i motivi di convenienza dommatica e morale che hanno determinato la Chiesa in favore dell’inumazione. E’ possibile che si diano realmente queste ragioni, tali da giustificare l’esercizio concreto di quel diritto teorico che hanno la Santa Sede o un concilio ecumenico di modificare la disciplina tradizionale della Chiesa in materia di sepoltura? Duemila anni di storia dicono che fino ad oggi non si sono mai date.
E l’infelice istruzione varata dal Sant’Uffizio agli albori del pontificato montiniano sta ad attestare che non si danno neppure oggi, dato che Paolo VI ha dovuto giustificare con pseudo motivazioni la sua innovazione, che resta, quindi, del tutto immotivata.
L’istruzione sulla cremazione fu uno dei primi atti di Paolo VI, ma esprime tutto lo spirito e l’orientamento di misconoscimento della tradizione propri del suo pontificato. |