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II Sacro Cuore e il Sacerdozio PDF Stampa E-mail
Scritto da LuceRiflessa   
giovedì 31 maggio 2007

IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO

Madre Luisa Margherita Claret de la Touche

Serva di Dio

Brevissima biografia

Margherita Claret de la Touche è nata a Saint-Germain-en-Laye il 15 mar­zo 1868. È entrata nella Visitazione di Romans il 20 novembre 1890. Il 6 giugno 1896 ha il suo primo incontro con il p. Alfredo Charrier, s.j., che diventa il suo principale confidente e direttore spirituale.

Il 5 giugno 1902 suor Luisa Margherita riceve le prime comunicazioni so­prannaturali in merito a un'Opera da fondare per unire di più i sacerdoti fra loro e farli annunziatori e testimoni di Dio Amore Infinito, perché il suo regno di amore si diffonda,nel mondo. Tali comunicazioni vengono regolarmente trasmesse al p. Charrier e annotate per scritto dalla suora; parte di questi scritti formeranno il materiale del libro Il Sacro Cuore e il Sacerdozio (per le vi­cende relative alla stesura di questo piccolo libro si veda l'introduzione).

Il 6 marzo 1906 suor Luisa Margherita, insieme con tutta la comunità, si trasferisce a Revigliasco (Torino), a causa dell'espulsione dalla Francia. Il 16 maggio 1907 suor L. Margherita viene eletta superiora, e in tale carica resterà sei anni, durante i quali la comunità si trasferirà prima a Mazzè (Torino) e quindi a Parella (Torino); queste due ultime località si trovano nella diocesi di Ivrea il cui vescovo - mons. Matteo Fílipello - prende a cuore la vicenda della nostra suora e si fa promotore nell'attuazione dei desideri manifestati dal Signore.

Nel maggio 1910 esce la prima edizione de Il Sacro Cuore e il Sacerdozio. L'Opera per i sacerdoti, con la denominazione di Alleanza sacerdotale, verrà istituita in diocesi di Ivrea da mons. Fílipello il 16 giugno 1918.

Nel frattempo suor Luisa Margherita aveva aperto in Vische (Torino) una nuova Visitazione con l'intento speciale di pregare per i sacerdoti (19 mar­- zo 1914). A Vische essa muore il 14 maggio 1915.

L'Alleanza Sacerdotale è il ramo centrale di un'Opera più vasta, l'Opera del­l'Amore Infinito, che comprende pure: l'istituto femminile di vita contemplativa Betania del Sacro Cuore, gli Amici e le Amiche di Betania, e le Missionarie del­l'Amore Infinito (istituto secolare); tutti i rami hanno lo scopo di vivere la consacrazione a Dio Amore e di pregare per i sacerdoti.

 

Parte prima

IL SACERDOTE, CREAZIONE DELL’AMORE INFINITO

 

CAPITOLO I

Il sacerdote, creazione dell'Amore Infinito

Da tutta l'eternità Dio regnava nella sua pace. Ma l'Amore Infinito sgorgava dal suo cuore: strappò dal nulla, per la potenza del suo Verbo, incomparabili meraviglie, e infine creò l'uomo, si­gnore e centro della creazione.

Nessuno potrà mai dire cosa uscì allora dal cuore di Dio a vantaggio di questa creatura privilegiata. L'Amore Infinito si vestì di tutte le forme: fu generoso e magnifico come un amore divino, previdente e saggio come l'amore di un padre, tenero, delicato e profondo come l'amore di una madre. L'uomo fu ricco di doni, di grazia e bellezza.

L'Amore continuò a effondersi, inesauribile, volta a volta, e im­provviso, come un amore che ripara, che conserva, che dà vita; un amore che protegge, perdona, attende; un amore che riscatta, puri­fica, salva.

Cristo, amore incarnato e salvatore, venne sulla terra. Viveva la stessa vita dell'uomo, toccava le sue debolezze, capiva le sue necessità. Ma soprattutto amava appassionatamente gli uomini, a cui si era intimamente unito.

L'Amore Infinito sgorgava dal suo cuore; voleva qualcuno che potesse continuare la sua opera, che venisse incontro a tutte le ne­cessità dell'uomo per sostenerlo, illuminarlo, ricordargli Dio: creò il sacerdote.

A lui, creatura dell'Amore Infinito del suo cuore, Cristo offrì di partecipare alla sua potenza: gli diede dedizione, disponibilità al servizio, bontà, misericordia. Gli donò umiltà e purezza, riempì il suo cuore d'amore. E, parallelamente alle quattro grandi neces­sità dell'uomo, gli attribuì quattro funzioni.

L'uomo è profondamente ignorante. Anche dopo la grazia del battesimo, le ombre del peccato annebbiano ancora la sua intelli­genza. I peccati personali rendono questa nebbia ogni giorno più fitta: avvolto dall'oscurità, immerso nell'ignoranza e nell'incertezza, l'uomo cammina, senza rendersene conto, verso lo smarrimento eterno. E il prete insegna. Apre l'uomo alla verità, gli fa vedere la strada che conduce a Dio; fa scoprire alla sua anima gli orizzonti luminosi della fede. La sua missione è di dissipare l'oscurità e far splendere di fronte a tutti la verità di Dio, che è, insieme all'amore, la vita dell'uomo.

L'uomo è peccatore. In lui rimangono le tracce indelebili del peccato, e lo spingono al male. Una specie di cedimento si fa sen­tire continuamente nella sua intelligenza come nel suo corpo e, malgrado la grazia che lo solleva e l'Amore Infinito che lo attira a sé, non smette di peccare. Sempre di nuovo imbrattato, ha biso­gno di essere sempre di nuovo purificato.

E il prete assolve. Depositario del sangue di Gesù, lo versa sulle ferite del peccato; attinge nel tesoro infinito dei meriti di Cristo, e offre all'anima purificata nuove energie e aiuti nuovi.

L'uomo è infelice. Bandito dal cielo, vive nella fatica e nel dolore; la sofferenza lo stringe da ogni parte. A volte attacca il suo corpo con la malattia; a volte fiacca il suo cuore con delusioni e lutti; a volte tormenta la sua anima con la paura, i rimorsi o il dubbio.

E il prete consola. Fa conoscere il premio della sofferenza; fa sperare in un'eternità felice in cambio di un dolore passeggero; apre davanti ai cuori afflitti e abbandonati le profondità dell'Amore Infinito; solleva chi è abbattuto rivelandogli la misericordia di Dio e, diffondendo intorno a sé la luce e l'amore, consola ogni dolore e disperde ogni timore.

L'uomo infine ha bisogno di Dio. La sua debolezza deve ap­poggiarsi sulla forza divina, la sua povertà reclama i tesori del cielo; il suo nulla ha un continuo bisogno di appoggiarsi alla sorgente degli esseri. E tuttavia il peccato lo spinge lontano dalla santità di Dio: Dio è grande, è puro, è inaccessibile verità e giustizia. Ci va un mediatore tra Dio e l'uomo, ed è Cristo. Ma tra Cristo e lui, l'uomo, tanto è miserabile, ha bisogno di un altro mediatore: il prete.

E il prete sacrifica. Prende nelle sue mani consacrate la Vit­tima divina; la solleva verso il cielo; Dio, a questa vista, si china sulla terra; la misericordia scende; l'Amore Infinito sgorga più ab­bondante dal seno dell'Eterno. Il Creatore e la creatura si sono riavvicinati, si sono abbracciati in Cristo: si sono riuniti nell'amore. Il prete insegna, assolve, consola, sacrifica per gli uomini. Pri­ma di lui lo aveva fatto, con perfezione suprema, Cristo. Avrebbe voluto continuare per sempre, se fosse stato possibile. Tuttavia, era opportuno che dopo essere passato attraverso la sofferenza, il Cristo fosse stabilito nella gloria. Il suo amore misericordioso for­mò allora il sacerdote, nel quale egli si perpetua, e rivive senza fine la sua vita di amore per gli uomini, suoi fratelli. È attraverso il prete che continua a istruire, purificare, consolare e riavvicinare a Dio tutte le generazioni che si succedono sulla terra.

Nella fase dolorosa che attraversa oggi il mondo, gli uomini sperduti sentono più che mai necessità immense. Chiedono di es­sere nutriti di verità, liberati dal male, consolati dalle loro tristezze, riavvicinati a Dio, riscaldati dall'amore.

Sembrerebbe quasi che Gesù debba tornare di nuovo sulla terra. Ma non è così: può restare nella gloria del Risorto. Ha provve­duto a tutti i bisogni del mondo, lasciandogli la sua Eucaristia e il suo sacerdozio.

Con l'Eucaristia, l'uomo può nutrirsi della verità eterna e del­l'Amore Infinito, divinizzare, in un certo senso, la debolezza che lo porta verso il peccato. Nel sacerdozio, può trovare quegli aiuti che gli sono continuamente necessari nel corso della sua povera vita. Tuttavia, se nell'Eucaristia Gesù è sempre lo stesso, eternamente vivo, nel prete la sua vita divina è più o meno intensa; non per­ché non si doni con uguale abbondanza, ma perché il prete, di questa ricchezza, prende ora più ora meno. Poiché Cristo rivive nel prete, il prete deve vivere di Cristo.

L'Amore Infinito, effondendosi da Dio, aveva creato l'uomo; questo stesso amore, effondendosi dal cuore di Cristo, ha creato il sacerdote; e allo stesso modo in cui l'uomo non trova la sua auten­tica vita e perfezione se non ritornando in Dio, così il prete non può vivere in pienezza, e neppure avere la perfezione del suo sacerdozio, se non andando verso il cuore di Cristo. Ed ecco per­ché, oggi che il ministero sacerdotale è così necessario al mondo, Cristo chiama i sacerdoti al suo cuore: perché essi attingano a que­sta fonte divina novità di grazia e, rituffandosi nell'oceano di amore da cui sono nati, vi trovino un rinnovamento e una crescita di vita sacerdotale.

Il prete, che ha una missione così grande e un ministero ricco di fecondità, vada a Cristo, si stringa a lui. Ripensi a ciò che ha fatto, ascolti la sua parola, penetri i suoi pensieri, lo segua passo passo nel Vangelo, impari da questo Maestro perfetto a compiere degnamente il suo ministero consacrato. Gesù lo ha fatto per pri­mo: il prete non ha che da seguire le sue tracce divine. Rivestirsi di Cristo è imitarlo, riprodurre le sue virtù, le sue azioni sante, fino ai suoi gesti divini. Se qualcuno deve essere rivestito di Cristo, questo è soprattutto il sacerdote, che deve darlo al mondo.

 

O Gesù, Pontefice eterno, divino Sacrificatore, tu che in uno slancio in­comparabile d'amore per gli uomini tuoi fratelli, hai fatto sgorgare dal tuo Sacro Cuore il sacerdozio cristiano, degnati di continuare a versare nei tuoi sacerdoti le onde vivificanti dell'Amore Infinito.

Vivi in essi, trasformali in te, rendili per mezzo delle tue grazie gli strumenti delle tue misericordie; opera in essi e per essi, e fa' che, dopo di essersi rivestiti di te, per mezzo della fedele imitazione delle tue ado­rabili virtù, essi facciano in tuo nome e per la forza del tuo Spirito, le opere che hai compiuto tu stesso per la salvezza del mondo.

O divin Redentore delle anime, vedi quanto grande è la moltitudine di quelli che dormono ancora nelle tenebre dell'errore; conta il numero di quelle pecorelle infedeli che camminano sull'orlo del precipizio; considera la folla dei poveri, degli affamati, degli ignoranti e dei deboli che gemono nell'abbandono.

Ritorna a noi per mezzo dei tuoi sacerdoti; vivi, o buon Gesù, in essi, opera per essi, e passa di nuovo in mezzo al mondo insegnando, perdo­nando, consolando, sacrificando, riannodando i sacri vincoli dell'amore fra il cuore di Dio e il cuore dell'uomo. Amen.

 

CAPITOLO II

Gesù è Maestro

Dopo una preparazione lunga e silenziosa di trent'anni, Gesù iniziò a predicare. Possedeva in pienezza tutte le scienze; la sua intelligenza umana, estesa e perfezionata attraverso l'unione con l'In­telligenza divina, giungeva a tutte le conoscenze più alte, e pene­trava fino al minimo dettaglio delle cose. L'armonia meravigliosa tra la sua intelligenza e il suo cuore, l'equilibrio perfetto che re­gnava in tutta la sua persona, regolavano il suo pensiero. Senza aver avuto bisogno di faticare per istruirsi, come tutti gli altri uomini, era padrone della sapienza allo stesso modo in cui, senza ostacolo, racchiudeva l'amore nel suo cuore.

Il mondo attendeva la sua lezione per rinascere alla vita e alla luce; ma Gesù lasciò passare trent'anni prima di manifestare la sua sapienza. Ci si può chiedere il perché di questa attesa, che per molto tempo ha privato gli uomini della luce per dissipare la notte della loro ignoranza. Ma anche in questo Cristo è nostro modello: sapeva che l'uomo ha bisogno di un lungo lavoro e di pesanti fati­che per impadronirsi dei tesori di saggezza e di scienza necessari per istruirsi e ha voluto così dare ai suoi preti l'esempio di una lenta e seria preparazione.

Al professore di una scuola basta sapere ciò che insegna ed essere capace di insegnare; ma quando si tratta di dare Dio agli uomini, non basta coltivare l'intelligenza. Deve essere trasformata la persona intera; e il maestro per primo deve passare per un sus­seguirsi di prove, iniziando almeno ad acquisire quella conoscenza esperienziale dei dolori, delle debolezze, delle miserie dell'umanità che dovrà possedere per istruire e illuminare i suoi fratelli.

Senza dubbio il prete può compiere questa funzione del suo ministero prima d'aver compiuto i trent'anni. Ma in questo ca­so, avrà bisogno di molta prudenza, di diffidenza nei confronti di se stesso e del ricorso umile ad altri che lo illuminino. Deve im­parare soprattutto alla scuola di Cristo: studi questo sublime mae­stro di anime, e si abitui a parlare come lui e a insegnare come lui.

Quando Gesù, lasciando la vita nascosta, iniziò a rivelare i te­sori di verità che portava in sé, il mondo intero era avvolto dal­l'oscurità del peccato. Il paganesimo, con i crimini da esso gene­rati, regnava dappertutto e anche fra il popolo eletto la verità ini­ziava a coprirsi di ombre. I Giudei, che fino allora erano stati i custodi del deposito della verità divina, sembravano vicini a perderlo. Nu­merose sette laceravano la Sinagoga: l'amore per le ricchezze, il desiderio degli onori avevano a poco a poco fatto cadere il muro che separava Israele dai pagani. Per le perfide insinuazioni di una filosofia bugiarda, stretti in un sensualismo snervante e nel dilagare delle passioni, i figli di Abramo sentivano vacillare la loro fede, e vedevano la luce spegnersi nelle loro mani.

In questa situazione apparve Gesù.

Verbo non creato, « Luce da Luce, Dio vero da Dio vero », veniva a portare agli uomini la verità, assoluta, senza confusioni e senza ombre, come è in Dio, nella sua eternità, limpida e sovra­namente pura. Veniva a dare nuova vita alla giustizia e alla verità, senza le quali gli uomini non possono che vagare sperduti nel loro cammino lungo il tempo. Veniva ad affermare, con tutta l'autorità della sua divina Sapienza, i diritti di Dio e i doveri dell'uomo, la misericordia di Dio e la miseria dell'uomo; veniva infine a rimettere ordine nell'intelligenza, sconvolta dagli errori del paganesimo.

La peccatrice di Samaria gli disse un giorno: « So che deve venire un Messia, cioè il Cristo, l'inviato di Dio. Quando verrà, ci spiegherà ogni cosa ». Era questa - istruire gli uomini - la grande missione del Salvatore. Il suo insegnamento è stato uni­versale. Su tutti gli argomenti e in ogni campo ha portato la luce della verità. Ha combattuto gli errori di allora e ha abbattuto in anticipo quelli cui sarebbe giunta in seguito l'attività sregolata del pensiero umano. Ha insegnato, prima con l'esempio e poi con le parole, cosa l'uomo può conoscere di Dio. Lo ha fatto vedere crea­tore potente, infinitamente santo e sovranamente giusto; ma soprat­tutto, lo ha rivelato Padre, ineffabilmente buono e misericordioso.

Il dogma, la morale, i rapporti dell'uomo con il suo Dio e con i suoi simili, i grandi princìpi che devono reggere la famiglia, la società, e orientare la coscienza dell'uomo fra le ombre della vita: tutto è stato penetrato dai raggi luminosi della verità di Cristo. Non trascurava nessuna occasione per istruire la folla: « erano me­ravigliati per questi suoi insegnamenti. Infatti egli li ammaestrava come uno che ha autorità e non come i loro maestri della legge ».

È sufficiente guardare quante volte Gesù, di solito così sobrio e misurato nel parlare, ripete: « In verità, in verità vi dico: noi parliamo di quel che sappiamo e siamo testimoni di quello che abbiamo visto ». Così quando esclama sotto il portico del tempio: « Io sono la via, la verità e la vita; chi mi segue, non cammina nelle tenebre ». E più tardi, all'inizio della Passione, in piedi nel cortile del pretorio, risponderà a Pilato, con maestà incomparabile: « Io sono nato e venuto nel mondo per essere un testimone della verità. Chi appartiene alla verità ascolta la mia voce ».

Questa voce, così umile e così dolce, non risuonò che per tre anni in un piccolo angolo del mondo, privilegiato fra tutti. Pochi uomini la udirono.

Ciò che insegnava, il contrario delle idee allora di moda, sem­brava delirio e follìa: ma era la verità. E la verità resta, prima o poi sconfigge la menzogna, e non muore mai, perché è nata da Dio, ed è immortale come lui.

La verità: ecco ciò che, dopo Gesù e con Gesù, il prete deve dare al mondo. Ma per insegnarla, per comunicarla agli altri, bi­sogna che la possieda in se stesso, e per possederla deve andarla ad attingere alla sua sorgente divina: deve andarla a cercare dal Maestro. Ricevendo la missione di insegnare, il prete riceve una ricchezza di luce che deve sviluppare in sé. Bisogna che renda salda e conservi intatta la verità che ha ricevuto; e sono così numerosi gli errori che la circondano che il prete la difende e la conserva integra non senza fatica e non senza lotta.

La verità di Dio è immutabile e non può cambiare. La Chiesa, inabitata dallo Spirito Santo, la possiede interamente. Se attraverso gli avvenimenti e le vicissitudini dei tempi, sembra che cambi, non è che apparenza. L'intelligenza dell'uomo, in quanto è più o meno pura, la percepisce più o meno luminosa.

La verità può accrescersi e svilupparsi, o al contrario sminuirsi nella comprensione dell'uomo; ma - in se stessa - è una e inva­riabile. Può precisarsi, affermarsi meglio, definirsi e chiarirsi - e questo giustifica lo sviluppo lento, ma incessante, delle verità in­segnate dalla Chiesa. Verità del tutto nuove, ancor più se in con­traddizione con la verità primitiva e antica, non possono esistere.

 

Il sacerdote, maestro degli uomini

Il prete, dunque, per conservare intatta la verità divina, ver­sata da Cristo nella sua anima il giorno della sua consacrazione, deve restare saldo contro gli attacchi dell'errore. Questi gli ven­gono da tre fronti:

1. Satana, lo spirito cattivo, l'eterno sobillatore di discordia e di odio, che cerca di distruggere la verità ovunque la trova, e cerca soprattutto di strapparla dal cuore del prete, suo nemico, sempre in lotta contro la sua azione infernale.

2. Lo spirito del mondo, i suoi princìpi, che tendono incessan­temente a indebolire la verità; il prete vive nel mondo, respira la sua aria di menzogna, e subisce quasi senza accorgersene l'influsso rammollente delle sue false dottrine.

3. Molti fermenti di errore vivono infine allo stato latente, in lui stesso, là dove il peccato originale ha lasciato le sue tracce. La minima ventata di orgoglio può risvegliarli, la minima impurità può farli proliferare.

Per sconfiggere questi nemici, il prete ha a sua disposizione tre armi potenti, che sempre assicurano la vittoria.

In primo luogo, l'unione alla Chiesa, l'attaccamento instancabile alla Cattedra di Pietro, organo infallibile della verità.

Le imprese di satana infatti non possono nulla contro la roccia su cui è fondata la Chiesa. Non si può smarrire chi cammina con quel Pietro a cui Gesù disse: « Ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno; tu, quando ti sarai convertito, prega per i tuoi fratelli ».

Il prete sconfigge lo spirito del mondo con l'unione a Cristo, vincitore del mondo; e questa unione si produce con lo spirito di preghiera, con lo studio del cuore di Cristo e delle sue adorabili virtù, con la separazione interiore, ma reale, da tutto ciò che nel mondo Gesù riprova e condanna.

Ma per sconfiggere se stesso, per cancellare in sé ogni genere di er­rore, per diventare inaccessibile alle falsità e saldo contro tutti gli attac­chi, per possedere con sicurezza i tesori della verità e conservarli intatti, il prete deve prosternarsi nell'umiltà. Una santa e giusta diffidenza nei confronti di se stesso, del suo giudizio personale, un facile ricorso ai lumi altrui, una umile sottomissione di fede: ecco ciò che è necessario al prete per rimanere integro, premunirsi con­tro le illusioni di una falsa scienza; per essere, in una parola, come Giovanni, lampada sempre accesa che illumina i popoli; per essere, con Cristo, la luce del mondo.

Gesù ha insegnato la verità a tutti, grandi e piccoli, poveri e ricchi, bambini e vecchi. Dal sommo sacerdote alla samaritana, tutti sono stati istruiti dalla sua parola, tutti hanno ricevuto la verità dalla sua divina bocca. Sempre con una meravigliosa elasticità del­l'intelligenza e una incomparabile umiltà, ha saputo mettersi alla portata di quelli che doveva istruire.

Con Nicodemo, dottore in Israele, è profondo, sublime. Af­fronta i misteri più alti; con i sacerdoti, gli scribi, il suo insegna­mento poggia sulla legge, i profeti, la Bibbia. Con la gente, è sem­plice, familiare. Si esprime con similitudini, prese dal lavoro dei campi, e sono le sue parabole: il seminatore, il granello di senape, la vigna, ecc. Si adatta sempre al suo uditorio; ma non è mai vol­gare, mai affettato, mai oscuro, anche parlando degli argomenti più grandi. È il fascino di questo insegnamento di Gesù, luminoso e semplice, tanto ricco di dottrina celeste, eppure spoglio di ogni orna­mento superfluo. Tutto vi è grande: serietà affabile, dignità mo­desta, forza persuasiva, chiarezza di espressione, grazia. In questi paragoni presi dalla natura c'è una poesia penetrante e sublime. Si potesse comprendere nei particolari l'incanto di Gesù... È il Verbo del Padre, il Maestro divino sceso dal cielo a istruire le anime: dir questo, è dire tutto.

Anche il prete deve offrire a tutti l'insegnamento della verità. Se vuol essere davvero un apostolo, autentico sacerdote di Cristo, deve, come Gesù farsi tutto a tutti. Il suo unico scopo dev'essere comunicare la verità che possiede e l'amore di cui brucia.

Siamo ben lontani, dunque, dal cercare uno stile particolare, un metodo nuovo o personale che tutt'al più possono interessare a qualcuno: il prete si sforzi di mettersi al livello di chi lo ascolta. Sempre chiaro, sempre preciso: dica la verità semplicemente, preoc­cupato solo di fare del bene. Troverà così il segreto di quella unzione penetrante che viene dal cuore e che il duplice amore di Cristo e degli uomini, diffonde naturalmente sulle sue labbra. Inse­gnando la verità, il prete deve donare il meglio di sé; senza disprez­zare nessuno, deve buttarsi completamente nella sua missione su­blime di educatore delle anime.

 

Difficoltà dell'insegnamento

Gesù, nel suo insegnamento, ha incontrato spesso ostacoli, dif­ficoltà, sofferenze. Ha avuto una pazienza infinita. Non si è lasciato scoraggiare né dalla grossolanità di coloro che incontrava, né dalla loro lentezza nel comprendere, né dalle obiezioni campate per aria. Le critiche, gli insulti, la doppiezza di coloro che cercava di istruire e illuminare non sono riuscite a stancarlo. Non ha mai cercato la gloria per sé: non aveva in vista il successo umano.

Ha gettato a piene mani e con tutto il cuore il seme divino nelle anime, e ha lasciato allo Spirito d'amore il compito di farlo schiu­dere e maturare. Sapeva che insegnando la sua morale, dolce sì, ma anche austera, ne avrebbe allontanati molti. Sapeva, perché era Dio, che molti di coloro che istruiva, o avrebbero lasciato morire in loro il germe della vita per negligenza, o l'avrebbero strappato con le loro mani. Ma non ha smesso di offrire a tutti i suoi inse­gnamenti divini, di aprire a tutti i tesori della saggezza.

Contraddizioni, disprezzo, difficoltà di ogni tipo sono anche sul cammino del prete: ma non deve lasciarsi abbattere. Gesù è con lui: le sue promesse possono confortare nelle sofferenze. Il sacerdote prenda dunque la croce del Maestro, e cammini. Ma si guardi bene, con il pretesto di conciliare lo spirito del mondo e lo spirito di Cri­sto, dall'ammorbidire il Vangelo; dal fare, per solleticare le pas­sioni umane, un cristianesimo di fantasia. Le verità del Vangelo si impongono da sole agli uomini, il prete deve solo farle vedere come sono, illuminate dai riflessi della dolcezza e della misericordia del cuore di Cristo.

Affermi i diritti di Dio, le sue leggi giuste e forti, e anche la sua pazienza, la sua bontà, l'amore ineffabile del Redentore; e non si abbassi mai ai compromessi, al modo di ragionare corrente, alla ricerca colpevole del successo personale.

« Ecco, io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe ». Sono le parole che Gesù disse ai suoi apostoli, mandandoli ad annunziare la buona novella. E lui stesso, nel suo insegnamento, ha unito la sempli­cità e la prudenza. Era molto prudente, quando ammaestrava gli uomini: andava per gradi, sopportava le debolezze, chiedeva a cia­scuno ciò che ciascuno poteva dare, aspettando, con pazienza infi­nita, che si aprisse all'azione della grazia, e rispondesse alle sue proposte misericordiose. Preparava i cuori lentamente e con dol­cezza, prima di far loro vedere la verità; incoraggiava chi era ab­battuto, non pretendeva nulla con durezza.

Anche nel suo insegnamento pubblico era prudente. Si mo­strava sempre rispettoso delle legittime autorità, amico della pace. Sapeva sconcertare, con la sua sapienza, l'astuzia dei suoi nemici; dopo tre anni di predicazione in cui aveva insegnato una dottrina e dato delle leggi opposte a quelle del mondo, non si trovò nes­suno che testimoniasse contro di lui, quando era accusato di fronte ai Giudei e ai capi dei sacerdoti.

Quando sferzava i vizi e gli errori, non faceva mai i nomi dei colpevoli. Ricordiamo la sua discrezione nel colloquio con l'adul­tera. E la riservatezza nelle parole con cui spiegava alla gente i precetti più delicati della morale, rivelando la santità del matri­monio o il fascino divino della verginità. Su quest'ultimo punto, la sua prudenza era così grande, le sue parole così caste che il bimbo più candido e più innocente può leggere e rileggere il Van­gelo senza che nulla lo possa inquietare o fargli intravedere del­le ombre.

Anche il prete allora, sull'esempio di Cristo, unisca nel suo inse­gnamento la prudenza e la semplicità. Se vuol fare del bene al­l'ambiente corrotto in cui vive, deve parlare e agire con la sapienza di Dio. Prudente nella predicazione: più apostolo che polemista, e molto più dispensatore dei doni di Dio e ministro di misericordia, che violento riformatore del mondo.

L'odio non è sconfitto che dall'amore, il peccato è distrutto solo dal sangue di Gesù, mite e umile di cuore. Qualche volta bisogna essere forti: ma la prudenza deve temperare la forza, contenere i giusti rigori, ispirare la punizione altrettanto bene che il perdono. Il prete sia prudente nel suo insegnamento privato; studi bene le anime, prima di divenirne il direttore; sia prudente nel decidere sulla loro vocazione; attento a non far loro contrarre legami che potrebbero vincolarne l'avvenire e, forse, turbare la loro coscienza. Soprattutto il prete sia prudente nei confronti delle ragazze e delle donne: sono già troppo spesso imprudenti loro! Ci sono troppe famiglie turbate, troppi sposi divisi, troppe anime disorientate e qualche volta gettate fuori strada nel loro cammino spirituale da un consiglio dato imprudentemente, da parole certo in sé giuste e sante, ma che potevano essere male interpretate.

Il prete di Cristo, sul suo esempio, si avvolga di prudenza. È anche lui maestro, maestro di anime; è maestro di santità e di virtù. Le sue parole siano allora l'eco delle parole di Cristo, impre­gnate di sapienza, di misura e di verità.

 

Insegnamento con l'esempio

Cristo non si è limitato a insegnare con le parole, con la pre­dicazione e con i colloqui a tu per tu; ha soprattutto insegnato con l'esempio. « Prima ha fatto - dice la Bibbia - poi ha insegnato »

La miglior lezione è quella dell'esempio. Ciò che l'orecchio non riesce sempre a udire, l'occhio lo vede, ed è più forte, più viva, l'impressione lasciata da ciò che si è visto. Il cuore si accende più facilmente per aver veduto che per aver sentito. Gesù lo sapeva: ed è per questo che, venuto per insegnare le virtù, ha cominciato con il metterle in pratica tutte.

Le faceva vedere in sé così belle, così desiderabili, così sedu­centi che i cuori si accendevano del desiderio di possederle.

Ed è il ricordo delle virtù che lui ha vissuto sulla terra che ci spinge ad imitarle. Pensare alla sua divina pazienza ci rende pazienti, pensare alla sua umiltà ci fa accettare le umiliazioni. Molto più delle poche parole che ha detto e che il Vangelo riporta, è l'esem­pio della purezza sua e della Vergine sua Madre che ha fatto fio­rire ovunque la verginità.

La nostra povera natura era stata così profondamente ferita dal peccato originale che le parole di Gesù, del Verbo incarnato, per potenti che fossero, non avrebbero potuto, forse trasformare gli uomini così prontamente, se il Salvatore non vi avesse unito il suo esempio.

Tutto quello che ha chiesto di virtù e di santità all'uomo rige­nerato, Cristo lo ha fatto per primo. Ha aperto la strada: si è impegnato per primo attirando dietro di sé tutti gli uomini di buona volontà. Si è posto come un modello di fronte all'uomo, sfi­gurato e pallido, che da molto tempo aveva perso la somiglianza con Dio e gli ha detto: « Guardami, e riproduci sulla tela della tua anima i miei tratti divini ». Gesù ha lavato questa tela nel suo sangue, e l'ha resa candida.

È venuta la Chiesa, che, vedendo l'umanità debole e sprovve­duta, l'ha presa maternamente per mano e le ha guidato il pennello. Ed ecco che presto sono apparse copie del Salvatore: alcune erano così somiglianti che il Padre vi ha riconosciuto il suo Figlio. Erano i santi, formati sull'esempio di Gesù, nutriti dalla sua parola, vi­venti la sua vita.

Come Gesù, il sacerdote insegna soprattutto con l'esempio. Deve essere una copia vivente di Cristo, presentare sempre agli occhi del mondo questa immagine divina. Offra dunque, in se stesso, un modello perfetto di virtù, modello vivo e visibile, facile da imi­tare. Uomo debole come gli altri, ma innalzato dalla grazia al di sopra delle miserie e delle bassezze della terra, deve aiutare con il suo esempio gli altri uomini, suoi fratelli, a salire fino all'altezza di Cristo.

« La vostra modestia - diceva l'apostolo ai cristiani - splen­da di fronte a tutti gli uomini ». E la modestia è un velo traspa­rente che tempera, senza nasconderle, due sublimi virtù; il loro pro­fumo insensibilmente si diffonde nei cuori, li attira e li trasforma: è il profumo dolcissimo dell'umiltà e della purezza. L'apostolo rac­comanda questa virtù ai credenti; ancor più va raccomandata ai preti.

Questa virtù divina splendeva sui lineamenti e in tutto l'aspetta di Cristo; nasceva dalla sua profonda umiltà e dalla sua perfetta purezza. Sia anche l'ornamento del prete: lo avvolga da ogni parte, si mescoli a tutte le sue azioni, si incontri nelle sue parole, lo ac­compagni nell'esercizio del suo ministero ed egli sarà una predica­zione vivente della verità e delle virtù di Gesù.

Tutto, nel prete, deve istruire, tutto deve edificare. Messo come un ponte tra Gesù e gli uomini, deve condurli a Cristo e unirli a lui nella sua stessa persona. Bisogna che le anime salgano a Cristo attraverso il sacerdote. Le sue parole, le sue azioni, la purezza, la umiltà, la dedizione della sua vita devono essere leve potenti che sollevano le anime, dei fari luminosi che le conducono a Dio.

 

Cristo, luce ineffabile, focolare divino della verità increata, vieni a il­luminare le anime.

Tu che sei il Verbo del Padre, splendore della sua gloria e luce del mondo, vieni e allontana le ombre che si stendono sul nostro orizzonte. Ogni giorno parli e insegni nel tuo sacerdozio. La tua luce ci giunga attraverso i tuoi preti, e come dalle loro mani noi riceviamo il tuo Corpo, così dalla loro bocca possiamo ricevere la tua verità. Confermali nel pos­sesso della giustizia e della verità, in modo che non si allontanino mai dalla tua via.

Uniscili intimamente a te; pensino solo ciò che tu pensi, non insegnino che la tua sapienza. Uniscili così strettamente fra loro che siano forti contro lo spirito dell'errore e invincibili all'assalto dei peccato. Riempi il loro spirito della tua luce e il loro cuore del tuo amore casto, perché illu­minino a loro volta le anime che tu hai loro affidato. Amen.

 

CAPITOLO III

Gesù perdona

Dio è Amore. La sua vita è l'amore: ogni suo movimento, sia nella profondità del suo intimo che fuori di sé, è un movimento d'amore. Se genera nel suo seno, è il Verbo, sublime parola d'amore che Dio dice a se stesso. Se la bellezza e la grandezza del suo Fi­glio increato lo rapiscono e provocano un movimento d'amore, e se il Figlio, allo stesso tempo, rapito d'amore per il Padre, ha un moto simile, ne procede lo Spirito Santo, sospiro d'amore esalato dal Padre e dal Figlio.

Tutto ciò che Dio crea fuori di sé è creazione di amore, perché crea soltanto per amore, e ogni suo moto verso le creature è un moto d'amore. Comandi; proibisca, punisca, perdoni, assecondi o riprenda, è sempre l'amore.

Ma questo amore ineffabile prende nomi diversi, secondo il suo agire: quando comanda, è potenza; quando asseconda, bontà; quan­do punisce, giustizia; quando perdona, misericordia. Così l'amore vive, agisce in Dio, e quale che sia la sua forma, è un unico amore, un'unica azione, un'unica forza. Dio, nella sua unità assoluta, im­mensa, profonda, senza limite, incommensurabile, eterna.

L'uomo è stato creato dall'amore, un amore fecondo, generoso, abbondante, che chiede solo di espandersi; amore di un Padre che vuole comunicare la sua vita; amore di artista che vuole generare capolavori. L'amore che asseconda colmò l'uomo innocente dei suoi doni. Dopo il peccato, l'amore che punisce, la giustizia, stava per colpire; ma l'amore che perdona, la misericordia, era pronto a fer­mare il braccio già alzato per colpire.

Il Verbo di Dio, generato dall'amore, che viveva nel seno del­l'amore, l'Amore stesso, si offrì per pagare il debito del colpevole. Fu amore che perdona e, durante una lunga catena di secoli, que­sto amore misericordioso si innalzò come un baluardo nel seno stesso di Dio, per riparare l'uomo peccatore dai colpi della giusti­zia irritata.

Dopo che l'umanità ebbe per molto tempo sofferto e pianto, dopo aver più volte bussato - con una lunga attesa - alla pietà di Dio, e averla commossa, il Verbo discese sulla terra. Si rivestì della nostra carne. Prese su di sé le nostre debolezze e la nostra mortalità: fu il nostro Cristo, il nostro Gesù. Venne, Amore inef­fabile, Misericordia incarnata, non solo per insegnare la verità, non solo. per illuminare con la luce di Dio l'intelligenza umana, ma so­prattutto per portare sulla terra il perdono del Padre, lavare nel proprio sangue le iniquità del mondo, spezzare i legami che trat­tenevano l'anima dell'uomo prigioniero del peccato. Gesù era lui stesso il grande perdono di Dio, perdono sostanziale e vivo, per­dono efficace e salvatore.

Non ci stupirà allora se diremo che l'inclinazione di Gesù fu la Misericordia, che il movimento soprannaturale, ma naturale per il suo cuore, fu sempre perdonare e assolvere.

Se noi seguiamo Cristo nei tre anni della sua vita pubblica; se noi camminiamo dietro di lui durante questo periodo così labo­rioso e fecondo del suo apostolato, lo vedremo senza sosta alla ricerca dei peccatori, continuamente impegnato a spezzare i legami di iniquità che avvolgono gli uomini. « Dio - dirà Gesù - non ha inviato il suo unico Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui »?

La missione di Cristo sarà compiuta in pienezza: sarà ardente nella ricerca delle anime, saprà abbassarsi fino alla miseria più pro­fonda del peccatore, per sollevarlo, fino alla santità di Dio.

Gesù ama coloro che vuole perdonare, che assolve. E tuttavia i peccatori, di fronte a Dio, sono i nemici mortali. Innanzittuto sono ingrati: avevano ricevuto tutto da Dio e, disprezzando la sua generosità divina, hanno dimenticato la sua bontà e calpestato il suo cuore. Poi sono ribelli: obbligati dal loro essere creature alla dipendenza e alla docilità, hanno scosso da sé il giogo dell'autorità di Dio, così le­gittima e dolce, e si sono fatti da se stessi maestri. Infine sono tra­ditori: era stato loro affidato il governo del mondo; dovevano custo­dire, per condurle a Dio, le creature inferiori e, tradendo la fiducia di Dio, hanno distolto le creature dal loro fine, costringendole quasi ad abbandonare il loro Maestro, loro Creatore, loro Signore.

E Gesù li ama, questi peccatori. E’ il suo amore per loro che l'ha fatto scendere dal cielo e venire sulla terra a faticare, soffrire e morire nel dolore e nell'ignominia.

Mentre cammina sulla terra che presto sarà arrossata dal suo san­gue, guardate come frequenta volentieri i peccatori, come s'intrat­tiene con loro, come accoglie con gioia tutti quelli che si presen­tano a lui. È spesso in mezzo a loro e testimonia loro tale e tanta bontà che i farisei gelosi dicono ai suoi discepoli: « Perché il vo­stro Maestro mangia con pubblicani e peccatori? ». E prendono pretesto per negare la divinità della sua missione dalla sua bontà misericordiosa: « Se fosse davvero un profeta - dicevano nella amarezza del loro cuore egoista e privo di compassione - saprebbe che questa donna che lo tocca è una peccatrice », e non ne sop­porterebbe il contatto. Erano ben lontani dal conoscere Gesù quelli che credevano che la miseria dovesse disgustarlo, e che il pecca­tore che piange fosse indegno della sua misericordia.

Un'espressione di Gesù, semplice e profonda, ci rivela, in po­che parole, sia l'inclinazione tutta misericordiosa del suo cuore, sia la missione affidatagli dal Padre, di perdonare e di assolvere: « Sono venuto - disse un giorno - a cercare e a salvare ciò che era perduto ».

Difatti, non è venuto solo per accogliere quelli che andavano a lui, per perdonare chi era pentito: ma per andare incontro ai peccatori, per cercare dappertutto quelle anime accecate dal pec­cato, trattenute dalla vergogna o dominate dalla viltà.

Durante questi tre anni di apostolato non farà altro che cercare le anime: girerà senza sosta città e villaggi della Giudea e della Galilea; dirigerà la sua barca su tutte le rive del lago di Genezareth; si spingerà nel deserto; passerà per i territori pagani di Tiro e Si­done, seguirà le rive del Giordano e le coste del mare; andrà a mescolarsi, rischiando la vita, alle folle dei pellegrini per le feste di Gerusalemme, frequenterà il portico del tempio dove discutono i dottori, la piscina delle pecore dove i malati si affollano.

Niente lo scoraggerà nelle sue ricerche; nulla spegnerà il suo desiderio inesauribile di trovare uomini da salvare. L'ardente pas­sione per la salvezza dell'uomo trasporta Gesù, raddoppia le sue forze, gli fa accettare fatiche innumerevoli, fino a condurlo al Pre­torio e al Golgota.

Colui che Gesù ha scelto per continuare la sua vita sulla terra, questo privilegiato che una partecipazione all'unzione di Cristo Sal­vatore rende salvatore e liberatore delle anime, il sacerdote, deve avere nel suo cuore questa fiamma ardente, questo veemente desi­derio, questa passione santa per la salvezza dei fratelli. Investito da Cristo del potere altissimo di perdonare e assolvere, non deve desiderare altro che di poter servirsene e, con ardore generoso, deve andare alla ricerca degli uomini con tutto lo slancio del suo cuore e, se necessario, anche con lunghi cammini o viaggi pericolosi.

Deve tentare tutto per salvare un'anima: dimenticarsi di se stesso, abbandonare vedute personali, cacciare lontano da sé ogni desiderio di riposo e ogni ricerca di soddisfazioni. Gesù non ha calcolato le sue forze e il suo tempo, li ha consumati interamente. Si è donato completamente, non ha sognato gioie troppo umane, una vita calma, la tranquillità assicurata. Non ha pensato di poter essere salvatore risparmiandosi, o di poter dare vita a molti senza gettare e perdere la propria.

Il prete di Cristo, erede dei suoi sentimenti, ha il cuore grande, l'anima ardente. Mietitore infaticabile nel raccogliere, per darli a Dio, molti covoni di uomini, vuole versare in abbondanza il perdono del Padre. Non gli importa se il sole brucia, se il sudore bagna il suo corpo stanco. Lo sa: quando sarà giunta la sera della sua vita, quando sarà finita l'ora del lavoro, troverà nell'amore di Cristo un refrigerio inesprimibile.

 

La Maddalena e Zaccheo

Nel suo cammino Gesù, sempre teso a perdonare e assolvere, incontrò tipi diversi di persone. Alcune, come Maddalena, venivano da lui di propria iniziativa.

La nausea del peccato si era un giorno impadronita della donna di Magdala. Una grazia interiore aveva spinto il suo cuore a tor­nare al bene; una parola di Gesù, udita quasi per caso, aveva vinto le sue ultime resistenze. Era venuta a prostrarsi ai piedi del Cristo. In mezzo alle lacrime aveva fatto la confessione umiliante dei suoi errori. Addolorata, ma anche piena di fiducia, era rimasta là, ba­ciando i piedi di Gesù e attendendo quell'assoluzione che doveva liberarla dalle sue catene, quel perdono che l'avrebbe resa per sem­pre la felice conquista dell'Amore Infinito.

Cristo aveva riconosciuto in lei un'anima di elezione, uno di quei cuori ardenti che il piacere può affascinare per qualche istante, ma per i quali gli amori terreni sono troppo freddi, instabili e brevi. Questi cuori, attratti dall'Amore Infinito ma all'oscuro della via che vi conduce, si lasciano qualche volta ingannare dal miraggio degli affetti umani; scendono a poco a poco fino in fondo, ma non sanno rassegnarsi a rimanervi.

Maddalena era fatta così. La sorella di Marta e di Lazzaro, tra­dita dal suo cuore, aveva dimenticato le tradizioni sante del suo popolo e gli esempi dei suoi; era caduta nel peccato, gettando la sua famiglia nel dolore e nella vergogna. Ma la sua anima era troppo alta per sentirsi soddisfatta nel male; il suo cuore era troppo gran­de per accontentarsi dell'amore delle creature; doveva appartenere a Cristo, e Cristo la conquistò.

Una dolce emozione penetrò il cuore di Cristo quando vide davanti a sé questa donna, che era sì caduta ma che una sua sola parola avrebbe rialzato, rendendola bella con il perdono. Gesù ve­deva in lei virtù ammirevoli: la fede, giacché di sua iniziativa ve­niva a chiedere perdono; la speranza, una fiducia senza limiti la trat­tenevano ai piedi di Gesù; l'amore l'aveva soggiogata e vinta. La parola di Gesù « Ti sono rimessi i tuoi peccati » è la risposta alle lacrime e alla fiducia amorosa di Maria.

In seguito Gesù non l'abbandona. Continua a formare la sua anima, le chiede a volte atti di eroismo. La conduce lentamente verso l'eterna beatitudine, da Magdala a Betania, da Betania al Calvario e di lì al cielo, passando per l'abnegazione del « Noli me tangere » e per le persecuzioni di Gerusalemme.

Gesù fa di questa peccatrice un miracolo di amore. Sarà la santa, l'amante, la prediletta del suo cuore e l'opera del suo perdono mi­sericordioso.

Tra le persone che Cristo ha incontrato, altre, come Zaccheo, avevano peccato seguendo la strada larga e facile che traccia lo spi­rito del mondo. Il ricco pubblicano di Gerico, arrivato all'opulenza con mezzi più o meno onesti, gioiva dei piaceri della vita, senza fastidi e senza rimorsi. Una grazia segreta aveva però una volta messo in lui un vago desiderio di una vita migliore. Ma non era stato che un pensiero momentaneo, su cui l'urgenza degli affari, l'amministrazione delle sue ricchezze non gli avevano permesso di soffermarsi. La fama dei miracoli di Gesù era comunque arrivata fino a lui; improvvisamente viene a sapere che presto arriverà nella sua città. Una curiosità che lui pensa naturale - e che non è altro che un tocco benefico della grazia - lo spinge a desiderare di vederlo. Non ci tiene a parlargli. Gli sembra di non avere niente da dirgli, vuole solo vederlo, studiare quest'uomo straordinario il cui nome è sulla bocca di tutti, e che le folle acclamano.

Le critiche e il disprezzo dei Giudei non avevano affatto tur­bato Zaccheo nella sua vita lussuosa e comoda; e il rispetto umano non lo ostacola molto, quando vuole vedere Gesù. Sale su uno dei sicomori che crescono lungo la via principale di Gerico, e da lassù aspetta il passaggio del Maestro.

Mentre lo guarda avanzare lentamente, circondato dalla folla, sente all'improvviso lo sguardo di Gesù fissato su di lui. Quello sguardo profondo e dolce, luminoso, che penetra fino in fondo al­l'anima, lo scuote stranamente; ed ecco che si sente chiamare per nome: « Zaccheo, sbrigati a scendere, perché oggi vengo a pranzo a casa tua ». A casa sua! Non riusciva a convincersi di aver capito bene. Sconvolto fin nel profondo del cuore per questa delicatezza del Maestro, non poteva nemmeno rispondere. Corse a casa sua; diede ordini, fece preparare tutto: voleva che Gesù trovasse da lui un'ospitalità abbondante e magnifica.

Ben presto, il Figlio di Davide, il grande profeta di Israele, sempre seguito dalla folla, si presenta alla porta della sua sontuosa abitazione. Nell'animo di Zaccheo si succedono varie emozioni: una viva luce gli fa vedere l'ingiustizia della sua vita. La bontà di Gesù, che si è degnato di sceglierlo come ospite, malgrado il disprezzo generale di cui è oggetto da parte dei Gíudei, gli sembra così mi­sericordiosa e dolce che il suo cuore ne è profondamente toccato. Vedendo il Cristo poveramente vestito, che vive di elemosina, che passa facendo del bene, diffondendo la luce e la pace, il viso se­reno, lo sguardo colmo di misericordia e la mano sempre alzata per benedire, il ricco pubblicano capisce la vanità delle false ricchezze in cui fino allora ha riposto la propria felicità. Capisce di essere fatto per qualcosa di più grande, più utile, migliore.

In piedi di fronte a Gesù, che ha accolto come un re nella sua casa, con il cuore aperto, con la volontà interamente volta al bene, Zaccheo inizia a dire: « Ecco, io do la metà dei miei beni ai poveri, e se ho fatto torto a qualcuno in qualche cosa, gli renderò quattro volte tanto ».

Non dice che « darà »: dà, ha già deciso, e se ha commesso ingiustizie (è facile commetterne quando l'amore delle ricchezze do­mina il cuore), le ripara generosamente.

È grande la gioia di Gesù quando Zaccheo risponde così fedel­mente alla sua grazia. Il suo sguardo misericordioso non si è po­sato invano su quell'uomo; i suoi approcci pieni d'amore questa volta non sono stati respinti. Vedendo l'opera sublime compiuta dalla sua misericordia, Gesù esclama: « Oggi la salvezza è vera­mente entrata in questa casa! ». E, tuffando di nuovo il suo sguar­do limpido nelle profondità intime di quell'anima rigenerata dal suo amore, dice: « Quello è davvero un figlio di Abramo ».

Poi aggiunge, splendida sintesi della sua vita: « Il Figlio del­l'uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto ».

 

La Samaritana

Gesù non incontrava tutti i giorni sul suo cammino anime facili da conquistare. A volte doveva bussare per molto tempo alla porta degli uomini, stancarsi a cercarli, lottare con loro. Ne vediamo un esempio nella conversione della Samaritana. Il Signore, nel suo amore preve­niente, aveva visto nella città di Sichar molti che attendevano la salvez­za. In mezzo a loro, aveva vista una donna peccatrice e, nella sua mi­sericordia, aveva deciso non solo di allontanarla dal male, ma di farne l'apostolo dei suoi concittadini.

Molto spesso Gesù aveva preso di fronte al Padre l'atteggia­mento umile di chi supplica; molto spesso aveva donato la grazia del suo amore a persone che colpevolmente avevano resistito alla sua volontà di salvezza. Un giorno, tuttavia, volle tentare una spe­cie di ultimo assalto, e prese con i discepoli la via della Samaria. Si avvicinavano a Sichar. Il sole di mezzogiorno splendeva sulla pianura, coprendo di luce dorata il Garizim, laggiù all'orizzonte. Il grano, non ancora maturo, ondeggiava lontano sotto il soffio del vento. Sul bordo della strada, la fontana del Patriarca, all'ombra dei palmizi. Gesù si fermò, stanco. Lasciò che i discepoli conti­nuassero il cammino verso la città, e andò a sedersi, pensoso e tri­ste, accanto al pozzo di Giacobbe.

Ci dobbiamo stupire di fronte a questa debolezza di un Dio, a questa stanchezza che è anch'essa un mistero? Senza dubbio, non era solo la fatica del viaggio che pesava su Gesù. Era piuttosto il peso dei peccati degli uomini che premeva sulle spalle di colui che per questi peccati si offriva come vittima di amore. Era un peso che lo piegava. Le lunghe resistenze della peccatrice di Sichar, l'av­vertire che molti lottavano contro la sua misericordia, gettavano Gesù in una tristezza profonda. Anche il battito del suo cuore, pieno di amore, risentiva di questo dolore; anche il suo corpo era piegato, indebolito.

Ben presto, vide venirgli proprio quella donna per la cui sal­vezza aveva già molto sofferto e pianto. Cosa si poteva ancora fare? Dottrine piene di errori, di cui era stata nutrita fin dall'infanzia nella sua terra di Samaria, in cui qualche brandello della rivela­zione di Dio si mescolava all'idolatria più grossolana; influenze di­verse esercitate su di lei dai molti uomini cui si era di volta in volta data; tutto questo aveva falsato il suo animo e corrotto il suo giudizio. Un carattere tenace, razionale, portato all'ironia; una na­tura sensuale, nemica del lavoro e dello sforzo erano altrettanti osta­coli sul cammino della sua conversione. Gesù non si lascia scorag­giare. Non è venuto per i sani, ma per i malati. E’ la risurrezione e la vita, e vuole risuscitare questa donna, che vede con chiarezza morta al suo amore.

Gesù inizia dunque con la peccatrice il colloquio che ci ha tra­smesso il Vangelo. Il rispetto di Gesù per la persona, la prudenza che accompagna tutte le sue parole e tutte le sue azioni, la sua dol­cezza e pazienza, la sua umiltà si rivelano qui altrettanto che la sua profonda conoscenza del cuore dell'uomo. Chiede dapprima alla Sa­maritana un piccolo servizio. Sopporta, senza scomporsi, le sue impertinenze. Penetra a poco a poco nel suo cuore, stimolando abil­mente la sua naturale curiosità. La porta anche a dichiarare l'irre­golarità della sua posizione. È soltanto quando lei stessa dice « Non ho marito » e che Gesù le mostra di conoscere il peccato in cui lei vive. Ma lo fa semplicemente, senza traccia di rimproveri, sa­pendo bene che lei non può accoglierli; senza ferirla con il disprezzo, senza umiliarla con parole dure.

Questa dolcezza, questo sguardo che legge nel profondo del suo cuore, danno alla donna il coraggio di confidarsi con Gesù. E lui, con bontà, risponde alle sue domande, chiarisce i suoi dubbi, illu­mina i suoi pensieri. E le annuncia la sua missione. La Samaritana, tutta agitata, ritorna in fretta in città. Un turbamento strano si è impadronito di lei, è assalita da pensieri che non ha mai avuto. Sotto l'influenza della grazia si opera in lei, che ancora non ne ha coscienza, un cambiamento. Quando entra in Sichar, si sente spinta a dire a tutti quelli che incontra: « Venite, venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto: non sarà il Cri­sto? ». Non sa ancora se deve credere; ma capisce che quest'uomo così puro, così solenne e dolce insieme, che le ha parlato lungo la strada, non è un uomo qualunque. La Samaritana vuole che gli altri giudichino.

La sera di quello stesso giorno, quando, chiamato dagli abitanti, Gesù entra in Sichar, ritrova la peccatrice. L'amore l'ha trasformata. Viene incontro al suo Salvatore, non per confessare delle colpe che Gesù già conosce, ma per ricevere un perdono che la sua fede e il suo pentimento reclamano, e che Gesù è impaziente di darle. La misericordia aveva vinto ancora una volta. Aveva fatto di una crea­tura miserabile in cui tutto sembrava impuro e viziato una persona arricchita dall'amore, un apostolo della verità, un trofeo di gloria per il Cristo. Era un miracolo nuovo. E quando, due giorni più tardi, Gesù partì dalla città, proprio coloro che aveva attirato verso il suo amore, illuminato con la sua verità e salvato con la sua mi­sericordia, gli diedero per la prima volta, a una sola voce, il nome di Salvatore.

Già diciannove secoli hanno ripetuto questa parola di gioia dei Samaritani: « È veramente il Salvatore del mondo ». E Molti altri secoli, forse, la ripeteranno; gli echi dell'eternità la faranno risuo­nare senza fine. Gesù è il Salvatore del mondo perché è la Miseri­cordia; e il mondo ha molto bisogno di una misericordia che perdona...

 

L'indemoniato

Gesù passava di città in città, di villaggio in villaggio facendo del bene. Si trovò spesso di fronte a una categoria di uomini le cui sofferenze lo colpivano in modo particolare e profondo.

Le folle, entusiasmate dai suoi prodigi, gli portavano da ogni parte una moltitudine di ammalati e di indemoniati perché li libe­rasse. Molti fra loro, senza dubbio, potevano anche non essere in stato di peccato; il diavolo può, per un permesso di Dio, posse­dere i corpi; ma è soltanto con la volontà dell'uomo che può posse­dere la sua anima. Altri tuttavia soffrivano sotto il giogo pesante di una duplice possessione: del corpo, e anche dell'anima. Possia­mo immaginare il dolore di Gesù vedendo gli orribili stravolgi­menti operati nel cuore dell'uomo dalla presenza dello spirito del male. Guardiamo allora con quale dolcezza e pietà, con quale pre­mura rendeva presente la sua potenza divina per scacciare lo spirito delle tenebre. A prima vista, quando leggiamo i Vangeli, Gesù sem­bra fare uso soltanto della sua autorità sovrana e dell'onnipotenza della sua parola per liberare gli indemoniati. Ma un passo del Van­gelo ci fa vedere che utilizzava anche altri mezzi.

Un giorno, Gesù scendeva dal Tabor. Tornava dall'aver lasciato apparire ai suoi tre discepoli prediletti un riflesso splendente della sua gloria, e il suo volto conservava ancora le tracce della luce divina della Trasfigurazione. Una grande folla era raccolta ai piedi della montagna; alcuni discepoli discutevano; l'atmosfera era ecci­tata. Gesù, arrivando, si preoccupò della causa di tanta agitazione. Gli risposero che un giovane, posseduto dal diavolo, era stato por­tato ai discepoli perché facessero su di lui gli esorcismi, ma che questi non avevano risolto nulla. Ed ecco che Gesù chiama a sé il padre del giovane indemoniato. Gli chiede anzitutto un gesto di fede e di confidenza; poi si fa portare il giovane, parla con potenza allo spirito maligno, libera l'indemoniato e lo rende, guarito, a suo padre. La folla si ritira. Gesù entra in una casa vicina con i discepoli, e questi lo interrogano sul loro insuccesso, che li ha stu­piti. E Gesù fa vedere loro l'insufficienza della loro fede. Li invita a non fidarsi soltanto delle loro azioni, ma ad entrare nella potenza divina per una confidenza umile, senza limite, nella bontà infi­nita di Dio. Poi aggiunge: « Sono necessari preghiera e digiuno per cacciare questo genere di demoni ».

Una piccola frase. Ci dice che Gesù pregava, che faceva peni­tenza per la salvezza degli uomini. Quelle lunghe preghiere che occu­pavano un'intera notte, quelle privazioni di ogni genere cui si sot­toponeva volontariamente; quei lunghi viaggi a piedi, quei digiuni prolungati, quel dormire sulla nuda terra: sono i mezzi che servi­vano a Gesù per liberarci dalla schiavitù di satana.

Possiamo chiederci se ce n'era bisogno. Verbo del Padre, per cui tutte le cose sono state fatte, una sola parola uscita dalla sua bocca, un solo moto della sua volontà sarebbe stato più che suffi­ciente a cacciare qualunque demonio. Non dimentichiamo però che Gesù si era fatto nostro modello. Quello che lui poteva fare per virtù divina, non lo possiamo certo fare noi, per quanta ricchezza possiamo avere di doni divini.

L'umanità di Gesù priva di peccato non era di nessun ostacolo all'azione della sua divinità. Poteva sempre agire in Dio. Non aveva certo bisogno di ricorrere ad altri mezzi. La nostra umanità, mac­chiata dal peccato, oscurata da quella moltitudine innumerevole di imperfezioni e debolezze in cui cadiamo ogni giorno, è un ostacolo permanente all'azione dell'amore di Dio in noi, e alla piena effu­sione dei suoi doni nella nostra vita.

Il prete è rivestito, in Cristo, dei suoi poteri di Dio e, chiun­que e comunque sia come persona, resta sempre un prete. Dal gior­no in cui il carattere del sacerdozio è stato impresso in lui, ha potuto compiere gli atti del sacerdote. È entrato nella partecipazione della potenza divina per consacrare, assolvere, sacrificare. Può peccare: è sempre prete; prete indegno, è vero, oggetto d'orrore per Dio e di scandalo per il mondo. Il suo carattere sacro, splendente sulla sua fronte, non farà che illuminare la profondità della sua miseria e il triste naufragio d'ogni sua grandezza: ma è sempre prete: Tu es saceddos in aeternum.

Può consacrare, assolvere, sacrificare; ma la pioggia di grazie speciali che Dio offre al prete; la potenza d'amore sugli uomini per condurli a Dio; l'autorità sugli spiriti malvagi per metterli in fuga; la luce interiore per discernere la voce di ogni uomo, i disegni di Dio su di lui, la via lungo la quale condurlo; il coraggio per soste­nere le fatiche dell'apostolato o i rigori della persecuzione; la sa­pienza per difendere la verità; la forza per conservarsi casto; i privilegi, i doni, le grazie destinate da Dio al suo sacerdote, gli sono date soltanto in misura del suo amore e della sua purezza.

Per ottenere, per conservare, per accrescere in sé l'amore e la purezza, il prete deve ricorrere alla preghiera e alla penitenza. È per questo che Gesù disse ai discepoli: « per cacciare questo genere di demoni... »; per avere una potenza, in tutto simile alla mia; per fare ciò che io faccio, alla grande grazia del sacerdozio che io vi comunicherò e di cui siete già in parte rivestiti, aggiungete ancora la preghiera e la penitenza.

 

Il sacerdote perdona con Gesù

Il prete, seguendo Gesù, incontra gli uomini che Gesù stesso ha incontrato. Qualche volta, trova sulla sua strada anche qualcuno posseduto da uno spirito malvagio. Potrà tentare molte strade: con­vincerlo, ad esempio. Ma questi uomini sono ormai troppo lontani dal prete perché possa loro giungere la sua voce. Potrà cercare di conquistarseli con benefici e gesti di amicizia, ma essi fuggono la sua presenza e respingono i suoi doni.

Non resterà allora che inginocchiarsi in preghiera, chiedere mi­sericordia, importunare l'amore di Dio; bisognerà aggiungere alle proprie suppliche le opere della penitenza, rinnovare nella propria carne le sofferenze di Cristo o, almeno, imporre ai propri sensi il giogo salutare della mortificazione che Gesù ha costantemente por­tato su di sé. Così, unendo la preghiera e la penitenza alla fermezza di una fede illuminata e di una confidenza senza limiti, il prete acquisterà la potenza per scacciare i demoni da coloro che ne sono posseduti, e per distruggere l'influenza nefasta che essi esercitano sul mondo.

Altre volte il prete incontrerà qualcuno come la Samaritana, che bisognerà saper attendere per molto tempo, e presso cui biso­gnerà agire con molta prudenza. Incontrando persone così, pregherà per loro. Sarà paziente per attenderle, coglierà con attenzione ogni occasione per far loro un po' di bene. Trattando con loro, imporrà il rispetto con una modesta gravità. Le convincerà non con discus­sioni violente o con infuocate controversie, ma con parole misu­rate, benevole, semplici e luminose, sempre umili. Toccherà il loro cuore con una bontà senza debolezza e un autentico interessamento. Come Gesù, non si stupirà mai del male (questo genere di stupori fa soffrire molto i peccatori... ). Non sembrerà mai stanco di ascol­tare, e nemmeno scandalizzato dalle loro confessioni. E arriverà così, poco alla volta, a rivelare loro Cristo, il Salvatore.

Se il prete incontra degli Zaccheo, di quegli uomini cioè in fondo buoni, ma senza luce, che non vedono altro che i loro affari, sciupati dai piaceri e irritati dall'intolleranza di qualche cristiano con lo spirito del fariseo, si avvicini a loro a cuore aperto e dia, con la propria vita, l'esempio di quel che è un cristiano, fino a far vedere in sé Gesù: Gesù con il suo amore grande, con la sua semplicità; e questi uomini riconosceranno da se stessi la miseria della loro vita, la vanità dei beni cui sono attaccati. Guadagnati dalla mansuetudine e dagli esempi del prete, torneranno a Gesù, Unico Sacerdote.

E se Cristo mette sulla strada qualche Maddalena, il prete la accolga come un dono dalle sue mani. La purifichi, la istruisca, la circondi di attenzioni vigilanti. La coltivi con amore, perché pro­duca quei frutti squisiti di virtù perfette che Cristo attende da lei. Persone così sono un dono divino che Gesù fa al sacerdote, ed egli può amarle, docili sotto la sua mano e obbedienti alla sua voce, e le può aver care più delle altre; ma sempre e soltanto con l'amore di Cristo.

Questo amore di Cristo, tenero come il cuore di una madre, ardente come il cuore di una vergine, puro come il cuore di un bambino, forte, generoso e fedele come il cuore di un padre! Come il prete partecipa alla potenza di Cristo, così deve anche partecipare a questo amore. Non è autenticamente sacerdote se non vive della vita di Gesù, se non agisce attraverso le azioni di Gesù, se non ama attraverso l'amore di Gesù. Deve aderire a Cristo, ispirarsi ai suoi esempi, consigliarsi con lui, lasciarsi istruire da lui.

La missione del prete è difficile. È una missione tutta di amore e di misericordia. Esige illuminazioni profonde, molta prudenza, una dedizione senza limiti e una pazienza che non si stanca. Solo Gesù Cristo, Dio e Uomo, poteva realizzarla completamente; e lo possono fare coloro che, trasformati da Cristo e viventi di lui, non hanno, con lui, che un solo cuore e un'anima sola.

Gesù, abbiamo detto, è l'amore che perdona. Per questo, anche se è particolarmente unito alle anime belle e pure che hanno sem­pre conservato lo splendore della somiglianza con Dio, ha una in­clinazione, forse ancora più affettuosa, per quelle che ha purificato. « C'è più gioia in cielo per un peccatore che si converte che per novantanove giusti ». Questo cielo è il cuore di Cristo, taberna­colo dell'Amore Infinito da cui prorompe la gioia quando in un uomo si realizza la missione del Salvatore.

Gesù ha spesso pianto sui peccati del mondo. Ha versato lacri­me amare e lacrime di sangue su chi rifiutava la sua misericordia. Molte volte ha sparso il suo dolore sull'infedeltà di Gerusalemme. Molte volte, prosternato al cospetto del Padre, ha prolungato la sua preghiera e pianto per ottenere a un uomo la grazia preziosa del pentimento. Al Getsemani, non solo i suoi occhi ma il suo corpo intero piangeva lacrime di sangue. La terra era impregnata di que­sta rugiada d'amore che Gesù versava su di essa per fecondarla. Gesù ha pianto spesso su di noi.

Il Vangelo non parla del suo sorriso; tuttavia ha sorriso spesso. Sorrideva a Maria, sua madre immacolata. Sorrideva all'innocenza dei bambini che gli si avvicinavano a frotte. Sorrideva ai discepoli, alla sera di giornate faticose, per riconfortarli e rallegrarli. Sorri­deva alla sofferenza come a una sposa molto amata attraverso cui gene­rava popoli di salvati e di eletti.

Ma il sorriso più dolce di Cristo, quello che riservava al Padre e di cui nessuno ha sorpreso la gioia, veniva la sera, quando Gesù si ritirava in solitudine a pregare: in quelle sere che venivano dopo un giorno in cui aveva perdonato, in cui aveva spezzato le catene ai prigionieri del male. E’ allora che viveva la gioia. E là, sotto la volta del cielo in cui scintillavano le stelle, di fronte al suo Pa­dre dei cieli che lo stringeva con amore, sorrideva estaticamente, in un rapimento divino.

 

Signore, Amore Infinito, misericordiosa bontà, che sei venuto fra noi a cercare quello che era perduto, a purificare ciò che era macchiato, a risollevare chi era caduto, dona ai tuoi sacerdoti l'amore e la tenerezza di cui è ripieno il tuo cuore. Fa' che coloro che ti imitano, i preti, si mettano, con coraggio instancabile, alla ricerca delle pecore smarrite e che, colmi di pietà e di amore, dopo aver fasciato le loro ferite, le riportino nel tuo ovile. Dona ai tuoi preti la grazia di raggiungere la profondità del cuore degli uomini. Da' loro la consolazione di guadagnare molti al tuo amore, perché un giorno possano sentirsi dire da te: - Venite, servitori buoni e fedeli, entrate nella gioia del vostro Signore ». Amen.

 

CAPITOLO IV

Gesù consola

Il dolore non è stato affatto creato per l'uomo; doveva essere l'eredità soltanto degli angeli ribelli e decaduti che, separandosi dal­l'Amore eterno con un atto libero e abusivo della loro volontà, si erano votati per sempre a un odio eterno.

Dopo il peccato dell'uomo, quando il progetto divino, realizzato dall'Amore Infinito per la felicità della sua creatura prediletta, fu sconvolto e distrutto, il dolore, infrangendo le sue dighe, si preci­pitò sull'umanità come un torrente in piena.

L'uomo cominciò allora a soffrire in ogni parte del suo essere. Soffrire nel corpo: il lavoro e le sue fatiche, le intemperie del clima, le molestie delle malattie, gli accidenti improvvisi si unirono per fargli sperimentare la sofferenza. La meravigliosa struttura del suo corpo, la raffinatezza dei suoi organi, la perfezione dei suoi sensi, che dovevano servire a moltiplicare le sue gioie, contribui­rono soltanto più, dopo il peccato, a moltiplicare i suoi tormenti. Nessuna delle sue membra, neppure una fibra della sua persona può essere, presto o tardi, risparmiata dal dolore.

Soffri nel suo cuore. Questo strumento armonioso dell'amore, che non doveva risuonare se non sotto il tocco delicato della mano di Dio, si trovò ad essere tormentato dalle mani inesperte delle creature. Le sue corde fragili e melodiose si spezzarono l'una dopo l'altra sotto i colpi dell'ingratitudine, dell'odio, dell'abbandono per gli strappi causati dalla morte, per le tristi infedeltà e le disillu­sioni amare.

Soffri nella sua anima. Creata a immagine di Dio, era stata do­tata di possibilità meravigliose, il cui esercizio pieno e perfetto doveva offrire gioie sublimi. Ma il peccato, gettandovi le sue ombre, paralizzando i suoi slanci, vi fece entrare il dolore. L'intelli­genza dell'uomo soffrì la sua impotenza a conoscere, a penetrare i misteri appena intravisti. La sua memoria soffrì il ricordo dei do­lori passati o delle gioie perdute. La sua volontà soffrì le proprie ribellioni, incertezze e instabilità. L'uomo soffrì nella sua imma­ginazione i timori per il futuro; soffrì infine in tutto il suo essere e in ogni tempo della sua vita.

Già nella culla, piangeva; lacrime senza dubbio incoscienti, ma reali. E vagiva con gemiti di pianto. La sua infanzia, la sua adolescenza, la sua maturità ebbero le loro preoccupazioni e i loro lutti. La sua vecchiaia ebbe la solitudine, le infermità e i rimpianti. Poi venne la morte, con l'agonia e l'angoscia e le ultime lacrime, versate già sull'orlo della tomba.

Attraverso i secoli, questo dolore umano salì come un grido disperato verso il cielo, chiamando un Consolatore, perché l'uomo, quando soffre, ha bisogno di essere consolato. È troppo debole per portare da solo il peso del dolore; ha bisogno di un aiuto, di un sostegno; ha bisogno di una mano per asciugare le sue lacrime e per fasciare le sue ferite; di un braccio per essere sorretto, di una voce che lo incoraggi e lo sollevi, di un cuore amico in cui possa rifugiarsi.

Dal seno dell'Amore Infinito un'eco rispose a questo appello, a questa supplica: l'incarnazione del Verbo. Gesù, l'Agnello di Dio, colmo di dolcezza e tenerezza, venne in mezzo alla nostra desola­zione. Venne non solo per portare all'uomo ignorante la luce della verità e al peccatore il perdono delle colpe; all'uomo sofferente e solo portò il balsamo celeste della consolazione.

Nessuno meglio del Verbo incarnato poteva essere il consola­tore. Abbraccia tutti i dolori e ha tanto amore da poterli alleviare. E’ Dio. Conosce, nella sua intelligenza infinita, ogni minima de­licatezza delle sue creature, e sa bene i turbamenti che il peccato vi ha portato. Vede le lotte intime dell'uomo, i suoi dolori più segreti.

E’ Uomo. Ha sperimentato in se stesso tutte le sofferenze del­l'umanità. Nella sua Passione, la sua carne, bagnata dal sangue del­l'agonia, straziata dalla flagellazione, ferita dalle spine e dai chiodi, ha sofferto il martirio più doloroso. Il suo cuore così ricco di amore è stato spezzato da ingratitudini e gelosie, dall'odio e dall'abban­dono. La sua anima ha conosciuto la tristezza e il terrore, torture indicibili e angosce mortali.

Conosce i nostri dolori. E questo illumina le sue parole: « Ve­nite a me, voi tutti che soffrite e che siete oppressi, io vi conso­lerò ». Cristo chiama i sofferenti di questo mondo, gli addolorati, i disperati; tutti coloro che portano, nel corpo, nel cuore o nell'anima, una ferita sanguinante che deve essere guarita.

Sembra impossibile che possiamo essere consolati: le nostre sof­ferenze sono troppo numerose, i nostri dolori troppo profondi, fino a sembrare qualche volta senza rimedio. Cristo ci consola con il suo Cuore, in cui l'Amore Infinito si è stabilito, da cui si span­dono su di noi le ondate della consolazione di Dio.

Durante la sua vita, abbiamo visto Gesù, tenero come una ma­dre, chinarsi sull'umanità sofferente e versarvi il balsamo che alle­via il dolore e guarisce la malattia. E dopo il suo ritorno trionfale nella gloria, quando non può più continuare la sua missione di consolatore in forma umana, non abbandona i suoi; invia lo Spirito Santo, lo Spirito di amore che procede dal Padre e dal Figlio. Cri­sto stesso consolerà gli uomini attraverso la conoscenza delle verità eterne, attraverso la consacrazione soprannaturale dell'Amore Infinito.

Ma questa azione di consolatore si manifesterà soprattutto at­traverso la Chiesa, e nella Chiesa attraverso il prete. La Chiesa e il sacerdozio sono i grandi doni che Cristo consolatore ha fatto al suo popolo. La Chiesa, autenticamente madre, sempre pronta ad asciugare le lacrime; sempre pronta ad accogliere nelle sue braccia, a cullare sul suo cuore i figli che soffrono. Il sacerdote, rappresen­tante di Gesù, colmo della grazia dello Spirito Santo, che si china, come Gesù, su ogni dolore umano, e su ogni sofferenza versa la consolazione...

 

Gesù consola la sua gente

Con l'aiuto del Vangelo seguiamo ora Gesù nella sua missione di consolatore. Durante i tre anni della vita pubblica non si accontenta di insegnare e di perdonare i peccatori. Passa, dolcissimo consolatore, in mezzo alle miserie degli uomini, guarendo i corpi sofferenfi, medicando le ferite dei cuori piagati, diffondendo la sua pace, quella pace che supera ogni sentimento e placa ogni dolore.

All'inizio del suo ministero, comincia col trasformare le nostre opinioni sul dolore. Prima di lui, la sofferenza era un'umiliazione e il dolore una vergogna; un corpo ammalato era oggetto di orrore, il gemito dei cuori spezzati non trovava alcun'eco. Ma quando sulla montagna proruppe in questo grido: « Beati i poveri... Beati quelli che piangono... Beati quelli che soffrono... » l'uomo conobbe il valore del dolore. Scoprire questo valore inestimabile; sapere ciò che esso espia, ciò che ottiene, ciò che merita. Qualche giorno di sofferenza sulla terra, confrontato con il peso immenso di gloria che sarà eternamente nostro, è una consolazione. Ci aiuta a guardare in alto: fortifica la nostra volontà, naturalmente debole di fronte alla sofferenza; moltiplica il nostro coraggio con la prospettiva di ricompense immortali.

Per farci vedere fino a che punto il dolore è degno della no­stra stima, Gesù lo prende come sua parte d'eredità. Lo sceglie pre­ferendolo ad ogni gioia. Si sottomette, come abbiamo visto, a ogni sofferenza che travaglia la nostra debole umanità. Si fa povero per consolare i poveri; vuol essere respinto e calunniato per incorag­giare quelli che il mondo respinge e perseguita. Soffre volentieri in tutta la sua persona, perché noi lo incontriamo al nostro fianco in ogni nostro dolore. La sua pietà verso i malati è profonda. Non può ascoltare il loro pianto senza esserne commosso, e lo vediamo affrettarsi per rialzarli e guarirli. È per loro che usa la sua potenza di Figlio di Dio. Non allontana nessuno, per quanto umile, mise­rabile, ripugnante sia. « Tutti coloro che avevano dei malati, afflitti da malattie diverse, li portavano à Gesù. E Gesù, imponendo loro le mani, li guariva ». Si sposta infaticabile da un luogo all'altro, verso chi ha bisogno del suo aiuto. Usa parole piene di dolcezza, trova con delicatezza la parola giusta da dire al malato che si pre­senta a lui...

Ricco di compassione, ascolta l'umile preghiera dell'ufficiale di Cafarnao, che osa appena sollecitare il Maestro per la guarigione del suo bambino ammalato. Gesù lo vede prostrato dal dolore; gli dice soltanto: « Va', tuo figlio vive ».

Al paralitico che lo supplica di essere guarito, e che insieme sente il dolore di un passato di peccatore: « Coraggio, figlio mio, i tuoi peccati ti sono perdonati ». La guarigione del corpo non basta a consolare chi soffre anche del ricordo dei suoi errori: bi­sogna anzitutto rasserenare questa tristezza con il dono del perdono. Un giorno, in mezzo alla folla, Gesù è colpito da una grande tristezza. Una donna si sforza di avvicinarsi a lui, perché pensa: « Se soltanto tocco l'orlo della sua veste, sarò guarita ». Gesù ha compassione; lascia sfuggire da sé qualcosa della sua potenza, ed ecco che l'ammalata si sente esaudita. Turbata da quanto ha osato fare, e ancor più per gli sguardi che la circondano, resta lì immo­bile e confusa. Ma Gesù trova una parola di consolazione: « Co­raggio, figlia mia, la tua fede ti ha salvata ». È stata la fede a portare questa donna in mezzo alla folla. Cristo, che legge nei cuori, lo sa, e con queste sole parole « La tua fede ti ha salvata » la consola delle faticose ricerche che ha dovuto fare per avvicinarsi a lui, delle lunghe attese che ha sopportato nella speranza di incontrare il suo Salvatore.

Un'altra volta, Gesù visita la piscina delle pecore. Numerosi ma­lati sono in attesa del miracoloso movimento delle acque. Fra loro, Cristo ha notato un ammalato con il volto triste e abbattuto. Que­st'uomo non chiede nulla. Non supplica dal Maestro né la guari­gione né l'elemosina; non sa che il Cristo ha il potere di rendergli la salute. Gesù è spinto dal suo amore verso questo dolore muto, e si rivolge al paralitico: « Vuoi guarire? ». Gesù si china verso questo emarginato; verso colui che nessuno veniva a soccorrere e aiutare. Consolatore, porta la guarigione e la gioia. E quando Cristo incontra persone straziate per la morte di qualche persona cara, con­divide quel dolore, si affretta a fare uso della sua onnipotenza per ridare la vita a chi tanto amano.

Giaìro è caduto nella disperazione. La sua unica figlia sta mo­rendo, anzi è già morta. Il suo abbattimento è così profondo, che appena può credere che Gesù nella sua potenza possa rendergli la sua bambina. Lo chiama, tuttavia, e Gesù accorre, ansioso di con­solare questo padre addolorato. « Non temere - gli dice dolce­mente - soltanto credi, ed ella sarà salvata ». E la bambina, risu­scitata, è resa ai suoi genitori smarriti.

Ma non è ancora abbastanza per l'amore di Gesù. Vuole che essi abbiano la gioia non solo di vedere la propria figlia viva, ma anche in piena salute e in forze. « E ordinò che le fosse portato da mangiare. Così - dice il Vangelo - furono pieni di ammi­razione e di gioia ».

Durante i suoi viaggi, entrando nel villaggio di Naim, Gesù vede una madre in lutto. Segue il funerale del suo unico figlio. Cristo è commosso da questo dolore di una madre, vuole consolarla. Si avvicina alla donna in lacrime: « Non piangere più », le dice, e il giovane, risuscitato dalla parola onnipotente del Maestro, è restituito a sua madre.

Lazzaro è appena morto. Gesù, che lo amava come un amico fedele, è triste. Si addolora, forse, ancor più per Marta e per Maria, che sa abbattute sotto il peso del dolore. Si sente spinto ad andare a consolarle e si incammina alla volta della Giudea, malgrado gli avvertimenti prudenti che lo sconsigliavano di ritornarci. Arrivato a Betania, incontra Marta, e si sforza di risollevare il suo abbatti­mento ricordandole la vita eterna e l'eterno incontro. Maria, a sua volta, riceve consolazioni soprannaturali; ma la peccatrice conver­tita, dal cuore così capace di amare, è in quella disperazione di spi­rito che rifiuta ogni conforto.

Gesù è turbato di fronte a così profondi dolori; piange anche lui, insieme alle sorelle inconsolabili di Lazzaro. Si avvicina al se­polcro, si rivolge al Padre dei cieli, lo prega di esaudirlo ancora: « Padre mio, ti ringrazio di avermi esaudito. Lo sapevo, che mi ascolti sempre. Ma ho parlato così per la gente che mi sta attorno, perché credano che mi hai mandato ». Dopo aver detto questo, grida: « Lazzaro, vieni fuori! ». E subito, quest'uomo, che era morto, esce, i piedi e le mani avvolti dalle bende e il volto coperto dal sudario. « Slegatelo e lasciatelo andare », dice il Salvatore.

Il prete, ambasciatore di Gesù, è chiamato spesso, come lui, a consolare coloro che soffrono per l'infermità e la malattia, a risol­levare i cuori abbattuti da dolorose separazioni. Se non può, come Cristo, guarire e risuscitare i corpi, può, con la grazia di Cristo che parla attraverso di lui, consolare molti dolori e asciugare molte lacrime.

La visita dei malati: è una parte magnifica e consolante del mi­nistero del prete. Egli deve farne il suo più dolce sollievo, e andare verso queste immagini viventi del Crocifisso, con tutta la tenerezza del suo cuore. Può diminuire l'intensità delle loro sofferenze, mo­strandone il pregio, orientando le speranze dei malati verso i beni eterni. Il prete usi perciò la massima prudenza e la più grande carità per elevare gli uomini a Dio, per far loro comprendere la nullità dei beni di questo mondo e l'illusione delle amicizie vane. Quando il corpo soffre, l'anima è più facilmente vicina a Dio.

Ma nelle consolazioni che distribuisce, il prete sia sempre so­prannaturale, e le sue parole, come quelle di Gesù, siano tutte di confidenza e di fede. La fede nelle promesse di Dio, la confidenza nell'amore infinito e misericordioso di Cristo: ecco cosa il prete deve offrire come la migliore, la più solida delle consolazioni, a chi è costretto dalla malattia su un letto di dolore, a chi piange accanto alla salma dei propri cari.

 

Gesù consola i suoi

È soprattutto con i suoi discepoli, con i suoi apostoli, che Gesù si mostra consolatore.

Un giorno, li vede contristati per il loro piccolo numero e per la loro povertà, inquieti di fronte all'incerto avvenire che si apre davanti a loro. Vuole rassicurarli, e li incoraggia: « Piccolo gregge, non temere, perché il Padre ha voluto darti il suo regno ».

Alle folle, il Maestro predica la verità in tutto il suo rigore; annuncia loro la venuta del Figlio dell'uomo nell'ultimo giorno, e i segni terribili che lo accompagneranno. Ma per i suoi discepoli, ha delle parole di conforto; non vuole lasciarli in preda a una così penosa impressione: « Quando queste cose inizieranno ad accadere, alzate la testa e guardate, perché la vostra liberazione è vicina ».

E quando i tre anni di apostolato di Gesù si avvicinano al loro termine, quando sta per lasciare il mondo per ritornare al Padre, ha compassione dei suoi discepoli, agitati e addolorati per la sua prossima partenza. Cerca di consolarli con le parole più dolci: « Il vostro cuore non si turbi. Voi credete in Dio, credete anche in me ». E « Non vi lascerò orfani: tornerò con voi ». E Gesù inizia ad an­nunciare loro un aiuto nuovo. Fedele a quelli che si è scelto, con­tinuerà a vivere in loro attraverso la sua grazia, a vivere con loro nell'Eucaristia; ancora, lo Spirito Santo verrà in essi, li riempirà di luce e di forza e continuerà ad istruirli. « Lo Spirito Santo, il Consolatore, che il Padre mio invierà in mio nome, vi insegnerà ogni cosa, e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto ». « Il vo­stro cuore non si turbi, non abbia paura ». « Se voi rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete al Padre mio e ve lo concederà ». « Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi ». « Quando verrà il Consolatore che vi man­derò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, vi ren­derà testimonianza di me » « In verità, vi dico, è conveniente per voi che me ne vada, perché se non me ne vado il Consolatore non verrà a voi; ma se me ne vado, ve lo manderò ».

Durante quest'ultima sera, Cristo riversa le consolazioni più alte e più dolci nel cuore dei suoi discepoli. Mai prima d'ora si è mo­strato così tenero, così confidenziale, così familiare. È perché li vede soffrire... Sente i loro cuori, turbati da terrificanti prospettive, sanguinare già ora per questa separazione, la cui ora si avvicina e che sarà preceduta da avvenimenti così dolorosi. Gesù sa bene che la sofferenza è buona per coloro che gli sono cari; ma, come una madre che ama, vuole, con la delicatezza del suo amore, addolcire la tristezza dei suoi discepoli prediletti.

La Passione inizia. Gesù sta per bere il calice dell'amarezza. Lungi dal ripiegarsi su di sé, dimentica se stesso per consolare i suoi. Piegato sotto il peso della croce, trova ancora la forza di in­coraggiare le donne che lo seguono da vicino. Appeso al patibolo infame, preda dei dolori più atroci, cerca ancora di consolare quelli che lo circondano con la morte nel cuore. Al ladro pentito, si af­fretta ad annunciare la gioia che gli ha riservato: « Fatti coraggio - sembra che dica - la tua sofferenza non sarà lunga; oggi stesso tu sarai con me in Paradiso ».

Vuole consolare la Vergine, sua madre, e Giovanni, il suo di­scepolo fedele. Li vede immersi in un dolore profondo, agonizzare con lui con lo strazio del pensiero della separazione. Maria dovrà abitare da sola, come una derelitta, senza sposo e senza figlio, senza difesa e senza sostegno? Questo abbandono sarebbe duro, questa solitudine amara. E Giovanni, Giovanni che ha sacrificato a Cristo tutti gli affetti della terra, che ha lasciato tutto per unirsi a lui, dovrà restare senza guida e senza amore? Dovrà privare la sua gio­vinezza di ogni tenerezza umana? No. Gesù trova per ciascuna di queste due persone che ama un mezzo di addolcire la sofferenza. Le dona l'una all'altra. Maria incontrerà un altro figlio in Gio­vanni. Giovanni potrà portare su Maria quell'affetto filiale e puro che aveva per Gesù. Tutti e due saranno uno nell'amore di Cristo; tutti e due si consoleranno nel suo ricordo gioioso, lavorando a diffondere la sua dottrina, a farlo conoscere e amare.

Gesù, scomparendo al nostro sguardo, non ci ha lasciati orfani. Ha inviato alla Chiesa lo Spirito Santo e ha formato, per conti­nuare sulla terra la sua missione di Consolatore, il prete, quest'altro se stesso, nel cuore del quale ha fatto passare il suo Cuore.

È magnifica questa missione del sacerdote. È dolce, ma è diffi­cile e delicata. Per compierla degnamente, bisogna che egli conosca le sofferenze dei suoi fratelli; che si sforzi di comprendere i dolori più profondi, quelli che dopo il peccato hanno invaso l'umanità, e che sono sovente tanto più penosi quanto più sono intimi e segreti. L'anima e il cuore dell'uomo sono due strumenti pieni d'armo­nia; ma fragili e delicati. La mano che li suona deve essere leggera, eppure sicura e senza maldestre esitazioni. Sia che si tratti dei tormenti del cuore, o delle torture dell'anima, è necessario al prete che consola un discernimento perfetto. Le anime sono molto di­verse: la stessa prova, lo stesso dolore non produce, in ciascuna di loro, lo stesso tipo di sofferenza; ad ogni anima, ad ogni ferita è necessaria una consolazione differente.

La conoscenza dei dolori umani attraverso l'intelligenza non è sempre sufficiente al prete per essere un consolatore efficace. La con­solazione deve giungere al cuore sofferente; e deve partire da un cuore che sa compatire. Il prete deve formare il suo cuore sul mo­dello di quello di Gesù. Deve far parte con lui di tutti i suoi senti­menti di compassione e di dedizione a Dio.

Il prete che consola deve essere, come Gesù, colmo di bontà, di pazienza, di dolcezza. L'altezza, la purezza dei suoi sentimenti gli fanno cogliere, con tatto squisito, tutti i dolori che gli sono confi­dati. Come Cristo, ama chinarsi su di loro. La sua missione è di asciugare le lacrime, di riportare la pace nelle anime turbate, di of­frire la gioia di Dio a chi è triste e abbattuto.

Abbiamo detto « la gioia di Dio », perché bisogna che il prete si guardi bene dall'offrire consolazioni soltanto umane. Le verità che predica vengono da Dio; la parola che rivolge agli uomini è la stessa parola di Dio; le consolazioni che offre devono essere quelle che nascono dall'amore di Gesù. Amore infinitamente buono e pronto alla compassione, ma anche sovranamente forte e ancorato in Dio.

Il prete deve stare attento soprattutto a questo: innalzare gli uomini, farli salire nel momento della prova, impedire loro di ripiegarsi su se stessi. Il dolore è un bagno salutare e fortificante che tempra gli uomini e li purifica; ma non bisogna che consolazioni soltanto umane o parole sdolcinate vengano a distruggere la sua azione benefica.

Cristo, nella parabola del Buon Samaritano, sembra indicarci l'aiuto pieno di carità, dolce e forte al tempo stesso, che il prete deve offrire a chi, ferito nel profondo di sé, incontra sulla sua strada. Sulla strada che va da Gerusalemme a Gerico, un uomo è steso a terra, nudo e ferito, privo di forze e di soccorso. I viaggia­tori che gli passano accanto e lo vedono in questo stato pietoso, restano indifferenti, e si allontanano senza neppure uno sguardo di pietà, una parola di conforto. Un Samaritano, a sua volta, arriva; si commuove, ha compassione. Subito si avvicina al ferito, fascia con cura le sue ferite e vi versa del balsamo e del vino. Poi, sollevan­dolo fra le sue braccia, con precauzione, delicatamente, lo carica sulla sua cavalcatura e lo accompagna alla più vicina locanda. Là, gli prodiga le sue cure e, costretto a partire l'indomani, lo affida a persone caritatevoli e provvede alle sue necessità.

Il prete, questo degno continuatore dell'opera di Cristo, quando incontra il dolore sulla sua strada non gira l'angolo. È troppo buono, troppo simile al suo Maestro per non essere colpito dalle disgrazie dei suoi fratelli. Si avvicina, si piega su quest'uomo spogliato di ogni affetto, su quest'anima ferita dalle lotte della vita. Lega con le fasce della più tenera carità queste ferite sanguinanti; versa su di loro balsamo e vino: la dolcezza della sua compassione e la forza potente della fede. Rialza con l'ardore della sua disponibilità que­st'uomo indebolito e, dolcemente, lo accompagna verso Dio. Lo fa entrare a poco a poco nelle dimore della Carità del Padre dove il medico del cielo penserà lui, con il balsamo del suo amore infinito, a curare le ferite della sua creatura più amata.

E’ questa la missione del prete che consola, missione di miseri­cordia e di amore. In lui, è Cristo che continua a passare per le strade facendo del bene, versando i tesori dell'amore di Dio, la sovrabbondanza della sua anima penetrata dall'amore infinito, su tutto ciò che geme e soffre. L'unione profonda all'amore di Cristo, la dipendenza assoluta dalle mozioni dello Spirito Santo, faranno del prete quel perfetto consolatore che l'umanità sofferente invoca, e di cui essa ha bisogno per continuare senza indebolirsi il cammino della vita.

 

Spirito Santo, divino consolatore, inviato da Cristo alla nostra deso­lazione, riempi il cuore della tua Chiesa, il sacerdozio, del fuoco della tua carità. Gli uomini gemono sotto il peso delle sofferenze; hanno bisogno, per continuare il cammino verso l'eternità attraverso le ombre del dolore, di essere guidati, sostenuti, consolati.

Spirito, Amore sostanziale del Padre e del Figlio, effondi sui sacerdoti l'abbondanza dei tuoi doni. Versa nei loro cuori i sentimenti della compas­sione, della tenerezza che riempiva il cuore di Gesù, perché, illuminati da te, penetrati dalla carità del Cristo, possano offrire al mondo, attra­verso un rinnovamento di fede e di amore, la consolazione a ogni soffe­renza, e calmare ogni dolore. Amen.

 

CAPITOLO V

Gesù si offre in sacrificio

Figure del sacrificio

Una grande tristezza si è sparsa nella natura: l'uomo, il signore della creazione, che doveva guidare verso l'incontro con Dio tutte le altre creature, ha abbandonato lui per primo la sua via: ha offeso il suo Creatore e suo Dio. Ha peccato. Dopo i pochi istanti di pia­cere che hanno seguito il suo errore, Adamo colpevole è stato assa­lito dal timore. Conosce la bontà di Dio, ma sa anche che è giusto e potente, e il pensiero di questa potenza e di questa giustizia di Dio che stanno per colpirlo lo getta in un terrore folle. Per la pri­ma volta, l'uomo ha paura di Dio e, udendo la sua voce risuonare nel giardino, quella voce grave e dolce che fino a questo momento non gli ha indirizzato che parole di un Padre, si nasconde tutto tremante. Presto la terribile sentenza è pronunciata? Seguito dalla sua infelice compagna, Adamo lascia il Paradiso delle delizie per iniziare, sulla terra divenuta meno fertile e sotto un cielo troppo sovente offuscato dalle nubi, una vita di lavoro, di lotta e di do­lore che sarà, fino alla fine dei tempi, l'eredità dei suoi discendenti.

Di tanto in tanto, il ricordo dell'uomo si riporta ai giorni fe­lici dell'Eden, ai giorni della sua intimità con il Creatore, e li rim­piange nelle lacrime: cerca di ritrovare la felicità perduta, di riav­vicinarsi a Dio, di entrare, come una volta, in comunicazione con lui. Ma il Cielo è chiuso per lui, e sordo alla sua voce; invano l'uomo peccatore cerca di riannodare con il suo Creatore quei lega­mi d'amore che il peccato ha spezzato. Obbligato alla lotta contro gli elementi scatenati, contro le forze di quella natura ora ribelle, ma che egli aveva visto nei primi giorni della creazione sottomessa e meravigliosamente ordinata, avverte più profondamente la po­tenza infinita di Dio, la sua grandezza, il suo potere sovrano e, penetrato dal senso della sua debolezza e del suo nulla, si inginoc­chia in adorazione. Se ha capito la grandezza di Dio, l'uomo è an­cora più colpito dalla sua bontà. Dio onnipotente lo poteva annien­tare dopo il peccato, oppure, volendo conservarlo per una lunga espiazione, poteva distruggere queste splendide bellezze, queste in­numerevoli ricchezze dell'universo che, sia pure più difficili da rag­giungere, sono tuttavia ancora alla sua portata. Così, nella sua sven­tura, l'uomo riconosce la bontà di Dio, e il suo cuore è spinto a levare verso il cielo un canto di ringraziamento e di lode.

Ma allora ritornano alla sua mente le ultime parole che Dio, irri­tato, ha pronunciato contro di lui cacciandolo dall'Eden. Rivede la spada di fuoco dell'angelo che custodisce la porta del giardino, e il ricordo delle terribili manifestazioni della giustizia di Dio ferma sulle sue labbra il canto di riconoscenza, e lo gela nel terrore. Tre­ma, si confonde; vorrebbe riparare l'offesa a costo della vita; e, al grido disperato che lancia verso il cielo, non c'è nessuna risposta di perdono.

A poco a poco, tuttavia, la pace ritorna in quest'uomo torturato. Si ricorda la divina promessa di un Salvatore e, inginocchiandosi sulla terra nuda, così spesso bagnata dal sudore e dalle lacrime, il colpevole si sforza, con i suoi gemiti e l'ardore veemente della preghiera, di far scendere fino a lui la misericordia promessa. Così, quasi ad ogni momento, nella sua angosciosa solitudine e sotto il peso schiacciante del suo peccato, il primo uomo è com­battuto e straziato da sentimenti diversi. E un giorno, volendo riu­nire in un solo gesto l'espressione intima e personale della sua adorazione, della sua riconoscenza, della sua riparazione e delle sue instancabili preghiere, per presentarla a Dio, offre il suo primo sa­crificio...

Sotto la volta del cielo le cui azzurre profondità sono colme di mistero, al centro di questa vasta terra appena popolata, su un blocco di granito che gli serve da altare, l'uomo deposita la sua offerta. È senza valore, certo; ma l'uomo la pensa preziosa, perché gli è costata preoccupazioni e fatiche, e gli sembra utile. Sono frutti strappati dal lavoro delle sue braccia alla terra poco fertile; è un animale che ha nutrito con sollecitudine e allevato con fatica, pri­mizia del suo gregge. Presenta questa offerta a Dio, e la distrugge. La immola alla gloria del Signore dei cieli, sperando così di toc­care il suo cuore e ottenere il suo perdono...

E l'Altissimo si degna di chinarsi verso l'uomo pentito. Vedia­mo, infatti, ai primi giorni del mondo, Abele offrire a Dio i suoi sacrifici, e il Signore guardare favorevolmente Abele e le sue of­ferte. Anche in seguito, l'Altissimo continua a gradire questi sacri­fici, e qualche volta manda dal cielo una fiamma che consuma l'olo­causto; risposta misericordiosa ai deboli sforzi tentati dall'uomo per riavvicinarsi al suo Creatore e suo Dio.

Ma come può, l'Essere supremo, il Dominatore dei mondi, gra­dire un sacrificio del genere? Come è possibile che un sacrificatore colpevole e una vittima senza intelligenza possano glorificare Dio, rappacificarsi con la sua giustizia, ottenere i suoi doni?

Dio è Amore. Vedeva il peccato coprire con la sua ignominia l'uomo, e molto prima che all'uomo venisse in mente di offrirgli un sacrificio, nell'intimità dell'Amore Infinito si tenne consiglio. Il Verbo, Figlio unico del Padre, si offriva per pagare il debito del­l'umanità colpevole. Si sarebbe incarnato nel tempo e, insieme Sa­cerdote e Vittima, si sarebbe immolato volontariamente. Ogni glo­ria sarebbe così stata tributata alla maestà di Dio; la giustizia sarebbe stata soddisfatta da questa riparazione di valore infinito; i legami formati dall'amore tra il Creatore e la creatura, e spezzati dal peccato, si sarebbero riannodati per sempre in questo sacrificio divino.

Il Padre dei cieli e lo Spirito d'amore erano stati d'accordo alla proposta della Sapienza increata; la giustizia si era vista disarmata dalla misericordia; la potenza e la bontà si univano per preparare un capolavoro: Gesù Cristo, Sacerdote di Dio, Vittima dell'unico sacrificio degno della Maestà più alta. Ed ecco come i sacrifici im­perfetti offerti dall'uomo sulla terra erano graditi a Dio: la Trinità vedeva in loro la figura, il simbolo di quel Sacrificio del Verbo incarnato che sarebbe stato offerto un giorno e che avrebbe operato la riconciliazione definitiva tra il cielo e la terra.

L'umanità, disperdendosi, portava ovunque l'idea del sacrificio. Non vi è alcun popolo, alcuna religione che non abbia un sacrificio alla base del suo culto. Ma, per la perversione della sua intelli­genza e del suo cuore, l'uomo doveva a poco a poco perdere la conoscenza del suo Dio, ed è a miserabili idoli che, quasi ovunque, offrirà i suoi sacrifici. Solo il popolo eletto, la nazione santa chia­mata a conservare il culto del vero Dio, continuerà ad offrirgli oblazioni, fino al giorno in cui ciò che è imperfetto lascerà il posto a ciò che è perfetto, il sacerdote della nuova alleanza offrirà alla Maestà di Dio l'unica vittima che egli può gradire.

Sotto l'Antico Testamento nulla era parso perfetto e completo. Il sacerdozio levitico, che era come l'anima della Legge, era debole e impotente. Ma un altro sacerdote doveva sorgere, nell'ordine di Melchisedech, che, sacrificando una vittima santa, pura e gradita a Dio, avrebbe portato alla giustizia perfetta tutti coloro che dove­vano essere santificati.

 

Il sacrificio di sangue

Era venuto il tempo che la legge della grazia avrebbe abolito la legge del timore. La lunga attesa dei patriarchi, i sospiri ardenti dei profeti, i gemiti dell'uomo avevano chiamato in causa la Miseri­cordia: il Verbo si era incarnato... Nell'ombra della notte, mentre nel più alto dei cieli gli angeli cantano il gloria, sulla terra, nel­l'umiltà di una stalla, il Sacerdote della nuova alleanza fa il suo in­gresso. E’ appena nata la Vittima santa che egli deve immolare... È là, stesa in un'umile mangiatoia, circondata da animali privi di pre­gio, in attesa dell'ora, ancora lontana, della grande immolazione. La Vergine Maria, madre immacolata, prendendo in braccio il corpo fragile di suo Figlio, lo alza verso il cielo e lo offre al Padre.