Tutti gli episodi da noi narrati sono stati tratti dai due volumi di A. Rey
Vogliamo rendere qui il devoto omaggzo e un tributo d'affetto a questo dotto Missionario, poeta, scrittore, letterato e grande oratore da noi conosciuto, per un lavoro davvero improbo, al quale tutti i biografi successivi hanno largamete attinto. Pur troppo la morte ne stroncò la preziosa esistenza immaturamente e non gli diede la gioia di vedere pubblicata la sua Opera così preziosa e che portò largo contributo alla storia di quel periodo.
Essi non ci hanno tramandato solo quanto sapevano di meraviglioso, di visioni e rivelazioni, di profezie e miracoli del loro Padre, ma hanno tenuto a far emergere, quasi a dipingerli con fedeltà e vivezza, i tratti più sublimi delle sue virtù eroiche e il suo messaggio all'umanità. Anche noi, perciò, nella nostra narrazione abbiamo cercato di fare altrettanto.
Non vi presentiamo un & Gaspare romanzato o leggendario, ma di lui narriamo fatti concreti che, se da una parte ne delineano la statura possente di Santo e Taumaturgo, dall'altra ce ne danno anche la spiccata figura d'uomo come noi, con le sue sofferenze fisiche e spirituali, dal carattere irrompente e con taluni difetti, ch'egli d'altronde riuscì a dominare con l'aiuto divino e con la forza che gli derivava dalla pratica costante ed eroica della virtù.
Non si aspetti il benevolo lettore la narrazione cronologica dei fatti. Esigenze d'òrdine pratico e di brevità ci hanno consigliato di raggruppare alcuni episodi omogenei in un solo capitolo, anche se avvenuti in epoca e località diverse. Così abbiamo ritenuto opportuno parlare dell'apostolato del Santo, e quindi di prodigi,
svolto in alcune Regioni, come Romagna, Marche e Lazio, raggruppando in un solo capitolo la cronaca di anni diversi.
Ci siamo anche sforzati, in qualche modo, sperando d'esservi riusciti, di non scostarci troppo dallo stile dei cronisti del tempo, innestando tra virgolette le loro parole e a volte interi brani per conservare al periodare quel gradito sapore di antico e mettere in maggior evidenza la genuinità e la veridicità dei fatti.
Né abbiamo voluto, noi che scrittori di vaglio non siamo, cambiare la nostra prosa semplice e piana, destinata a lettori senza grandi pretese letterarie e paghi più del contenuto che della forma. Osiamo sperare, per altro, di non far arricciare il naso ai lettori di gusti... prelibati.
Le illustrazioni sono di Francesco Di Maria, che ama definirsi «principiante» in questo genere di pittura e che, tuttavia, spera d'éssere riuscito ad esprimere in modo accettabile alcuni momenti di vita del grande Santo. Anche se - per non smentire le abitudini degli artisti - ci ha fatto alquanto sospirare la consegna dei disegni, crediamo che sia riuscito nel suo e nostro intento, e lo ringraziamo ed apprezziamo sinceramente, nutrendo fiducia che le illustrazioni siano anche di vostro gradimento.
Speriamo che questo libro, che non vuole solo accontentare coloro che da tempo lo aspettavano, ma anche stimolare la curiosità e spingere alla lettura coloro che non sono abituati a leggere vite di santi, sia gradito e bene accolto.
Soprattutto, però, l'autore ha voluto rendere un filiale tributo d'amore e devozione al suo Padre Fondatore, e mettere in risalto la sua grande dolcezza verso i peccatori e l'amore senza confine verso i sofferenti.
Da tanti episodi, e da altrettante testimonianze, bòlzi al nostro sguardo l'eccelsa figura di S. Gaspare, la cui vita fì' sempre conforme a quella del Cristo Crocifisso, nel quale soltanto, come l'apostolo Paolo, volle gloriarsi. Ci spinga alla devozione al Sangue di Cristo egli che ne fu il più grande apostolo, e susciti in noi tanta fiducia nella sua valida intercessione.
È Dio che sceglie tempi, luoghi e persone per attuare il suo disegno d'amore sull'Umanità e condurla alla salvezza. Lo stesso suo Figlio fu elargito al mondo nella «pienezza dei tempi», cioè quando il Padre ne stabilì il momento, secondo una mirabile disposizione in vista della redenzione del mondo.
Così è dei santi, prescelti da Dio a continuare, in modo privilegiato e più incisivo, la missione salvifica di Cristo.
Il Signore ha sempre arricchito la sua Chiesa di figure radiose di martiri e confessori della Fede, i quali configurandosi a Cristo, hanno trascinato, con l'esempio e la parola, le anime alla salvezza. Tuttavia Egli nel corso dei secoli e secondo le necessità della Chiesa suscita figure particolari, gigantesche e luminose, la cui attività corrisponde mirabilmente ai molteplici ed urgenti bisogni delle diverse epoche storiche. Questi santi, illuminati e guidati dallo Spirito, dotati d'intuito e virtù eccezionali, indomiti e coraggiosi lottano contro il male e riconducono il mondo alla fede, alla giustizia, alla carità. Grazie alla loro opera la Chiesa si rinvigorisce nella sua ricca vitalità e bellezza, proprio quando sembrerebbe sia per essere travolta!
Ci basti qui ricordare le radiose figure di Benedetto da Norcia, Francesco d'Assisi, Domenico di Guzman, Ignazio di Loyola, Vincenzo de' Paoli, Camillo De Lellis, Giovanni Bosco. Nella schiera di questi giganti della santità va, a pieno diritto, annoverato anche il santo romano GASPARE DEL BUFALO (1786-1837).
Quando, nel fervore delle prime lotte per l'Indipendenza e la costituzione del Regno d'Italia, accanto alle nobili figure dei patrioti, sorgono anche sovversivi, Logge Massoniche e Sette di Carbonari, che ne macchiano la purezza degli ideali, camuffando di patriottismo un viscerale livore anticlericale e scatenando una lotta furibonda, non tanto contro lo Stato Pontificio, ma contro la Chiesa, quale istituzione sacra; quando Napoleone, che aveva sbandierato al mondo ideali di libertà ed uguaglianza ed il proposito di realizzare il Regno d'Italia, si rivelò in effetti un despota sanguinano, imprigionò il Papa, cardinali, vescovi e sacerdoti e saccheggiò le chiese e promulgò un nuovo catechismo, il Signore mandò S. Gaspare!
Egli, avendo rifiutato il giuramento di fedeltà al tiranno, pagò coll'esilio e le carceri il suo coraggio e, tornato a Roma dopo lunga prigionia, si dedicò interamente a sanare le piaghe morali e i disastri sociali, seguiti alla dittatura napoleonica. Così esclama Gaspare: «In altri tempi la Chiesa è stata combattuta or contro un dogma, or contro un altro; nei nostri tempi, però, la guerra è alla Religione nella sua totalità, è al Crocifisso Signore. Ora necessita ridire ai popoli a qual prezzo sian ricomprate le anime! Il Sangue di Cristo è l'arma dei tempi!».
S. Gaspare inalbera così il vessillo del Sangue di Cristo e, nel suo segno, inizia un apostolato instancabile ed eroico, che ci lascia attoniti.
Dopo lotte inaudite, mossegli proprio da coloro che avrebbero dovuto assecondarlo, ottenne da Pio VII il permesso di fondare una nuova Congregazione religiosa, che volle fosse chiamata Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue. Presentò al Papa un coraggioso ed ardito progetto di riforma della Chiesa e dello Stato e, con un drappello di santi sacerdoti, che abbracciarono il suo ideale, percorse tutto lo Stato Pontificio, l'Abruzzo e gran parte del Regno di Napoli, dove allora spadroneggiavano i più feroci briganti e i loro protettori e ovunque dilagava il malcostume, il sopruso, 1' oppressione, l'ingiustizia, l'ignoranza, la miseria.
La sua voce tuonò inesorabile contro il male, dolce e ricca di misericordia verso i peccatori. Egli si inerpicava sulle alte montagne alla ricerca dei covi dei briganti, ne ammansiva la ferocia, li commuoveva fino alle lacrime e li convertiva. Trascinava le folle: non bastando le chiese a contenerle doveva predicare sulle piazze gremite. Ovunque passava si spegneva 1'odio, tornava la pace, si restituiva il mal tolto e si ripristinava la giustizia e la vera fraternità. Intere popolazioni abbrutite dal vizio, cambiavano vita. Durante le sue prediche si bruciavano sulle piazze cumuli di armi, stampe perverse, emblemi di Settari. Gaspare ovunque era acclamato santo, tromba del Divin Sangue, martello degli eretici. Né attentati, né libelli infamanti, né calunnie, né adulanti promesse, né miraggi di mitria e di porpora, valsero a fermarlo: «Sono missionario - egli affermava deciso - e morrò sul palco, da missionario!».
S. Gaspare fu paragonato a S. Bernardino da Siena e chiamato «Nuovo S. Vincenzo Ferreri».
Dio era chiaramente con lui. Come un uomo, per natura delicato di salute e minato nel fisico per le sofferenze patite nelle carceri, abbia potuto affrontare fatiche, privazioni e disagi così immani per le condizioni dei tempi, è cosa per noi inconcepibile senza il palese aiuto divino.
Allorché sembrava irrimediabilmente fiaccato dal male, d'incanto sorgevano nuove energie! Davanti a lui i sicari gettavano il pugnale, si convertivano o fuggivano atterriti; le pallottole cadevano fredde al suolo senza scalfirlo, la sua benedizione rendeva innoqui i veleni propinatigli nei cibi e nelle bevande. La conferma di Dio è ancor più evidente nei fatti strepitosi che il Santo operava e che verremo narrando in questo libro.
Però la vittoria più grande di questo gran Santo rimane sempre, dopo quella su se stesso, con la pratica di tutte le virtù cristiane in grado eroico, la trasformazione della società del suo tempo. Nei pochi anni, circa 22, del suo intenso apostolato, egli ha lasciato un'impronta indelebile, che ancora oggi fa sentire il suo benefico influsso nella società moderna.
Il suo segreto?
Così lo esprime il celebre Card. Carlo Salotti: «Egli passò tra triboli e spine. Non respinse quelle spine, ma le baciò e se ne cinse la fronte, tenendo gli occhi fissi al Calvario. Non era forse scaturito da quella vetta sanguinante il riscatto del genere umano? Le piaghe del Cristo morente parlavano alla sua anima sacerdotale e le stille di quel Sangue purissimo ne stimolavano maggiormente l'ardore apostolico. E, allorché i nuovi farisei si scandalizzavano, perché il Sangue del Salvatore fioriva continuamente sul suo labbro e formava l'oggetto ed il fine primario delle sue predicazioni, egli s'immergeva sempre più in quel Sangue, che era il suo alimento, la sua forza spirituale, la sua ispirazione, il segreto meraviglioso del suo grande cuore».
La sua venuta
Due predizioni, a significare con notevole anticipo la statura della santità di Gaspare e l'importanza del suo apostolato nella Chiesa di Dio, ne preannunciarono la venuta. Una alquanto vaga, 1' altra ben precisa.
Nel 1807, una fanciulla di appena 8 anni, poi divenuta Sr. Amante M. Sofia e morta in concetto di santità, avendo appreso sulle ginocchia della mamma che non esisteva alcun Istituto intitolato al Prez.mo Sangue, esclamò: «Signore, fate che un giorno sorga un'Istituzione che prenda il nome del Vostro Sangue Prezioso». Dell'altra, dovuta a Sr. Maria Agnese del Verbo Incarnato, (1757-1810) parleremo ampiamente in altro capitolo.
Ed ecco che il 6 gennaio 1786, in una casetta molto modesta, sul Colle Esquilino, a Roma, quasi accanto alla più famosa basilica del mondo dedicata alla Vergine - S. Maria Maggiore - nasce da Antonio Del Bufalo e da Annunziata Quartieroni un bambino assai gracile, ma bello, che il giorno dopo viene battezzato nella chiesa di S. Martino ai Monti, sempre sull'Esquilino, con i nomi regali dei santi Magi, Gaspare, Melchiorre e Baldassarre.
Il babbo, sebbene da documenti incontestabili risulti autentico discendente dei Marchesi Del Bufalo, è ridotto a fare il cuoco del Principe Altieri. Gaspare trova già un fratellino, Luigi, e passa con i genitori ad abitare due umili stanze del grandioso Palazzo Altieri, che si affaccia sulla piazza che prende il nome dalla famosa chiesa del Gesù. Ed è proprio in questa chiesa che si manifesta prodigiosamente la grande predilezione del Signore su di lui.
Abbiamo detto che è nato di gracilissima costituzione e già dopo un anno e mezzo deve ricevere il sacramento della Cresima, perché in fin di vita.
Ma, quando è stato appena scongiurato questo grave pericolo, ecco che il
bambino viene colpito dal vaiolo in forma così violenta che 1'abbondante eruzione cutanea, propria del male, gli inonda gli occhi col pericolo d'una completa cecità.
La buona mamma, disperando ormai dell'efficacia dell'opera dei medici, piena d'angoscia, si volge, come fa ogni credente in casi disperati, ad impetrare l'aiuto divino. Nella chiesa del Gesù si venera S. Francesco Saverio, il meraviglioso e grande Apostolo delle Indie, del quale è tanto devota. Prostrata al suo altare, leva in alto il piccolo e, come impetuoso ed ostinato è il male, così è più sentita ed accorata la sua preghiera al Santo.
La guarigione del bambino avviene prontissima e totale!
Da Gaspare, al quale la mamma racconta spesso quell' evento prodigioso, il Saverio non sarà mai dimenticato. Si può dire che quel segno di predilezione del Saverio accese nel suo cuore una fiamma che andò man mano ingigantendosi, fino a diventare fuoco d'amore. Quella scintilla fu l'inizio d'una gara tra Benefattore e beneficato, nella quale i due giganti dell' apostolato cercarono di vincersi in generosità. Una gratitudine perenne, più sentita di qualsiasi voto, scaturirà di giorno in giorno nel cuore di Gaspare, il quale non solo cercherà di emulare la santità e il fervore apostolico del grande Francesco Saverio, ma lo eleggerà a protettore della sua Congregazione, gli erigerà altari e chiese, ne predicherà ovunque le grandezze suscitandogli schiere di devoti, porterà ovunque nelle Missioni al popolo un suo quadro, che diverrà famoso. Dal canto suo il Saverio moltiplicherà grazie e protezione ed opererà grandi prodigi quando Gaspare lo invocherà.
Così si amano i santi e sanno intrecciare il loro cuore, nei quali avvampa sempre e al di sopra di tutto, l'immenso amore di Dio!
Il letto
I lettori, ovviamente, vorranno subito far conoscenza con quei genitori, che donarono al mondo un Santo così straordinario come Gaspare.
Essi conoscono già i loro nomi: Antonio e Annunziata.
Antonio, genuino romano de Roma, ne aveva anche i difetti e le virtù. Allegrone, amante della compagnia spensierata e contenta, alquanto grossolano e un po' spendereccio, piuttosto irruente, attaccato alla buona cucina - era cuoco d'un Principe! - con uno spiccato debole per gli spettacoli e il gioco del pallone, anche allora in auge nell'Urbe! Anzi, questa passione lo portò ad improvvisarsi addirittura impresario con catastrofiche conseguenze finanziarie, sicché comprese ch'era meglio tornare al mestiere più sicuro dell'umile cuoco. D'altra parte era uomo di provata onestà, di profonda fede cristiana, gran lavoratore, fedelissimo alla consorte e premuroso verso i figli, dei quali prendeva ogni cura, seguendoli, passo passo, negli svaghi, negli studi, nella scelta di sane compagnie.
Annunziata era di carattere mite, delicata, dal tratto distinto, di fine senso estetico. Le due modeste stanze dove alloggiavano nel Palazzo Altieri, erano tutto lindore ed ordine, sicché - dicevano - esser lei, e non il marito, la vera discendente dei nobili marchesi Del Bufalo. L'elogio più grande da lei meritato, senza meno, è questo: Era madre temprata nella fede, educatrice perfetta, eroica quando, oltre che le pazzie del marito, dové affrontare le durissime prove della povertà, dell' immatura morte del primogenito, dell' esilio di Gaspare, che la portò ben presto alla tomba.
Gaspare prese un po' della mamma e un po' del papà. Riprodusse in sé, perfezionandola con gli anni, la soda pietà della genitrice, il di lei gusto delle cose linde e fini, i tratti cortesi, il senso dell' ordine e della pulizia, fino al punto che, la buona Annunziata, anche intimamente orgogliosa, soleva dire:
«Con questo figlio ho da star sempre con la scopetta in mano»! Stile ch'egli conservò sempre e inculcò ai suoi missionari, tanto da essere chiamato: Cavaliere nato!
Dal padre ereditò il carattere vivace e schietto, l'impazienza, a volte impetuosa e stizzosa, ma sempre ben repressa e controllata, fino a dire: «Scusate... Mi arrabbio, perché m'arrabbio!» Mai arrivò ad offendere alcuno. Ereditò dal babbo anche la passione per le folle, la parola calda, che affascinava 1' uditorio, ed il genio organizzativo.
L'anima del piccolo Gaspare, precocemente mistica, plasmata dalla madre, divenne anche precocemente attiva ed apostolica, sicché, fin dall'infanzia, espresse quello zelo che lo avrebbe consumato per tutta la vita. Dopo i fervori della prima Comunione e l'assidua frequenza dei corsi di predicazione e feste religiose, si diede ad erigere altarini in casa, ad organizzare funzioni, salir sulle sedie e, come da un pulpito, ad arringare l'uditorio - babbo, mamma, fratello, compagni, servi del Principe - e ad esortar tutti con gran calore alla... conversione!
Nel contempo è proprio convinto esser lui più peccatore di tutti e, per scontare... i tanti peccati, passava intere notti ginocchioni, in preghiera, sul nudo pavimento. Annunziata, sempre tenera e vigile, è costretta spesso a sollevarlo di peso e portarlo a letto, mentre esclama angosciata: «Questo figlio, mi si storpia!».
Una mattina, nel riassettare il lettino, allibì: le lenzuola erano striate di sangue! Gasperino, con tutto candore, le mostrò il cilizio, che circondava i suoi fianchi. Un vero ordigno! «Una funicella, munita di pezzi di latta tagliati a stellette, le cui punte ritorte, penetrando nelle teneri carni, ne facevano sprizzare sangue». La madre, inorridita, glielo sciolse e medicò le profonde ferite. Gaspare, comprendendo il dolore e le apprensioni della buona mamma, le si gettò al collo, la carezzò e promise: «Mamma, volevo imitare S. Luigi. Non lo farò più».
L'episodio è autentico. Il cilizio, tenuto gelosamente a ricordo da Don Berga, dopo la morte del Santo, fu consegnato al suo secondo successore, D. Giovanni Merlini.
Quel sangue innocente, versato da Gaspare fanciullo «in isconto dei propri peccati e degli altrui» è come l'albore della sua vita missionaria, quando nelle chiese, sulle piazze e al capezzale dei moribondi, si flagellerà con strumenti ben più terribili per indurre a pentimento i peccatori più ostinati.
La fuga
Mamma Annunziata e papà Antonio, impressionati dall' esagerato fervore di penitenza del piccolo Gaspare, lo affidarono alla guida dotta e saggia di Mons. Marchetti. Il pio sacerdote gli fece comprendere che Dio non voleva da lui così dure penitenze, bensì preghiere fervide, ubbidienza, impegno nello studio e, soprattutto, uno sforzo continuo nel dominare i difetti del suo carattere. Con una guida così premurosa ed oculata, Gaspare, con sorprendente precocità, continuò l'ascesa nelle cose dello spirito.
Il piccolo accompagnava ogni mattina la mamma nella chiesa del Gesù, dove ascoltava la Messa e non mancava di ringraziare il Saverio per la singolare guarigione ricevuta per la sua intercessione. Riceveva spesso la S. Comunione e «guardava 1' Ostia Consacrata acceso in volto come un cherubino». Mirando l'immagine del Saverio, «una volta - com'egli stesso raccontò da grande - si sentì inondare il cuore da tanta dolcezza, che gli sembrò d'essere in paradiso». Ripeteva spesso da allora: «Potessi diventare un apostolo come lui! Potessi morir martire per la conversione degli infedeli»!
Ora Gaspare, nel palazzo e nei dintorni, era chiamato da tutti il santarello. Ma un giorno, il santarello, ne combinò una proprio grossa!
Capitò in casa il frate cercatore della Terra Santa e, mentre Annunziata andò a prendere 1'obolo nel cassettone, i ragazzi lo circondarono, ascoltando a bocca aperta quanto il frate narrava dei luoghi bagnati dal Sangue di Gesù, e dei Turchi che, non credendo a Gesù, martirizzavano i missionari che cercavano di convertirli alla vera Fede. Non ci voleva altro per sbrigliare la fantasia dì Gaspare. Quel frate era stato proprio mandato da Dio! Era la chiamata, era giunto il momento di partire per predicare il Vangelo e morire martire per la Fede! Passò la notte a rimuginare sotto le lenzuola il piano della fuga nei suoi minimi particolari. Non riusciva più a frenare la smania! Senza confidarsi con qualcuno, gli sarebbe scoppiato il cuore in petto!
Nello stesso palazzo abitava Maria Tamini di anni sette; era la figliola del Dispensiere del Principe - ottima famiglia, come quella di Gaspare e sua compagna di studio, di preghiera e di giochi. «Maria - le disse - io fuggo di casa e vado a predicare il Vangelo ai Turchi. Vieni anche tu?» La bambina, sulle prime, restò titubante, poi si entusiasmò anche lei ed accettò. «Però - dice - i Turchi sono tanti; che facciamo noi due soli? Diciamolo anche ai nostri compagni».
Gaspare convocò subito una riunione segreta e ne parlò ai piccoli amici. Essi, abituati a subire il fascino del santarello, e a imitarlo e seguirlo nella vita d'ogni giorno, si entusiasmarono immediatamente. Discussero il piano con massima serietà. «Sì, andiamo tutti! Ma... i Turchi dove sono? Chi ci insegnerà la strada?» Gaspare aveva sempre la risposta pronta: «Domanderemo... e poi il Signore ci manderà la sua stella come ai Re Magi». «E per mangiare?» «Lo chiederemo alla buona gente. Chi rifiuterà un pezzo di pane ai missionari che vanno a morire per la Fede?». «Deve venire anche Maria...». «Sì, verrò, dice la ragazza, ma io sono una donna. Che dirà la gente?» «Ti travestirai da uomo - risponde subito Gaspare - prendi il vestito di tuo fratello.»
Maria, nella notte, trafugò il vestito del fratellino che dormiva; ma poi questi, non trovandolo sulla seggiola al mattino, scoppiò in lacrime. Maria, confusa, rivelò tutto alla mamma... e il piano andò in fumo, anzi, finì a scapaccioni!
Oggi fuggire di casa è cosa d'ordinaria amministrazione per i nostri ragazzi, ma allora, che i bambini erano sempre appiccicati alle gonnelle delle mamme e non osavano da soli neppure ficcare il naso fuori dell' uscio, il piano di Gaspare era davvero ardito e straordinario.
La bella compagnia non si sciolse; rimase compatta per attuare a Roma quello che non poterono andare a fare tra i Turchi. I cari compagni di Gaspare rimasero tra loro uniti anche da grandi. Sotto la sua guida Maria divenne una santa suora, Filippo Berga monaco basiliano a Grottaferrata, Carlo Valletta divenne cardinale, Domenico Girometti canonico di 5. Marco, come S. Gaspare.
Quella fuga, per Gaspare, fu solo rimandata. Nessuno riuscì mai a fermarlo nel continuo peregrinare missionario, alla ricerca di anime da salvare, per tutta la vita.
Hanno più fame di me
L'amore di Dio andava sempre riscaldando il cuore del piccolo Gaspare e lo rendeva più operoso. Avendo egli avuto rigoroso divieto di macerarsi le carni col cilizio, trovò altre forme per mortificarsi. Così si diede a digiunare il venerdì, limitando il cibo alla sola minestra e ad un pezzetto di pane. Altrettanto faceva durante la quaresima, nelle vigilie, nel mese mariano per «fioretto» alla Vergine.
Annunziata era costretta a vigilare con la massima attenzione, e, a volte, anche a far la voce grossa: «Alla tua età, non sei obbligato al digiuno!» Ed egli di rimando: «Se ho 1'età per peccare, l'ho anche per digiunare! » Ma quando leggeva tanta preoccupazione sul volto della madre, la carezzava e diceva:
«Su, mamma, non vi agitate, state serena, mangerò...
Sappiamo che la famiglia Del Bufalo abitava nel «cortile antico» del Palazzo Altieri e che le finestre delle due modeste stanze, difese da robuste inferriate, davano su via della Gatta e sul vicolo di S. Stefano del Cacco. Attraverso quelle grate il ragazzo poteva scorgere il panorama delle grandi miserie umane della sua Roma. Accattoni sudici e nauseanti, storpi e minorati d'ogni specie, che facevano tanto ribrezzo! Ad essi s'univano veri disoccupati e fannulloni di mestiere dediti all'accattonaggio; non mancavano ladri e truffatori. Le barbacce e i capelli incolti brulicanti d'insetti e i corpi, a malapena ricoperti di stracci, lasciavano intravedere piaghe rognose e purulente non curate. Alcuni, specie d'estate, passavano anche la notte sdraiati su quelle vie sudice e insicure.
L'occhio di Gasperino li passava in rivista, il cuore gli si stringeva e qualche lacrima gli bagnava le ciglia. «Poveretti! Io ho tutto: affetto, pulizia, cibo.
Loro nulla!» Dal profondo del suo animo generoso sorse naturale l'impulso di far subito qualcosa, almeno per aiutarli un po'.
Fece un cenno con la mano, come un timido invito, e di tra le sbarre passò un po' di cibo. Come succede sempre, quel primo tenue soccorso fu un richiamo. Si diffuse la notizia e i poveri si moltiplicarono. «A Palazzo Altieri c'è un principino tanto buono!» Ormai quell'aiuto divenne un diritto! Se le vetrate, a quella data ora, non s'aprivano, era un picchiar di bastoni forte e prepotente sull'inferriata: un baccano infernale. Allora Gaspare, di corsa, faceva man bassa di quanto poteva arraffare ed accorreva. Non distingueva cosa da cosa e spesso dava fondo anche a ~uanto era destinato al pranzo o alla cena della famigliola. Era davvero commovente vederlo privarsi anche di qualche dolciume: un vero eroismo per un ragazzo della sua età!
Non poche volte diventava egli stesso un accattone per poter dare di più. A Maria e ai piccoli amici diceva: «Su, procurate anche voi qualcosa per chi muore di fame...».
I poveri avevano ormai studiato ogni abitudine del loro piccolo benefattore e all' approssimarsi dell' ora di scuola, si dicevano: «Su, andiamo, il santarello sta per uscire.» «A me, a me...» gridavano in coro, e Gaspare estraeva la colazione che di soppiatto aveva infilato nella cartella, facendo credere alla mamma d'averla mangiata, e la dispensava. La stessa fine faceva qualche mezzo baiocco che gli veniva regalato nelle ricorrenze.
Una mattina Annunziata, scoprendo il trucco, lo sgridò con severità. Se avesse continuato a quel modo sarebbe diventato tisico. Gaspare col più genuino candore le rispose: «Mamma, quei poveretti hanno più fame di me!».
La buona mamma, con apprensione, ma anche con intima gioia, serbava tutte queste cose nel suo cuore.
Tra i barozzari
Gaspare, ormai, già scorge, al di là dei muri di casa, orizzonti più spaziosi ed invitanti per il suo apostolato. Ha compreso, dopo la fuga fallita, che certi propositi vanno maturati con gli anni, e cosa significhi e comporti la vocazione.
Ottiene, intanto, di far parte del Piccolo Clero e d'indossare la talare o, come si diceva allora, vestirsi da abatino. Sa che nella veste c e un impegno più solenne, una responsabilità più manifesta di progredire in virtù. La porta, perciò, con tale decoro e dignità da destare meraviglia e rispetto in tutti. Un giorno, nel rientrare da scuola, incontrò nel cortile del palazzo il principe Altieri con la consorte e il figlioletto. Il Principe, cosa da far sbalordire in quei tempi, si tolse il cappello e lo salutò rispettosamente, mentre la Principessa ordinava al figlioletto di baciare la mano al santarello, che, allibito e confuso, arrossì in viso come un peperone, cercando di schermirsi. Il Principe in fine si raccomandò alle sue preghiere. «E mio dovere, Eccellenza!» rispose Gaspare in tutta umiltà.
Gaspare già frequenta il famoso Collegio Romano e si cimenta con profitto in materie difficili, guadagnando ottimi voti e medaglie. S'è fatto la nomèa di sgobbone e non mancano compagni burloni che, di tanto in tanto, gli giocano tiri a volte anche atroci. Egli, per altro, riesce a mantenersi calmo ed imperturbabile e giunge perfino a sorridere.
Fra tutte le iniziative, cui prende parte, predilige le opere più umili e schivate dagli altri, cioè quelle che impegnano molto e non procurano gloria alcuna. Tal'è l'Opera dei Barozzari.
Essa, per la verità, non ebbe origine da altri, fu esclusiva iniziativa dovuta al suo zelo e da lui prese una fisionomia tutta particolare, nella quale si intra
vedeva già lo stile del futuro missionario.
Una turba di contadini, provenienti dall'Agro Romano, portava a Roma il fieno raccolto nei campi per rivenderlo a miglior prezzo. Il fieno veniva ammassato a Campo Vaccino, il famoso Foro Romano, ridotto così a deposito e a terreno da pascolo. Ai barozzari si univano lavoratori d'ogni tipo, che affluivano dalle Marche, Abruzzi e Campania, per essere chiamati a «giornata», anche per pochi baiocchi, per non morir di fame. Non si udivano che parolacce e bestemmie, grida ed invettive! Annebbiati dal vino, tra litigi e risse, ci scappava non di rado anche il morto.
«Da quanto tempo - si domandava Gaspare - quei poveretti dalle mani incallite, bruciati dal sole e dal gelo, cenciosi e sudici e con grosse cioce ai piedi, non hanno sentito parlare di Dio?» In quel Campo Gaspare scrisse la più bella pagina della sua preparazione al sacerdozio, convinto che il vero sacerdote non era un privilegiato, ma un mandato da Dio, come lo fu Cristo.
Si vide un pretino tutto lindo e gentile aggirarsi in quel groviglio di uomini e bestie, fatto segno a sberleffi, a gesti equivoci e perfino a minacce. Ne avvicinò qualcuno: una parola ed un piccolo dono servirono a rompere il ghiaccio. Quei ceffi, dagli insulti passarono alla curiosità, poi all'interesse, in fine al rispetto. Seduto su un fascio di fieno il pretino raccontava le parabole del Vangelo, parlava dell'amore di Dio, del Sangue versato da Gesù anche per loro. Toccò tasti sensibili: la loro fanciullezza, la preghiera imparata sulle ginocchia della mamma, ora forse scomparsa, e mai più recitata, la Prima Comunione. Su quei visi induriti e barbuti si vide scorrere qualche lacrima. «Gesù ha vinto!» esclamava il pretino.
Così nacque 1'Opera dei Barozzari con un programma ben preciso: Innanzi tutto, conoscere Dio, rispettarne la Legge, non offenderlo più; organizzarsi per trovare lavoro onesto e dignitoso per tutti; aiutarsi e rispettarsi a vicenda; coalizzarsi per la difesa d'un più giusto salario e far arrivare la voce anche all'Autorità, se necessario. Un vero e proprio Sindacato in anteprima per il bene dell'anima e per una vita più umana.
Manco a dirlo, quei primi successi davano fastidio a qualcuno e cominciarono le prime invidie e malignità.
Non c'è da meravigliarsi: questa è la via dei santi!
Bambini e anziani
«Molti insigni personaggi e molti Santi hanno dato la loro attività e portato il loro contributo a quella immensa ricchezza spirituale di tradizioni, di istituzioni, di opere di bene di cui andava giustamente superba la Roma dell' 800 e che ne fecero la capitale dello Spirito e della carità, ma certamente nessuno come S. Gaspare» (De Libero). Egli, impegnandosi a fondo, bruciò le tappe, S innestò di slancio nella vita romana religiosa e sociale d'allora e non fu solo uno che partecipava, ma il creatore e l'animatore.
Come sempre, si preoccupa dello spirito e del corpo. Crea Gruppi di Preghiera; promuove l'Adorazione Perpetua, diurna e notturna, al SS.mo; tiene conferenze, forma un gruppo di Catechisti ben preparati per l'istruzione ai fanciulli e agli adulti nell' Urbe e nei paesi limitrofi. Organizza visite agli infermi negli ospedali e nelle case, e promuove molteplici iniziative di carità.
Forse nessuno sa che il giovane Gaspare fu il primo a ideare il teatrino parrocchiale, perché ci teneva che i ragazzi fossero santamente allegri; scriveva egli stesso drammi e commedie ed era anche ottimo regista, tanto vero che, tra gli spettatori, non mancavano uomini di cultura, personalità e perfino Cardinali.
Qui è proprio il caso di domandarsi se ci sia una sola parte della Roma dalle mille Chiese e dalle mille Opere di bene dove non abbia svolto il suo apostolato il giovane Gaspare. «Mosso da grande amore per il prossimo - è riferito nei Processi - si sarebbe spezzato in cento per abbracciare tutte le Opere di Carità».
Un giorno passò davanti all' Ospizio di S. Galla, eretto da Papa Gregorio al piedi della Rupe Tarpea, dove la patrizia Galla aveva fatto del suo nobile palazzo il centro di carità al tempo dei primi cristiani. In quell' Ospizio tanti sacerdoti romani, tra cui i santi De Rossi e Parisi, avevano fatto a gara per alleviare le sofferenze dei romani poveri e malati. Gaspare, nel vederlo negletto
e andare in rovina, provò una stretta al cuore e gridò a se stesso e agli altri:
«Deve risorgere!» e passò immediatamente all' azione. «Sei pazzo - gli dicevano - non ci sono riusciti finora tanti personaggi più importanti di te! Pecchi di superbia, povero pretino!» Non capivano che l'amore abbatte ogni ostacolo!
Rintracciò vecchi benefattori, e ne cercò di nuovi; trascinò gli incerti, tese la mano, bussò alle porte, iniziò le pulizie e qualche restauro, ripristinò funzioni ed usanze, istrui e soccorse. Nel suo cuore il fuoco divampava e ne accendeva gli altri! Andava per le strade, sulle piazze, nelle stamberghe, nei tuguri. Raccoglieva bambini, vecchi, malati che pullulavano un po' ovunque, pieni di pidocchi, tignosi, ripugnanti, appena coperti da brandelli che lasciavano intravedere sudiciume e piaghe. «Venite, venite a S. Galla!» Egli che non poteva tollerare neppure una macchia sulla sua veste, si caricava sulle spalle quei relitti umani e li portava nell'Ospizio. Li trovavano pulizia e cure, un piatto di minestra, che gli riscaldava lo stomaco, ed il grande amore di Gaspare che gli riscaldava il cuore. Egli ne curava il corpo e ne redimeva l'anima. «Essere poveri, cari fratelli, non è un disonore! - egli diceva - Cristo fu povero e voi siete l'eredità di Cristo!».
Lo zelo lo spinse anche nella Casa Correzionale. Quei ragazzi, abituati allo scudiscio, restavano affascinati da quel giovane prete che parlava loro con tanta dolcezza e non tradirono la sua fiducia, quando, sotto la sua responsabilità, li conduceva a passeggio liberi per le vie di Roma. Quando adulti usciranno da quella Casa sapranno da chi andare.
Gaspare trovò anche il tempo di passare tante ore nell' Ospedale dei Cento Preti, dove erano raccolti quei vecchi sacerdoti, che l'età e il male tenevano ormai li dimenticati da tutti. Quadro bellissimo quello del giovane che, sulla soglia dell' Ordinazione Sacerdotale, spinto da un pietoso affetto, è attirato e trattenuto presso quei vecchi, che l'hanno preceduto e che sono lì li per scomparire.
Certo non sono tutti fiori! Gaspare è tacciato di chi sa quali mire e pretese e perfino di profitto! Ma, ovunque passa, è un coro di benedizioni. Frotte di bambini lo chiamano e gli corrono dietro, i vegliardi si scoprono, le mamme lo guardano con tenerezza.
Il popolo comprende sempre chi gli vuole veramente bene.
Fortezza romana
Tutte le porte, ormai, si aprivano al giovane apostolo. L'ascesa continuava senza ostacoli. Terminati gli studi ricevé il Suddiaconato e venne nominato canonico della Basilica di S. Marco in Roma. Il 12.3.1808 fu ordinato Diacono.
Possiamo immaginare con quanto fervore e quanta gioia andava preparandosi al Sacerdozio! Una notte, assorto in preghiera, mentre meditava sulla grande dignità e responsabilità alla quale stava per ascendere, gli balenò innanzi la grande figura di Francesco D'Assisi, che non se ne ritenne degno e rimase sempre Diacono. Abilmente il demonio, conoscendo quante anime un giorno gli ruberà quel pretino, s'insinuò nella sua mente e lo atterri. «No, non salirò l'Altare, non ne sono proprio degno!» esclamò Gaspare. Si raccomandò alle preghiere di tante pie persone affinché il Signore lo illuminasse, chiese consigli, scrisse alla compagna d'un tempo, Maria Tamini, ora suora a Macerata. Questa, con fine intuito, mostrò le lettere al Vescovo di Tolentino, Mons. Vincenzo M. Strambi, che godeva grande fama di santità, e che conosceva bene Gaspare, il quale, a sua volta, aveva per lui grande venerazione. Il santo Vescovo rifletté un momento, poi, sicuramente illuminato dall'Alto, disse con sicurezza: «Scrivete a D. Gaspare che vada subito all'Altare, poiché questa è la Volontà di Dio». L'umiltà, di cui il demonio s'era servito per atterrirlo, è proprio la virtù che fece chinare il capo di Gaspare all'ordine del santo Vescovo: il 31.7 dello stesso anno, venne ordinato sacerdote e il 2 agosto celebrò la sua Prima Messa in S. Marco.
Con rinnovato ardore si gettò nell' apostolato, restaurò la chiesetta di S. Maria in Vincis e vi fondò due Ristretti: quello di S. Francesco Saverio per gli uomini e quello delle Sorelle di Carità per le donne,col compito d'una fervida attività spirituale e l'impegno d'assistere il vicino ospedale. La chiesetta era nei pressi della Basilica di S. Nicola in Carcere, dove si venerava una celebre
Reliquia del Prez.mo Sangue. Qui Gaspare conosceva un santo sacerdote,
Mons. Francesco Albertini, e si unì a lui nella fondazione della Confraternita
del Prez.mo Sangue. L'Albertini, come presto vedremo, divenne suo Padre
Spirituale ed assunse un ruolo importantissimo, anzi decisivo, nella vita di
Gaspare e del suo Istituto.
Il 2 febbraio del 1808 il Gen. Miollis, per ordine di Napoleone, occupò Castel S. Angelo e la piazza del Quirinale, allora residenza dei Papi. Le ostilità tra il Papa e Napoleone si fecero aperte. Si sa che sono sempre i prepotenti e i più forti ad aver partita vinta. Pio VII, che non volle e non poté piegarsi ai voleri dell'Imperatore, venne deportato in Francia e ai sacerdoti romani e dello Stato Pontificio, che godevano di qualche Beneficio Ecclesiastico, venne intimato il giuramento di fedeltà all' usurpatore.
È la mattina del 13 giugno 1810, quando Gaspare riceve l'ordine di presentarsi al posto di Polizia. Il padre vuole assolutamente accompagnarlo. Sappiamo anche il cognome del poliziotto - un certo Olivetti - che senza preamboli gli ingiunge di giurare. La risposta è fiera e secca: «Non posso, non debbo, non voglio!» Gaspare ha appena 24 anni e il suo coraggio desta ammirazione. Il poliziotto passa all' adulazione, alle promesse ed infine alle minacce. La risposta è sempre uguale: «Non posso, non debbo, non voglio!». Come ultimo tentativo si cerca di indurre il padre a persuadere il figlio a sottomettersi. E qui insorge la fierezza romana del bravo cuoco, che, nonostante i suoi difetti, è d'indefettibile fedeltà alla Chiesa e al suo Capo. Erige la testa, guarda fieramente l'Olivetti ed esclama: «Cittadino, fucilate prima me e poi mio figlio, ma non si parli di giuramento!».
Padre e figlio non fanno politica e non difendono il Potere Temporale dei Papi per capriccio, ma non accettano la prepotenza, il sopruso e 1' imposizione di colui che ha fatto saccheggiare le chiese di Roma e trafugare le opere d'arte più preziose, arrogandosi perfino il diritto di trasformare la dottrina cattolica.
La condanna per Gaspare è decisa e immediata come la sua fiera risposta:
Esilio e carcere!
Il giovane non batte ciglio. Nel suo cuore è lieto di patire per Cristo e il suo Vicario.
L'atroce distacco
Gaspare e il babbo tornano lentamente a casa. Gaspare vorrebbe tardare il più possibile l'annuncio della terribile notizia alla mamma, che è li in angosciosa attesa. Ma appena giunto, davanti al babbo ammutolito e alla mamma che chiede, già presaga del peggio, s'accascia su una sedia e dà in pianto dirotto. Questo suo umano ed accorato pianto ce lo fa tanto amare! Da questo momento egli potrà accostarsi ad ogni sofferenza e tergere le infinite lagrime di tutti, perché affinato egli stesso dal dolore.
Quel pianto dice tutto alla madre, che si accosta al figliolo, lo solleva, gli fa coraggio, vincendo e dominando la propria anima in tumulto. Quindi va a preparare il baule, riponendovi quanto crede possa essergli necessario.
Tutti i fili della vita benefica e zelante di Gaspare sono stati recisi di colpo! Dopo aver raccomandato ai suoi collaboratori tutte le opere di carità ed aver preso commiato dai più intimi, si prepara per recarsi a piazza S. Marco, dove la carrozza con i gendarmi l'attende. Partono con lui tre amici tanto cari:
Mons. Albertini, il Marchetti e il Gambini, anch' essi coraggiosi e fieri nel rifiutare il giuramento.
Pur conoscendo in anticipo il giorno e l'ora della partenza, l'aveva tenuti nascosti alla cara mamma. Lasciarla gli tornava insostenibile! Né si sentiva d'andarsene nascostamente, senza un bacio, senza quella benedizione, ch'era abituato a chiedere sempre ai genitori, prima d'uscir di casa.
Quando si accostò a lei per baciarle la mano e chiedere di benedirlo, la madre comprese ch' era giunto il tanto temuto momento del distacco definitivo e ruppe in singhiozzi. Da poco s'era spento Luigi, il primogenito, che le aveva lasciato la vedova ed una bimba; ora perde il figlio migliore, quello che aveva saputo avverare in sé tutti i suoi sogni materni! Per non farla soffrire di più, Gaspare, col volto rigato di lagrime, rompe ogni indugio, si precipita per le scale e corre verso piazza S. Marco. Antonio gli va svelto dietro. Ma vi è appena arrivato che Annunziata, accompagnata da Paola, la nuora, e Luigia, la nipote, lo raggiunge. Prende tra le sue mani la destra del figlio e gliela stringe forte forte, come può stringerla una madre che ha il presenfliflento di non vederlo mai più sulla terra. Paola ci ha tramandate anche le ultime parole di Annunziata: «Figlio, lascia che per l'ultima volta io ti baci la mano sacerdotale, poiché già presento che non ti vedrò mai più su questa terra». Dall'acerbità del dolore aveva misurato la brevità della sua vita. Saliti i prigionieri, il postiglione sferza i cavalli; chi è a terra cerca per un tratto di seguire la carrozza, ma crescendo la velocità desiste. Annunziata, impietrita dal dolore, ma con calma sovrumana dice: «Preferisco morire senza dì lui, che vederlo a Roma spergiuro». Madre degna di tanto figlio! Da quel giorno un sottile languore la prende, logorandola a poco a poco, e i movimenti di lei, un tempo tanto attiva, vanno facendosi più lenti. Vi sono dei giorni nei quali si sente terribilmente stanca e si aggira sperduta come in un vuoto di stanze, di strade, di vita, di pensieri. I prigionieri si sono raccolti in preghiera. Gaspare, con gli occhi ancor bruciati dalle lacrime, si sforza d'atteggiare il volto a sorriso. È il più giovane, ma cerca dì rincuorare i compagni, mentre la carrozza, ora svelta, ora con lentezza, percorre la via che li porterà al calvario dell'esilio e delle carceri. È lì che il Signore forgerà nel dolore il futuro Apostolo del suo Sangue Divino!
Il topo!
Il viaggio dei quattro deportati fu un vero disastro! Immaginiamo le strade di quei tempi e la carrozza traballante, che, tra Roma e Firenze e Firenze Bologna, dovette valicare l'Appennino, prima di scendere nella vasta pianura che conduce a Piacenza, prima tappa di quel penoso viaggio.
Gaspare, come tutti i romani di quel tempo, era attaccatissimo alla sua bella Roma, dalla quale non era solito metter fuori il naso, tranne che per il catechismo in qualche paesello dei dintorni e le rarissime gite domenicali nei vicini Castelli.
A Piacenza, anche se fin d'allora ricca di palazzi e di chiese bellissime, che testimoniavano la fede di quel popolo e la munificenza dei Duchi, il giovane sacerdote si sentì subito oppresso dalla nostalgia della maestosa Cupola di S. Pietro, delle stupende Basiliche e degli antichi monumenti.
Giunsero a notte piena il 15 luglio. La città era immersa nel sonno e nel buio; l'aria afosa ed umida, per le acque del Po e del Trebbia, penetrava nelle ossa. I prigionieri eran ridotti «come quattro cenci» e «Gaspare si sentiva proprio male e si reggeva appena». Mentre numerosissimi sacerdoti e prelati, che, come loro avevano rifiutato con coraggio il giuramento, erano stati rinchiusi nelle Prigioni Correzionali, dette di S. Sepolcro, essi vennero fatti scendere ed abbandonati in una piazzetta con 1' obbligo di non lasciare mai la città e costretti a trovarsi un alloggio a proprie spese. All'angolo della piazza videro una lanterna e la scritta Locanda; bussarono e chiesero di potervi dormire.
Furono accompagnati in due stanze sudicissime, con i pagliericci stesi sul nudo pavimento, senza neppure un lume. Insieme a Gaspare, con gioia di en trambi1 dormiva l'Albertini che, maggiore di lui di vent'anni, lo prese sotto la sua paterna protezione.
Gaspare non riusciva a prender sonno. Tanti ricordi, lieti e dolorosi, dall' infanzia al momento del distacco, affioravano nella sua mente. E poi la mamma... già, la mamma cara, premurosa, affettuosa. Cosa stava facendo a quell' ora? Certamente lo pensava e neppure lei, in lacrime, riusciva a prender sonno.
Ad interrompere questi suoi pensieri gli giunsero strani rumori gutturali e l'agitarsi improvviso dèll'Albertini. Gaspare saltò dal pagliericcio e, a tastoni, gli andò vicino. «D. Francesco, cos'ha? Si sente male? Parli...» Preoccupato gridò forte e chiese aiuto. Il «cameriere», vecchio cadente e fiemmatico, che dormiva in una stanza del medesimo piano, irritato per l'insolita chiamata, brontolò: «Adesso, adesso!».
Ma cosa stava succedendo al povero Albertini? Dormendo s'era sentito mancare il fiato. Qualcosa di viscido gli era penetrato nella bocca e la graffiava, non potendo né penetrare oltre, né uscirne... Il poveretto si sentiva soffocare, rantolava ormai. Finalmente riuscì a tirar fuori un grosso topo e lo sbatté con violenza contro la parete. Dopo una mezz'oretta giunse il vecchio e, saputo di che si trattava, disse arrabbiandosi: «E per così poco mi avete disturbato a quest'ora! Che roba! Che roba!».
Gaspare, sensibile com'era anche nel fisico, ne ritrasse tale ribrezzo che, fin quando ebbe vita, provò un orrore indicibile per i topi.
I quattro sacerdoti erano, per il momento, solo degli esiliati e non dei detenuti. All' alba si recarono alla parrocchiale di S. Matteo e chiesero ospitalità a pagamento. Il parroco li accolse con molto rispetto, premura e venerazione a motivo della loro condanna.
Le prime settimane passarono tremendamente uguali: isolamento, noia, tristezza cupa, monotonia in una città umida e piatta, che fece scrivere a Gaspare: «Piacenza! No! Dovrebbe, piuttosto, chiamarsi Dispiacenza!».
La profezia
Il Signore, quando sceglie i suoi apostoli, prima di lanciarli nell' azione, li fa passare attraverso il crogiolo del dolore. La prova, per Gaspare, comincia a Piacenza... per non finire mai più, fino all' ultimo anelito.
Dopo pochi giorni dall'arrivo, Gaspare è preso da una debolezza sempre più grave, accompagnata da inappetenza, da vomiti e da continue emicranie. Nessuna cura gli giova, i nervi s'irrigidiscono e scattano all'urto più lieve, infine la febbre lo assale e lo prostra, complicando paurosamente la nevrastenia già in corso. Apprende che la madre, nello stesso tempo, come lui, sta declinando nella salute. Il dolore 10 deprime ancora di più, lo soffoca! I medici ammettono che la loro prestazione si è esaurita.
Gli vengono amministrati i Sacramenti; è dunque la fine! Marchetti e Gambini sono accanto al giaciglio impietriti dal dolore: Gaspare è tanto giovane! Stranamente 1' Albertini ha il viso sereno; proprio lui che lo predilige! Anzi sembra che il suo sguardo sia luminoso, ridente.
Marchetti e Gambini, per lasciar soli il Padre Spirituale e il suo pupillo in quegli ultimi istanti, escono. Non è bene disturbare l'ultimo colloquio tra di loro sulla terra.
Ecco l'Albertini che si siede con calma al capezzale dell'infermo e racconta:
«Ascoltami, figliolo. Nel Monastero delle Paolotte, in Roma, conobbi Sr. Maria Agnese del Verbo Incarnato, al secolo Barbara Schiavi, e ne divenni confessore». A quel nome Gaspare trasalisce. Di quella Suora, tenuta in venerazione dal Vescovo Vincenzo Strambi, dal Pignatelli e da Clotilde di Savoia, aveva sentito tanto parlare. «Era in fama di grande santità - continua l'Albertini - favorita da Dio del dono dei miracoli, di profezia, del consiglio. Ora ella così mi disse:
- Conoscerete nelle angustie della Chiesa un giovane sacerdote, zelante della gloria di Dio e, con lui, nell' oppressione dei nemici e nelle pene stringerete amicizia e ne sarete il Direttore. Il distintivo carattere del medesimo sarà la devozione a S. Francesco Saverio. Egli verrà destinato Missionario apostolico ed una nuova Congregazione di sacerdoti missionari, sotto l'invocazione del Divin Sangue, sarà da esso fondata per la riforma dei costumi e per la salvezza delle anime, per promuovere il decoro del Clero secolare, per destare i popoli dall'indifferentismo e dall' incredulità, richiamando tutti all' amore del Crocifisso. Fonderà un Istituto di Suore, che egli però non dirigerà. Egli finalmente sarà la tromba del Divin Sangue, onde scuotere i peccatori ed i settari nei difficili tempi della cristianità».
L'Albertini conclude: «Figliolo, il designato di Sr. Maria Agnese sei certamente tu, non posso ingannarmi. Tu hai accettato nel tuo cuore il sacrificio supremo, la morte, rassegnato alla Volontà di Dio. Ma i disegni della Provvidenza sono diversi, non puoi morire».
Gaspare obbedisce con docilità e, contro tutte le previsioni, la febbre scende, lo stomaco comincia a tenere il cibo, gradatamente tornano le forze e il volto riprende 1' abituale colorito.
Gaspare sente nel cuore, come un sussurro, la voce di Gesù: «Questa infermità non è per la morte, ma perché in te si manifesti la Gloria di Dio. Alzati e cammina!».
Gaspare si alzò e si pose in cammino.
Il canto dei prigionieri
Un ordine alla Polizia di Piacenza dispose la traduzione dei deportati da Piacenza in Corsica, mentre i malati e i più anziani dovevano essere trasferiti a Bologna. Grande fu la gioia di Gaspare quando apprese che, come lui, anche i suoi tre compagni erano stati destinati a Bologna. Il clima più salubre di quella bella città e le più facili comunicazioni con Roma gli furono di grande sollievo e giovarono non poco anche alla sua salute.
Ai prigionieri fu tolto il modesto appannaggio di cui godevano a Piacenza e ingiunto di provvedere da sé al vitto e all'alloggio: senza volerlo fu data loro praticamente la libertà vigilata. In quella circostanza le famiglie bolognesi di ogni oeto scrissero una delle più belle pagine della loro sensibilità e generosità. Fecero a gara nell' aiutare quei santi sacerdoti, liete, d'altra parte, di poter esprimere in qualche modo il loro spirito di indipendenza e di condanna verso l'Usurpatore, ch' era giunto perfino ad arrogarsi il diritto di indire Sinodi e Concili.
L'Albertini e Gaspare furono ospitati dalla nobile Famiglia dei Bentivoglio. Gaspare alla grande camera preferì l'umile stanza del cameriere, adducendo il motivo che li, più appartato, avrebbe potuto dedicarsi meglio allo studio ed alla preghiera. Finalmente poteva interrompere il forzato ozio di Piacenza! Si risvegliò in lui e proruppe lo stesso zelo che già lo bruciava a Roma. Predicava Esercizi Spirituali, teneva conferenze ai giovani; prese contatto ed ascoltò i grandi Maestri di lettere e scienze di quella celebre Università; fece scorrere clandestinamente tra quegli studenti foglietti che confutavano gli errori delle
dottrine materialistiche che li avevano allontanati dalla Fede. Il suo nome ormai correva sulla bocca di tutti: il giovane Del Bufalo è un dotto e un santo! Le famiglie nobili facevano a gara per averlo precettore ed educatore dei loro figli.
Poteva mai durare a lungo quel paradiso? Ecco che la croce cade all'improvviso e più pesante sulle sue spalle e lo invita alla sofferenza.
D'improvviso si ammala gravemente l'amico carissimo D. Gambini. Gaspare fa appena in tempo ad accorrere al suo capezzale e a raccoglierne l'ultimo anelito. Presto si sparge la luttuosa notizia in città: È morto un confessore di Cristo! Gaspare organizza, da par suo, solenni funerali, ai quali, col clero bolognese e i duecento sacerdoti deportati, partecipa una folla interminabile. Il Prefetto di Polizia trema; teme una sommossa! Gaspare è immediatamente chiamato a prestar giuramento e, al rinnovato e netto rifiuto, segue nella nottata l'arresto. Una squadra di sbirri dal Palazzo Bentivoglio lo trascina al carcere di S. Giovanni in Monte, ove viene rinchiuso in cella d'isolamento. L'indomani lo raggiungono altri 37 sacerdoti. La Polizia, sperando vanamente di fiaccare la resistenza dei giovani, spedisce in Corsica i sacerdoti più anziani e agguerriti, tra i quali l'Albertini. Gaspare è così rimasto senza il suo Padre Spirituale ed amico più caro.
Nel carcere furono uniti ai delinquenti comuni e il trattamento fu dei più deprimenti: poca luce, sudiciume e insetti, cibo ributtante! Ma anche qui, pur fra tanto patire, Gaspare riuscì ad organizzare conferenze di spirito; servendosi poi della complicità di qualche custode, al quale donava le leccornie che di tanto in tanto riceveva dagli arditi e bravi bolognesi, poté accostare anche i delinquenti più incalliti e parlar loro dell' amore di Cristo.
Per suo merito in quelle carceri, dove di frequente avvenivano ribellioni e non s'udivano che bestemmie, subentrò la quiete. Le Autorità restarono di stucco: S. Giovanni in Monte era divenuto un carcere modello! C'era, senza dubbio, lo zampino di quel pretino cocciuto e così intraprendente!
Ai soprusi dei carcerieri, i sacerdoti e gli altri cominciarono a rispondere col canto. Nel buio della sera si levava un coro solenne di lodi al Signore!
«Cos'hanno quei preti da cantar tanto?» si domandavano i carcerieri prima stupiti, poi irritati e furibondi. Da superstiziosi cominciarono ad aver paura:
«Non canteranno in anticipo i nostri funerali? Basta, uccellacci di mal'augurio!» Ma si può far tacere con la forza la voce di un cuore in perfetta letizia, perché soffre per il suo Signore? Certamente no. E allora... inasprimento di pene, celle d'isolamento, trasferimento in altre prigioni, dove più aspra sarà la disciplina.
Gaspare è tradotto nelle carceri dure di Imola!
Come i primi cristiani
Gaspare era da pochi mesi nel carcere di Bologna, quando apprese la ferale notizia della morte della sua carissima Mamma., Madre e figlio, nella rara corrispondenza, che avevano potuto scambiarsi, si celavano amorevolmente a vicenda le tristi condizioni di salute e le pene del cuore. Tuttavia, per quelle misteriose vie, che coloro che si amano sanno trovare, Annunziata aveva saputo della grave malattia del figlio e Gaspare delle precarie condizioni della mamma. Notizie gravi da ambo le parti, anche se addolcite e ridimensionate dalla pietà di chi le portava. Annunziata, dalla partenza del figlio, non si era ripresa più e «andava bevendo la morte a sorsi». Sul letto di morte, quasi col sorriso sulle labbra, mormorò: «Sia fatta la volontà di Dio; rivedrò mio figlio in Paradiso». E s'addormentò nel Signore il 20 ottobre 1811.
L'Albertini si assunse il delicato e penoso compito di comunicare a Gaspare la dolorosa notizia. Egli ne rimase impietrito! Sulle prime si sforzò quasi di non credervi e riuscì a trattenere le lacrime, poi prevalse la legge del cuore e scoppiò in pianto dirotto. Ecco come scrisse a Sr. Tamini: «Fra le altri tribolazioni, colle quali piace al Signore di visitarmi, si è aggiunta quella, fra tutte la più pesante, della perdita, cioè, della mia santa ed incomparabile genitrice. L'uniformità ai divini voleri non esclude nella mia umanità, il peso grande che risento per tale mancanza. Non mi trattengo molto su questo per ora, perché troppo viva è la ferita... Sono stordito! Il dolore per mia madre è inesprimibile!».
Con il cuore straziato e le membra intirizzite dal gelo, Gaspare, con otto sacerdoti, viene trasferito dal carcere di Bologna a quello di Imola. L'amorevole gara dei cittadini bolognesi e imolesi nel dar loro aiuto e conforto irritò il Governo, che ne ordinò il trasloco alla Fortezza, dove 1' inasprimento della pena fu di tutt'altro genere. Più umano il vitto e l'alloggio, ma rigoroso divieto di qualsiasi contatto anche epistolare con 1' esterno, e severa proibizione di celebrare Messa. Era l'apice della persecuzione, la catacomba. Il massimo dei patimenti per un sacerdote.
La fama di quei prigionieri, e di Gaspare in particolare, li aveva preceduti. Gli Imolesi sapevano tutto della fierezza di quel giovane prete romano, della sua santità e dottrina e della sua abnegazione a favore dei compagni di sventura. Ecco perché, al momento del loro trasloco, il popolo era tutto li a fiancheggiare la carrozza che li portava alla Fortezza per applaudirli. Gli Imolesi, poi, avendo saputo del divieto di celebrar Messa, cercarono in un primo tempo di fargli pervenire per vie misteriose, l'Eucarestia, proprio come al tempo dei primi cristiani - ricordate S. Tarcisio? - poi, con la complicità dello stesso personale di custodia, anche l'occorrente per dir Messa. Così nella notte quella severa fortezza splendeva di luce agli occhi dei cittadini, come un faro. Lì, otto sacerdoti, tra i quali un santo - Gaspare Del Bufalo - levavano al Cielo per sé e per loro 1' Ostia consacrata e il Calice del Sangue di Cristo!
Intanto Napoleone era riuscito a strappare a Pio VII, prigioniero a Fontainebleau, un concordato, ovviamente tutto a proprio vantaggio, e se ne servi subito per convincere i sacerdoti prigionieri che il giuramento era voluto proprio dal Papa. Due dei compagni di Gaspare, nonostante egli li scongiurasse, caddero nel trabocchetto, mentre gli altri, più che mai fermi nel diniego, furono rinchiusi nella Fortezza di Lugo, dove vennero sottoposti ad un trattamento ancor più duro ed iniquo. Affidati alla sorveglianza d'un terribile custode soprannominato lupo, questi non smentì la triste fama del suo nome. Fu un vero aguzzino! Ne chiuse quindici in tre anguste celle. Ben presto si sacrificarono in quattordici in due sole di esse, per lasciarne una interamente a disposizione di un compagno in fin di vita per etisia, che così avrebbe potuto almeno godere d'un po' di aria. L'aguzzino dimezzò il già magro e rivoltante cibo, sequestrò libri e corrispondenza e rubò i loro pochi oggetti. Infine vietò la celebrazione della S. Messa e di ricevere la Comunione.
Un mattino però giunse una lieta notizia: il Commissario aveva lasciato Lugo; le cose per Napoleone stavano prendendo una cattiva piega. La libertà era dunque imminente.
Quel drappello di eroi fu portato a Bologna con l'intenzione di farli proseguire per la Corsica. Essi però, approfittando della confusione, se ne partirono per Roma. Gaspare, invece, dopo aver salutato e ringraziato gli amici bolognesi, fece sosta a Firenze, dove si fermò a lungo a diffondere la devozione al Preziosissimo Sangue.
Perché tanta fretta? A Roma, ormai, non c'era più la cara mamma che l'aspettava con ansia!
Il mandato
Gaspare, di ritorno dalla prigionia, nell' avvicinarsi a Roma, scorse da lontano la grande Cupola e sentì il viso rigarsi di lacrime. Ora che Dio, infinito nelle sue misericordie, lo riconduceva nella sua Città, sapeva che sarebbe cominciata una nuova vita, quella di apostolo di Cristo e che per Lui avrebbe dovuto soffrire senza sosta fino alla morte. L'esilio era stato solo il prologo. Al suo rientro l'attendeva il vuoto della casa; è davvero tanto triste il ritornare dove si è vissuti accanto ad una persona cara e non trovarla più! Si portò subito a pregare e a sfogare il suo pianto sulla tomba dell'amata genitrice.
Il babbo aveva ripreso moglie e, pur non criticando il suo operato ed avendo grande stima per la matrigna, non se la senti di coabitare con loro. Cercò di sistemare dignitosamente la cognata e mise la nipotina nel Collegio delle Maestre Pie. Per sé cercò un misero alloggio dove avrebbe potuto pregare e studiare indisturbato; manco a dirlo, ne fece subito la base per il rilancio del suo apostolato in Roma, allargandolo anche fuori la città per protenderlo poi nel futuro. Chi già lo conosceva disse: «Ecco nuovamente in azione il moto perpetuo».
Rifiorirono le Opere morte nella sua assenza: S. Maria in Vincis, S. Galla, S. Nicola in Carcere e tante altre. In S. Nicola, dov' era tornato l'Albertini, predicò una grande Missione. La Provvidenza mandò sui suoi passi Mons. Belisario Cristaldi, Tesoriere di S. Romana Chiesa, uomo di larghe vedute e di gran cuore. Egli sarà il suo più grande benefattore e protettore, 1' amico vero dei giorni difficili finché avrà vita.
Nello Stato Pontificio regnava il caos e la stessa Roma era stata scristianizzata. Non bastavano più le leggi, ma occorreva qualcuno che scavasse profondamente nelle coscienze.
Gaspare, al quale l'amico Bonanni aveva già scritto a Firenze, si associò volentieri agli Operai Evangelici, un gruppo di sacerdoti fondato dallo stesso Bonanni: le Missioni erano il suo sogno! Subito emerse in primo piano e poté convincerli a mettersi sotto la protezione di S. Francesco Saverio e a propagare la devozione al Prez.mo Sangue. La predicazione semplice e chiara esprimeva il suo fuoco e la sua accorata passione. La dolcezza paterna e 1' incrollabile convinzione fecero colpo anche in Alto; così fioccarono offerte di posti di grande prestigio, Vescovadi e Nunziature. Rifiutò sempre! Non era tornato a Roma per cingere l'aureola di martire! Non aveva sofferto le carceri per onori così effimeri! Egli anelava a chiese e piazze gremite di folla per convertire i peccatori, sostenere gli onesti, chiedere giustizia per gli inermi, i reietti e i perseguitati e per debellare eretici e settari. Voleva, insomma, convertire tante anime!
Ma il contatto con sì alti personaggi, senza scrupoli, avidi soltanto di privilegi e laute prebende, lo sconvolse e temè d'essere trascinato anch'egli in perdizione. Così decise, con l'amico Odescalchi, d'entrare tra i Gesuiti. Chiese consiglio all'Albertini e questi lo incoraggiò. I lettori si chiederanno: «E la profezia?». L'Albertini, temendo d'essersi sbagliato, non se la sentì di contrariare la vocazione di Gaspare pensando: «Se non è questa la Volontà di Dio, Dio stesso in qualche modo si manifesterà». Aveva ragione.
Pio VII conosceva bene i due giovani sacerdoti e, sapute le loro intenzioni, li invitò a colloquio e, senza mezzi termini, ordinò all' Odescalchi d'intraprendere la carriera diplomatica e a Gaspare di dedicarsi totalmente alle Missioni. Il velo cadde dagli occhi di Gaspare che, nella voce del Papa, sentì la voce di Cristo, e subito si mise all'opera.
La Congregazione di S. Gaspare, come tutte le Opere di Dio, nacque tra mille difficoltà. Per una Fondazione sono necessari un «nido» e uomini adatti, disposti ad ogni rinuncia. Mancavano 1' uno e gli altri! Finalmente il Cristaldi ottenne dal Papa un vecchio Cenobio nella diocesi di Spoleto, dopo non poche difficoltà. Ma sia il Bonanni che gli Operai Evangelici, finché si trattava di rimanere a Roma, erano entusiasti delle Missioni, ma quando sentirono di dover andare lontano, non ne ebbero il coraggio. Gaspare non era proprio l'uomo da arrendersi di fronte a queste difficoltà. Fece loro capire che quella era la Volontà di Dio e riuscì a convincerli. Il Cristaldi fece sapere che anche il Santo Padre voleva che la nuova Congregazione fosse intitolata al Prez.mo Sangue, e che desiderava riceverli in udienza.
Il 26 luglio con il Mandato e la benedizione di Pio VII, quel primo drappello partì da Roma. La Culla del nuovo Istituto sarebbe stata il vecchio Cenobio di S5. Felice in Umbria, la terra di S. Francesco d'Assisi.
La profezia si stava avverando.
La culla
Dire che il 26 luglio del 1815 il drappello dei futuri Missionari della nuova Congregazione di Gaspare partì tutto per S. Felice non è esatto. Gaspare sì, volò solo e immediatamente, per precedere di vari giorni i compagni. E c'era anche un perché. Gaspare conosceva già lo stato del vecchio convento e temeva che i compagni, già tanto restii a lasciare Roma, ne sarebbero restati talmente... inorriditi, da non aprire neppure le valige e ripartire immediatamente con lo stesso legno, col quale sarebbero arrivati. Infatti era stato a Giano a predicare il Triduo della festa d'Ognissanti nell'anno precedente ed era andato a dare uno sguardo. Per lui quel vecchio convento era una manna del cielo, ma per gli altri?
S. Felice è in posizione incantevole, come del resto incantevole è tutta l'Umbria per i suoi colli dolcissimi, il suo verde, i suoi campi, i suoi monumenti; sorge fra alberi poderosi, su uno spiazzo abbastanza largo. La costruzione è vasta per ampiezza di locali: cortile monumentale, col pozzo, porticato e loggiato; molte celle, refettorio, l'interno tutto affrescato ad ispirazione dassicheggiante o a sostanzioso barocco: pure barocco e affrescatissimo è l'interno della chiesa. Però... qua e là è tutto sgretolato e cadente! Soffitti sforacchiati, dai quali, in qualche parte, si vedeva il cielo; porte innumerevoli senza battenti, spalancate su stanze alle quali è crollato il pavimento, sicché dalla soglia si possono vedere i locali inferiori. Mucchi di calcinacci e di mattoni ostruiscono i corridoi... Vetrate sporche e rotte, ragnatele in abbondanza. Al minimo rumore svolazzano pipistrelli. Ovunque, diciture latine e pitture chiassose che contrastano col silenzio quasi sepolcrale del tempio, dove da anni non entrava più nessuno. Le panche rigonfie dall'umidità e in disordine, ingombrano il pavimento; fuggono pipistrelli anche dai confessionali e rondini in alto passano da un finestrone all'altro.
Nella mente di Gaspare s'affaccia, con la leggendaria storia di S. Felice martire, chiuso in un sarcofago nella cripta, la schiera di Benedettini, Agostiniani, Passionisti che 1' avevano popolato, molti dei quali giacevano nella cripta o sotto il pavimento della chiesa. Gaspare si trovò come disperso in quella possente rovina! Chiunque sarebbe fuggito, quasi il Cenobio stesse per crollargli addosso, ma egli, in quell'edificio desolato, salutò nel segreto del cuore, la prima Casa, la Culla, il sospirato Nido dell' Istituto dei Missionari, che di li sarebbero partiti per recare nel mondo l'insegna del Sangue di Cristo!
Per il momento l'avv. Paolucci, cui sta tanto a cuore la fondazione, lo ospita in casa sua a Giano. Di li Gaspare scende tutti i giorni a S. Felice e, aiutato da volenterosi contadini, s'improvvisa muratore, falegname e fabbro per i restauri più urgenti onde far trovare ai compagni qualche camera e 1' indispensabile per i primi giorni. Il Papa gli aveva donato un gruzzoletto; la generosità di quei contadini si esprimeva in tutti i modi e le famiglie più abbienti facevano doni e prestiti, garantiti dalla cambiale della... Provvidenza!
La voce dell' arrivo dei Missionari si sparse ovunque! Gaspare non stava in sé dalla gioia e ne scriveva a Mons. Cristaldi e ai compagni per entusiasmarli. Giunse finalmente 1' ora di Dio! D. Gaetano Bonanni, D. Adriano Giampedi, D. Vincenzo Tani - i primi tre congregati con Gaspare nel nome del Sangue di Cristo - giunsero accolti dalla gran folla, che acclamava e benediceva, confondendo la propria voce col festoso suono delle campane. Nella chiesa, ripulita e addobbata a festa, cantarono il Te Deum. «Nella mattina seguente - tiene a scrivere Gaspare al Cristaldi - si mise subito l'esatta osservanza delle Regole». Gaspare si moltiplicava! Dopo un Triduo solenne, il 15 agosto 1815 la novella Congregazione ebbe ufficialmente i suoi Natali!
«La folla è immensa - scriveva Gaspare - e accorre da tutte le parti». Alle funzioni parteciparono il Clero e le Comunità Religiose dei paesi vicini. I preti romani, prima così incerti, quel giorno dimenticarono perfino di prendere cibo. La letizia fu piena e gioconda. Gaspare raggiava! Mai fu più felice e mai lo sarà come quel giorno.
A notte, quando i compagni stanchi cadono in sonno profondo, egli al lumicino d'una candela, scrive una meravigliosa lettera al Cristaldi. La lettera comincia così: «Converrebbe scrivere la presente più con lacrime di tenerezza, che con l'inchiostro» e termina: «Ho affidato 1' Opera alla Madonna, Ella penserà a proteggerla dal Cielo e a benedirla amorosamente».
Non avevano piu vino
Abbiamo posto in rilievo come S. Gaspare, fin dal primo giorno della fondazione, instaurò la «perfetta osservanza delle Regole» ch'egli stesso aveva dato alla novella Congregazione. Ed è proprio questo il primo segreto dello sviluppo meraviglioso dell'Istituto: la perfetta osservanza. Diceva ai compagni in disagio per il cambiamento del tenore di vita, cui erano abituati a Roma, dove non mancavano comodità, parenti ed amici: «I certosini fanno i voti e noi li osserveremo!» Infatti egli volle una Congregazione che sembrò strana a quei tempi, cioè senza voti e senza particolari obblighi, all'infuori di quelli cui ogni buon sacerdote era tenuto. Essa doveva basarsi sulla carità! Non per nulla S. Paolo aveva scritto che la carità è il vincolo della perfezione.
La volle povera: «Se la Congregazione un giorno dovesse diventar ricca, non sarebbe più la mia Congregazione». Accettare tutto, ma servirsi del puro necessario, il resto doveva essere per i poveri.
Non si poteva davvero parlare di ricchezza in quei giorni! Si mangiava e si beveva quel tanto che donavano i benefattori. Si dormiva in un vecchio convento, addirittura cadente, ove topi e pipistrelli la facevan da padroni. Mai un Missionario o un Fratello Inserviente se ne lamentò. Erano un cuore ed un'anima sola e vivevano in perfetta letizia. La benedizione del Signore era con loro. Ed ecco cosa accadde un giorno a S. Felice. Un episodio che richiama alla memoria la bellezza dei Fioretti di S. Francesco e la semplicità di Fra Ginepro. Erano così anche i primi compagni del Santo.
Uno di essi era Fratel Alessandro Pontoni di Camerino, il quale, avendo dovuto interrompere gli studi nel seminario nel periodo dell' invasione napoleonica, chiese al Fondatore d'essere accolto come fratello inserviente a S. Felice, perché «si sentiva chiamato alla vita religiosa». Di lui così è scritto nella cronaca di quella prima Casa: «Fu esemplare nell'osservanza delle Regole e per l'accuratezza e la bravura nel disimpegnare le faccende assegnategli». Era di forme imponenti e dotato di forza fisica considerevole, in vero contrasto con la sua dolcezza ed incantevole semplicità. Per le bestie, poi, aveva un amore tutto francescano, fino al punto che, su per le strade in salita, si caricava sulle spalle parte della soma degli asinelli, che ormai esausti arrancavano senza fiato. Ne aveva tanta compassione che rimproverava con severità i padroni che li frustavano senza pietà. Così - è storico! - i somarelli, più riconoscenti degli uomini, carichi o scarichi, quando l'incontravano, gli andavano incontro trotterellando e ragliando.
Or avvenne che i Padri che stavano a S. Felice, a causa della cronica povertà da giorni non bevevano più neppure un bicchier di vino, anche se la Regola gliene assegnava uno a pranzo e un altro a cena. Un giorno, mentre erano a tavola, un somarello carico di due bei barili di quello buono, entrò diritto nel refettorio, ch'era a pian terreno, trascinando dietro il padrone, che gli si era aggrappato alla coda per fermarlo. Ci fu una risata generale! Quei buoni Padri invitarono quel signore a sedere a mensa con loro: «Non c'è gran che, ma ci dia l'onore di dividere con noi quel che passa oggi la Provvidenza». Il buon uomo accettò con piacere, ma, osservando che sulle mense c'erano soltanto bottiglie d'acqua, «Come si fa a mangiare - disse - senza nemmeno un bicchier di vino? Possibile che il vostro santo Superiore non vi permette di berlo neppure a tavola?» «No, amico, non è colpa del Superiore, anzi egli ha messo perfino nelle Regole che ce ne toccherebbe uno a pranzo e uno a cena; ma... quando ci sono i baiocchi per comprarlo. Ora è da tempo che i baiocchi non ci sono e il vino non si può comprare». Il buon uomo si commosse e rivolto a Fratel Alessandro: «Vieni, gli disse, dammi una mano!» Scaricarono i barili e ridendo aggiunse: «Il somaro e il suo padrone pregano i santi Padri d'accettare questo dono. Ora beviamone un bicchiere assieme alla nostra salute. Però qui c'è il tuo zampino, caro Fratel Alessandro, ammaliatore di somari!»
Gaspare ch'era presente, aggiunse, lieto e bonario: «Lei ha ragione, ci sarà senz'altro lo zampino di Fratel Alessandro, ma c'è senza dubbio anche la mano del Signore. Chi ci dice che il somarello, creatura di Dio, non abbia, mentre passava di qui, sentito quella esortazione evangelica: Date da bere agli assetati?».
Vedrà il danaro moltiplicarsi
La nuova Congregazione, benedetta dal Sangue Divino di Gesù, faceva grandi progressi. Gaspare, di tanto in tanto, era costretto a recarsi a Roma per disbrigare pratiche, provvedere fondi, cercare nuove reclute. Le richieste di Missionari in Umbria e altrove si moltiplicavano. La fama di quei santi sacerdoti ormai andava diffondendosi ovunque!
Non mancavano tribolazioni. Gaspare, quando doveva assentarsi, scriveva lettere per incoraggiare, spronare, consigliare. E, in esse, insisteva sempre:
«Uniti nella carità del Sangue di Cristo, zelanti per la sua gloria e la salute delle anime; poveri con Cristo sulla croce». «Siamo poveri, ma c'è sémpre chi èpiù povero di noi; i poveri sono i padroni dei nostri averi, guai a mandarli via senza almeno un piccolo aiuto». «Noi siamo stati mandati come Cristo ad evangelizzare i poveri, cioè le popolazioni umili e i ricchi, tanto poveri nell'anima!».
Sarebbe un errore pensare che Gaspare facesse soffrire fame e disagi ai suoi figli. Sorvegliava di persona a che la povertà non fosse scusa per la sporcizia e per far patire la fame. Cibo semplice, ma abbondante; casa e camere arredate del necessario per una vita tranquilla e la salute di chi l'abitava.
Egli dava in tutto il più luminoso esempio. Ecco cosa si legge nella cronaca di quella casa: «Quante volte il poverissimo Can. Del Bufalo si toglieva scarpe, biancheria, mantello ed altro per darlo ai poveri! Poi cercava di rientrare di soppiatto per non farsi vedere quasi spogliato!» In altra cronaca si legge:
«In tempo di pioggia non possono uscire più di due missionari, perché in casa c e un solo ombrello». S. Gaspare stesso, di suo pugno, annota: «Nella fondazione di questo Istituto assai vi fu da patire non soltanto per la mancanza di soggetti, ma del necessario sostentamento. I Missionari vanno a due a due, come gli Apostoli, a predicare la parola di Dio. Siano rese grazie alla Provvidenza e alle buone popolazioni, che mai ci hanno fatto mancare il pane quotidiano».
Non poche volte anche Gaspare si trovò a dover far fronte alle scadenze con i fornitori! Non esistevano cambiali ed essi furono sempre fiduciosi nella sua parola. Ma, a volte, anche i fornitori non navigavano in buone acque ed allora, in qualche caso, intervenne chiaramente la Provvidenza.
Avvenne che, nell' assenza del Fondatore, D. Biagio Valentini, economo della casa di S. Felice, era rimasto proprio al verde. Non avendo più coraggio di chiedere dilazioni e nuovi crediti al negoziante, scrisse al Santo che, con quei quattro baiocchi rimasti nel cassetto e senza alcuna probabilità di potersene procurare altri, non sapeva proprio dove battere la testa. La risposta di Gaspare fu immediata e precisa: «Abbia fede e vedrà il danaro moltiplicarsi nelle sue mani».
D. Biagio era anch'egli un Santo, conosceva bene S. Gaspare (poi ne divenne il primo successore) e la sua vocazione e l'ingresso nella Congregazione furono accompagnate da una sequela di circostanze che ebbero del miracoloso. Pensò: «Il Canonico è un santo e... se lo dice lui, così sarà! » Volle il caso - o il Signore? - che la lettera di S. Gaspare gli fosse recapitata proprio alla presenza del fornitore venuto da Giano a... bussare a danaro. Gli fece leggere il foglietto e quegli, tentennando il capo, osservò: «Senza dubbio il sig. Canonico è un santo e fa miracoli, ma se i soldi in quel cassetto Lei, Padre Biagio, non ce li ha messi, non vi possono essere nati da soli!»
D. Biagio si segnò, apri il cassetto e... uno, due, tre...
Quando raggiunse la cifra esatta da pagare, la ciotola rimase pulita pulita! Il volto di D. Biagio, mentre contava, era rimasto sereno, senza mostrar per nulla meraviglia, come fosse tutto più che naturale. Il creditore invece guardava trasecolato ed allegro: stava per avere tutto, fino all' ultimo baiocco!
Uscito dal convento, andò in giro mostrando il gruzzoletto, e dicendo: «Fate pure credito al Canonico Del Bufalo, tanto, se non paga lui, paga sempre il Signore!».
Una corona di calici
Ogni santo ha un proprio segreto che lo ispira ed anima: il carisma, che lo distingue nella sua vita. Il segreto è, ovviamente, sempre il Cristo vissuto, ma ognuno si sente da lui attratto in maniera peculiare, anche secondo la propria natura.
Gaspare può essere in molte cose paragonato all' Apostolo prediletto sia per la sua mai offuscata purezza, sia per il suo filiale abbandono sul Cuore sanguinante del Signore; può essere anche paragonato a Paolo di Tarso per la sua predicazione calda e accorata del Cristo Crocifisso. Il nostro Santo, però, sarà per tutta la vita particolarmente preso, ammaliato, innamorato del Sangue Redentore, che ogni mattina consacra nel Calice della sua Messa. Prima a S. Nicola in Carcere, poi nell' orrore dell' esilio, i trasporti d'amore per quel Sangue lo confermano nella incrollabile scelta di vita: versare anche il proprio sangue per quel Sangue!
Nel carcere già vede la sua futura Congregazione che inalbererà lo stendardo del Sangue Prezioso. A Firenze, prima sosta dopo la liberazione, sorge l'aurora dell'apostolato per la diffusione del culto al Sangue di Cristo. Gaspare è convinto che il suo apostolato, per 1' espressione del massimo pegno che Cristo ha dato del suo amore all'umanità, debba andare molto al di là del quotidiano dovere sacerdotale. Egli vorrebbe sentire in sé quello stesso slancio col quale Cristo ha effuso il suo Sangue.
Chi ha osato accusare Gaspare di sentimentalismo non ha capito proprio nulla della maschia statura spirituale e mistica di questo Santo. Egli infatti è il santo che si accosta più d'ogni altro a Pietro e Paolo nel concetto fondamentale della Redenzione universale operata da Cristo versando il suo Sangue. E di tale verità ne fa costante norma di vita.
Vita verginale, distaccata dal mondo, dalle persone e cose più care per una pratica eroica d'ogni virtù cristiana. Vita di preghiera e di meditazione che lo inoltri sempre di più nel solco purpureo di quel Sangue e lo assimili maggiormente al Martire del Golgota. Vita d'apostolato, affinché quel Sangue, dal Cuore squarciato di Cristo, raggiunga tutte le anime e a Lui le riconduca. Alla luce di quel Sangue comprende tutto il male della vita e la tristezza del peccato. Cristo vuol lavare le sordidezze del male col suo Sangue e l'ha messo nelle mani dei sacerdoti per compiere con la loro cooperazione questo ministero d'amore. Gaspare fa sue le sofferenze e le miserie altrui e si sente sanguinare per il prossimo lontano da Cristo. Adora quel Sangue, trabocca d'amore per quel Sangue, distribuisce quel Sangue, chiama attorno a sé uno stuolo di apostoli di quel Sangue, lotta per il trionfo di quel Sangue!
«E l'arma dei tempi, l'arma più potente per vincere ed umiliare Lucifero!» È di suo pugno la frase che troviamo in una lettera al Cristaldi: «Il demonio mi divorerebbe, se non fosse una corona di Calici dei quali parmi vedere il mio spirito circondato». Come si rileva da altri suoi scritti non era un modo di dire, ma una visione reale e quasi costante. Il Pallotti, santo, amico e confessore di Gaspare, afferma: «Il demonio perseguitava il Servo di Dio, perché propagava la devozione al Prez.mo Sangue» e così tanti altri testimoni ed episodi della vita del Santo lo confermano. «I contrasti del demonio - scrive ancora Gaspare - confermano che l'Opera è da Dio. Teme il Nemico per le tante anime che gli strappa il Sangue Divino e gli strapperà in futuro per la diffusione che ne faranno gli Operai Evangelici di questo Santo Istituto».
Gaspare sa che il Sangue è l'emblema insuperabile della carità non solo in chi l'aveva versato, ma anche in chi se ne sarebbe fatto tramite per portarlo alle anime. Il Sangue di Gesù non conosce la legge della stasi, ma è il divenire perenne, il perpetuarsi per la moltiplicazione dei credenti. Gaspare ne diviene il serafino, il più grande apostolo, la tromba squillante delle sue glorie fino alla morte, ed oltre, tramite i suoi figli.
Egli vuole che, come tutta la sua vita, anche la nostra sia un continuo inno d'amore al Sangue di Gesù.
Parla con la Madonna
Subito dopo la fiamma del Sangue di Cristo, che al di sopra di ogni altra, ardeva nel cuore di S. Gaspare, sì da renderlo un vero serafino in terra, il suo cuore palpitava d'intenso amore per Maria, che quel Sangue donò all'umanità. «Questa Madre celeste egli amò col cuore di un serafino; la vedeva tutta inondata di sovrumano splendore, irradiante dal Mistero del Sangue, che sta all'origine di tutte le sue grandezze». Il Santo seppe mirabilmente intrecciare i due Misteri del suo cuore facendo dipingere un quadro, ove la Vergine è rappresentata col Bambino in braccio, che leva con la destra il calice del suo Sangue e lo mostra all'umanità, mentre ella, con un gesto della mano, invita i peccatori a ricorrere a quel Sangue che per essi Gesù sparse con tanto amore. Questa dolcissima immagine, che il Santo portava sempre con sé nella predicazione, fu da lui chiamata Madonna delle Missioni, perché, diceva che, dal momento in cui quel quadro veniva esposto sul palco, la Missione prendeva fuoco, perché la Missione la faceva la Madonna. E soleva anche darle tanti altri titoli affettuosi, come: Grande Missionaria, condottiera della Missione, Rapifrice dei cuori. Il popolo la chiamò subito Madonna del Prez.mo Sangue e Regina del Prez. mo Sangue, titolo col quale viene invocata e venerata ai nostri giorni.
«Parlando della Madonna - troviamo scritto in molte testimonianze - Gaspare tutti eccitava a ricorrere a Lei, cavando lacrime di tenerezza dagli occhi degli astanti». Quando invitava i fedeli ad inneggiare a Maria, gridava: «Evviva Maria!» Quel grido sembrava un tuono, al quale tutto il popolo rispondeva con un boato che faceva tremare la volta del tempio: «Viva Maria!». «Quando esaltava le glorie della Vergine, lo faceva con tale foga ed ardore da parer unserafino d'amore in lei rapito e si portava via il cuore di tutti». Così annunziava dal palco la predica prediletta, che lo faceva arrossare in volto come un innamorato: «Sapete di chi vi parlerò ora? Della cara Mamma nostra!».
Nelle Missioni, nelle Case dell' Istituto e in quelle private, durante i viaggi, nelle buie ridotte delle prigioni, negli ospedali, invitava tutti ad amare Maria. Quest'amore così grande e così dolce l'aveva appreso sulle ginocchia della Madre. La buona Annunziata, tenendolo in braccio o per mano, lo portava a pregare nelle belle chiese di Roma dedicate alla Vergine, e per strada sostavano ad ammirare e salutare le tante bellissime nicchie, che il devoto popolo romano soleva erigere sui cantoni dei palazzi e negli incroci delle vie.
Soleva raccomandare vivamente la recita del Rosario, la devozione all'Addolorata e la celebrazione delle grandi solennità dell' Immacolata e dell' Assunta. Nella sua Regola prescrive che al sabato i Missionari recitino i Cinque Salmi, le cui iniziali compongono il Nome di Maria, e tengano una predica con l'esempio della Madonna. Fu tra i grandi promotori della pratica del Mese Mariano e, come abbiamo già detto, volle aprire la prima Casa della Congregazione il 15 agosto, ponendola sotto la protezione della Vergine. Volle in fine che nello stemma della Congregazione fossero incrociati i nomi di Gesù e di Maria.
Come potremmo meravigliarci che la Vergine abbia detto ad un'anima pia (il Merlini?) che Gaspare era la pupilla degli occhi suoi e ch~alle preghiere del Santo abbia operato tanti strepitosi prodigi?
Sappiamo che Gaspare aveva, come fratello inserviente, Fratel Bartolomeo, che con le sue stranezze lo fece tanto soffrire; per altro gli era fedelissimo, lo seguiva sempre e si sarebbe fatto fare a pezzi per lui. Bartolomeo ne sapeva perciò più di tutti sulla vita del Santo e a volte spiava anche per scoprire cosa avvenisse di straordinario, quando il Santo si chiudeva in camera, e dagli spiragli della porta vedeva sfuggire raggi di luce. Bartolomeo raccontava: «Il Canonico parla con la Madonna!» «Certo - gli dicevano - prega ad alta voce!». «No, no, - precisava - parlano assieme, è un colloquio, non una preghiera. Èvero, sento solo le parole del Canonico, ma si capisce bene che è una conversazione. Quanto egli ami la Vergine lo so io, che, dopo questi colloqui, trovo perfino bruciacchiate camicie e vestiti dalla parte del cuore!».
C'era una vecchietta
Fino a non molti anni fa, i vegliardi delle ridenti colline ed ubertose vallate che circondano S. Felice, narravano ai figli e ai nipoti le belle funzioni che si praticavano nella chiesa del Convento, quando la campana squillante chiamava a raccolta su quel colle, dai circostanti villaggi e casolari, quei buoni terrazzani, che si recavano a frotte al Santuario dei preti santi.
Narravano, come avevano appreso a loro volta dai nonni, dell'arrivo di Gaspare, il Padre santo, della sua dolcezza, della sua bontà e dei miracoli che operava.
Quanti aneddoti, quanti fatti veri!
Traviati che tornavano a Dio, dopo averlo sentito predicare una sola volta, malati guariti da una sua semplice benedizione, previsioni buone per i timorati di Dio e cattive per chi rifiutava pentirsi dei propri misfatti. I buoni che, al suo passaggio, correvano a baciargli la mano e i perversi che prendevano il largo temendo che leggesse nelle loro coscienze.
E quando pregava e celebrava Messa? Un angelo, un vero angelo!
E narravano che c'era a quel tempo in Arrone, un paese non molto lontano da S. Felice, una vecchietta che... non si decideva a morire. Era sempre li, con l'anima stretta tra i denti, senza che la morte riuscisse a strappargliela. Forse anche il Signore aveva dimenticato che sulla terra c'era pure lei. La chiamavano la svampita cioè una che non era più tanto a posto col cervello, perché, vaneggiando, ripeteva sempre, perfino al parroco, che cercava di convincerla a prendere l'Estrema Unzione: «Quando verranno i Missionari di S. Felice a confessarmi...»
Al sentirla cadevano dalle nuvole, perché S. Felice allora era ancora un vecchio Convento, che nessuno abitava, nel timore di sentirselo crollare improvvisamente addosso. Ma la vecchia era irremovibile: «Verranno, verranno!»
Passarono mesi ed anni finché, un pomeriggio, le campane di Arrone cominciarono all'improvviso a suonare a distesa. Le strade s'affollavano; a gruppi ed alla spicciolata venivano su in paese gli abitanti della campagna, cantando canzoncine sacre. Le Confraternite in divisa ed il Clero in cotta e stola si portavano in processione, anch' essi cantando, all' ingresso del paese.
Ed ecco salire su dal piano una carrozza con dei sacerdoti cinti d'una fascia, col crocifisso sul petto, appoggiati ad un bastone, come quelli che usavano gli antichi pellegrini. La gente li guardava con rispetto e curiosità. Non ne avevano mai visti' vestiti a quel modo. «Sono i Padri santi, i Missionari di S5. Felice!
Chi è Gaspare, il padre santo fondatore? Forse quello più anziano..., no, sì...
Ecco; si inginocchiano, baciano la terra... abbracciano i sacerdoti dì Arrone; il Parroco porge loro un grande crocifisso... Lo prende il più giovane... Possibile sia proprio lui Gaspare, colui che fa i miracoli?»
La processione s’incammina alla Matrice, cantando: «Perdono, mio Dio!». In quel momento alla vecchietta non pensa più nessuno. Dopo la funzione d'apertura, Gaspare chiede d'essere accompagnato ad un'umile casetta. Va di filato, come se la conoscesse da sempre, eppure non era mai stato ad Arrone.
Bussa, entra... La vecchietta è all' istante come illuminata da un raggio che scende dal cielo. «Oh! Ecco il Santo Missionario di S. Felice!» Si confessa, riceve i sacramenti, si addormenta placidamente nel Signore.
Era l'11 novembre 1815.
Al funerale nessuno restò in casa. La Missione ebbe un successo strepitoso.
Angeli e demoni
«Mille saluti di paradiso a fratel Giosafat, abbiategli gran carità; ve lo raccomando più che me stesso e ditegli che preghi per me e che, quando andrà in Paradiso, baci la mano per me a Maria». Così scriveva da Roma S. Gaspare a fratel Sante Angelini, che stava a S. Felice.
«Fratel Giosafat, degno di tanta stima, fu uno dei primissimi laici, fratelli inservienti o coadiutori, di gran virtù, che lasciò nell'Istituto grande,odore di santità».
Da pochi giorni era stata aperta la prima Casa dell'Istituto a S. Felice quando, sull' imbrunire, un uomo sulla settantina, d'aspetto raccolto e dignitoso, suonò alla porta del vecchio Convento. Fu proprio Gaspare ad aprirgli e l'uomo, saputo chi egli fosse, gli si inginocchiò dinanzi, gli baciò la mano e lo implorò: «La fama di santità di questi Padri è giunta fino a noi nelle Marche; vi prego, padre santo, accoglietemi qui con voi, come vostro umile servo». Gaspare lo fissò un istante, l'abbracciò e disse: «Siate il benvenuto tra di noi, fratello, e Dio vi benedica». Il Fondatore aveva letto nella sua anima.
Infatti, fratel Giosafat Petrocchi, nato a S. Elpidio nelle Marche, allevati i figlioli e morta la sua ottima consorte, s'era dato all' apostolato tra le famiglie. «Era uomo di straordinaria pietà, di singolare innocenza, d'umiltà la più grande, di viva carità, semplice come una colomba». Insomma una di quelle anime candide che Dio ama e alle quali preferisce rivelarsi.
A S. Elpidio tutti sapevano che Giosafat dall' alto della terrazza della sua casa amava contemplare in preghiera la S. Casa di Loreto e che, nelle notti stellate, il Signore si compiaceva fargli vedere gli angeli, che dal cielo scendevano sul Santuario.
Il sant' uomo si presentava nelle case: il volto soave, i modi cortesi; la dolcezza della parola e la compostezza gli spalancavano tutte le porte. Com'era piacevole intrattenersi con quel vecchietto che sapeva radunare Je famiglie, leggere buoni libri, raccontare storie delle vite dei santi e recitare con lui la corona del S. Rosario. E come sapeva cogliere il momento e la buona occasione per parlare in modo semplice e accorato dell'amore di Cristo e ricondurre a lui i peccatori!
Eccolo a S. Felice. «Sebbene d'età avanzata - dice il Merlini - si prestava a tutti i servigi, girava per la questua, insegnava il catechismo ai fanciulli e ai suoi confratelli coadiutori, e passava lunghe ore e a volte intere notti, in preghiera. Chi non trovava in casa Giosafat, sapeva dove cercarlo: era sempre nascosto nella cripta della chiesa di S. Felice, raccolto in fervida preghiera».
«Purtroppo, Dio permettendo - dice sempre il Merlini - soffrì pure moltissimo per parte di alcuni dei nostri. Iddio voleva con quelle tribolazioni maturarlo ancor meglio per il Cielo. Egli però fu sempre paziente e tollerò con mirabile ilarità, senza mai portarne lagnanze ai superiori».
«Predisse - citiamo sempre il Merlini - ad altro fratello inserviente, sicuro di sé, che avrebbe invece abbandonato la Congregazione, e ad altro, tanto incerto e combattuto, che avrebbe perseverato fino alla morte. Esortava poi che nessuno si sbigottisse per l'Istituto quando era in difficoltà, perché ci avrebbe pensato la Vergine». «Soffrì pure non poco da parte del Maligno, che gli appariva sotto varie forme e spettri». Anche D. Camillo Rossi narra che a volte Giosafat gridava forte, come per mettere in fuga qualcosa di orribile. S'udiva, alla fine, un gran rumore per tutta la casa: era segno che Satana aveva perduto la battaglia.
Come sapeva quest'uomo di Dio nascondere le sue sofferenze! Soffrì ancora di più negli ultimi giorni. La sua morte, già da lui predetta con largo anticipo, fu preziosa davanti a Dio e agli uomini. Molti asserirono d'aver ricevuto grazie per sua intercessione. Sepolto nella cripta di S. Felice, dopo alcuni mesi il corpo fu trovato ancora intatto.
Quest'uomo, che passò la vita nell' amore di Dio e del prossimo, tra la visione di angeli e il tormento dei demoni, fu pianto a lungo da quelle buone popolazioni che dicevano inconsolabili: «Abbiamo perduto il nostro santo Fratello Giosafat!».
Il puzzo dei peccati
Tra le luminose figure di sacerdoti che, guidati da Gaspare, lo affiancarono nella