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Suor M.Antonietta Prevedello PDF Stampa E-mail
Scritto da LuceRiflessa   
venerdì 29 giugno 2007
IN SANGUINE ANGNI

Suor M. ANTONIETTA PREVEDELLO delle Suore di Maria Bambina

 

Nulla osta alla stampa

Milano. 9 - 5 - 1957. Soc. F. Delpini - pro cancelliere Arciv.

Imprimatur

In Curia Arch. Mediol. die 9 - 5 - 1957. + J. Schiavini Vic. Gen.

 

PRESENTAZIONE

Vita davvero piena e consumata, quella di Suor An­tonietta, ricca di frutti maturati dall'ingegno pronto e versatile, dalla eccezionale facoltà comunicativa, control­lata e diretta da forte volontà e da zelo ardente, sempre vigile e insoddisfatto. All'attività didattica dei primi anni, che la pose a contatto con prelati esimii e futuri di­gnitari della Chiesa, ai quali avrebbe partecipato con di­screzione quel suo segreto, seguì l'attività letteraria, in­tensa e produttiva, che formò l'impegno assorbente della sua vita operosa, fino al tramonto.

Come da limpida fonte uscirono le biografie delle due venerabili Fondatrici, Capitanio e Gerosa, poi rifatte e ripubblicate per la loro beatificazione e canonizzazione; la vita del loro direttore spirituale e quasi confondatore, il prevosto di Lovere Don Angelo Bosio (per la quale, a richiesta di Lei, ebbi a stendere la presentazione); la pon­derosa storia dell'Istituto, dalle origini ai mirabili svi­luppi fin allora raggiunti: opera in cinque grossi volumi, dettati in forma spigliata ma documentatissima; a cui si aggiunse la storia delle Missioni in India, oltre altri scritti postumi di carattere storico ed ascetico.

Nella visita che le feci a Lovere, nel settembre pre­cedente alla morte, mi mostrò una grande cassa colma di documenti che si proponeva di usare per il proseguimento delle sue opere. Avendole espressa la mia meraviglia per tale e tanta mole di lavoro, mi rispose in tutta confidenza: a Oh, non è nulla in confronto di quello che succede qui dentro!

Nessuno, in verità, avrebbe potuto sospettare il lavorìo sottile, continuo e pur tormentoso della sua anima tutta presa in profondità dal Mistero del Sangue divino, se il bisogno di espansione non l'avesse costretta a rompere il riserbo, rivelando via via, più a se stessa che ad altri, in più che cento quaderni dattilografati e manoscritti, le sue elevazioni e commenti di passi scritturali, le pe­netranti meditazioni ed esami di coscienza, i suoi stessi propositi dopo gli esercizi spirituali: tutto un complesso di esperienze mistiche, quali sprazzi della sua anima rutilante ognora del Sangue prezioso.

La benemerita autrice di questa biografia, che scrisse già la vita del grande apostolo del Sangue di Cristo, il beato Gaspare del Bufalo, con il titolo suggestivo: «Sotto il segno vermiglio», si muove a suo agio in questa miniera di documenti spirituali, scegliendo e riportando i passi più significativi a rendere la veridica e caratteristica fi­sionomia interiore di Suor Antonietta, la quale rivela con incantevole spontaneità le sue ricchezze di pensiero e di sentimento, certo a glorificazione del Mistero, ma non senza uno scopo di apostolato, se ha potuto scrivere, nella sua ben provata umiltà: « dopo la mia morte, qualcuno raccolga questo patrimonio celeste, lo distribuisca e lo partecipi alle anime ». Sapeva bene che era il patrimonio del Sangue, più che sua proprietà: di esso viene ora of­ferto un saggio che fa. desiderare una più ampia raccolta, a comune edificazione e per la gloria del divino Tesoro.

Non è meraviglia che Suor Antonietta sentisse prepo­tente lo stimolo a parlarne e a indurre altri allo studio ed alle personali esperienze. Fu appunto per suo insistente suggerimento che mi decisi a pubblicare, per la Quaresi­ma del 1938, la lettera pastorale sopra «Il Sangue pre­zioso di Cristo». Fui anche lieto di approvare e indul­genziare alcune sue preghiere, da lei stessa poi divulgate in foglietti a stampa che recano il profumo della sua anima inebriata. Ricordo in particolare quella serie d'invocazioni litaniche, componenti quasi un poema ascetico e liturgico, egregiamente commentate dal teologo ven. ­Ciano Don Sandro llottardi.

Ma documenti anche più intimi ci restano a rivelare il suo geloso segreto: sono pagine autografe, in quella sua calligrafia elegante e slanciata quasi a seguire i voli della mente e i palpiti del cuore: pagine contenenti i suoi voti - d'amore, di abbandono, di rinuncia, di maggior perfe­zione -; e poi atti di offerta dell'anima al Mistero della passione di Gesù, atti di consacrazione e d'immolazione; dove non si saprebbe che più ammirare, se la elevatezza dei concetti o l'eroismo della dedizione. Alcuni di essi recano a carattere di sangue la firma autografa o la con­clusione: amen; tre sono interamente scritti a lettere di sangue: « La piccola riparatrice» (datato nella festa del S. Cuore, 1921), «Offerta di vita nel Sangue prezioso» (8 dicembre 1928), «Conferma di voti» (senza data). San­gue, dunque, per sangue. «Con il sangue delle mie povere labbra - così nelt'ultimo documento or accennato - in­tendo confermare i miei voti, i miei propositi, tutti i miei desideri, intendendo di rinnovarli ogni volta che ripeterò: Sanguis Christi, descende, illumina, purifica, sanctifica, inebria me et omnes. Amen!». Così Suor Antonietta ri­visse nella sua anima il dolce e terribile Mistero.

Eminenza Cardinale Adeodato

 

I

Dominato dal massiccio del Grappa, che si accampa poderoso e severo - enorme paravento - a difesa di quei confini della patria che nel corso degli anni vi sareb­bero stati tracciati dall'allarme, duramente contesi, vit­toriosamente mantenuti, si stende il paese di Crespano. Il suo sviluppo seconda quello del suolo lievemente on­dulato, offrendo lo spettacolo di un pittoresco miscuglio di case rurali e di ville graziose.

L'antica parrocchia era costituita dalla chiesetta, tut­tora esistente, di S. Paolo, a mezzogiorno del paese, nel principio della campagna.

Altra chiesetta notevole è quella di S. Pancrazio, che circondata da magnifici cipressi, posta a nord sullo spe­rone collinoso che sporge verso il torrente Astico, a oriente del paese, costituisce una delle più suggestive vedute del luogo.

Al fine di una rapida e adeguata raffigurazione del pae­se in cui doveva sbocciare e fiorire la vocazione di quella della quale viene qui iniziata la biografia, e per rendersi conto dell'influsso persistente e omogeneo dell'ambiente su di lei, diremo subito che Crespano, oltre all'antica chiesa parrocchiale e l'attuale chiesa arcipretale, alle chiese minori della Madonna del Còvolo, e a tre Oratori pubblici, contava già dal tempo in cui s'inizia la nostra narrazione, varie fondazioni di attività benefica. Queste consistono tuttora nel Noviziato, fondato da mons. Scala­brini, per gli Emigrati italiani; in un Ospedale e Casa di ricovero e di salute, gestita dalle Suore di Carità della Santa Capitanio; nel Collegio femminile, con classi Ma­gistrali, condotto pure dalle Suore di Carità; in un Orfa­notrofio femminile e Asilo Infantile; nel Preventorio San Marco e, di recente apertura, una Scuola Apostolica delle stesse Suore; fondazioni in cui operano un centinaio di suore, e una cinquantina di operai e operaie; quanti cioè difficilmente si possono riscontrare in centri di sviluppo eguale a quello del paese di Crespano. Più tardi, doveva aggiungersi alle sacre costruzioni il Sacello del Grappa a Cima Grappa.

D alla parrocchiale attuale molto vasta, posta su una larga piazza, ornata di una vecchia fontana monumentale, e situata nella parte più alta del paese, scendendo a que­sto, accade di scorgere fra il verde, là dove le abitazioni diradano e le collinette si stringono a formare una pic­cola vallata, un corso d'acqua, assai rumoroso per la pre­senza di una cascata.

Una stradina in forte pendio, ombreggiatissima, porta in replicati zig zag giù verso l'acqua; è un piccolo bosco, quello che si traversa, di faggi e d'olmi: a metà strada, una isolata ma abitata casa colonica si leva alta dal cupo verde a immergere la sua chiara facciata, da sopra gli alberi, nel sole; poi, proseguendo in discesa, null'altro più che alberi e sterpi e la stradina sempre più umida ed erbosa. A un tratto, al rumoreggiar della cascata, l'im­provviso apparire - con sorpresa di chi guarda e credeva il luogo del tutto deserto - di un tetto di casa sotto­stante: grosse tegole brune, qua e là macchiate di muschi.

Strana questa casa che si presenta dal tetto! Sostia­mo, porgiamo l'orecchio: l'incombente mugghio dell'ac­qua non è accompagnato nè da voce di donna, nè dà pianto di bimbo, nè da rumor di telaio o picchio di martello. Nessun animale domestico che occhieggi o che fug­ga. Nessun cane alla guardia. La casa solitaria, tuffata fra la vegetazione, è muta, e sarebbe troppo gelida e misterio­sa se, scendendo ancora, giù fino al suo ingresso, la cascata, apparendoci a sinistra, vicinissima, nel suo vigo­roso tonfare dall'alto, - così che il corso dell'acqua fug­gente ne riesce tutto mosso e spumoso - non ci avver­tisse come nella presenza dell'acqua sia riposta la spie­gazione dell'esistenza di questa casa a valle, e fors'anche di quella situata più a monte, e tuttora abitata da chi l'ebbe, a suo tempo, rilevata dai proprietari di entrambe le case.

La seconda casa, la più piccola e a livello quasi del­l'acqua, mostra pur essa, da non pochi segni, di essere stata abitata da una famiglia numerosa e laboriosa, alla quale sappiamo che la grossa cascata metteva in azione - secondo il sistema patriarcale arrivato bellissimo sino a noi - le grandi ruote di due mulini.

A questi se ne aggiungevano altri dieci, d'altra pro­prietà, così che al luogo era stato dato il gaio titolo di valle dei mulini.

Tutta la valle, del resto, mostrava in origine un aspet­to molto diverso da quello attuale. Al di là dei mulini, sempre seguendo il corso di quelle acque provvidenziali, si elevava una piccola industria laniera, e ancora più in là c'era una segheria. Lo stridore diuturno delle seghe, unito all'alacre ronzio delle macchine della filatura, s'ac­compagnava a qualche coro di filatrici, le quali, una volta, ancora libere da quei regolamenti che più tardi verrebbe­ro creati a disciplinare l'opera di più grosse maestranze, potevano darsi, tessendo, quel tanto di dolce buon tempo di cui hanno parlato, nelle loro poesie, alcuni poeti del­l'ottocento.

Si può immaginare quanto fosse vario e ridente il succedersi delle stagioni, e quanto armonioso il susse­guirsi delle alacri giornate con le calme notti: vero pre­mio, queste, di riposo e di pace dopo la fatica durata dal­t'alba al tramonto. Non è dunque a stupire se, da un lato, il quotidiano spettacolo di attiva carità, in paese, delle opere assistenziali, e dall'altro, giù a valle, dov'era il nido famigliare, il forte e sereno esempio di indefetti­bile amore al lavoro, contribuissero fin dalla nascita alla robusta formazione spirituale di chi aveva avuto la doppia ventura di aprir gli occhi alla vita in Crespano, e in seno alla sua valle.

Chi entra, oggi, dalla stradina che conduce alla casa, che, fra le due che restano, è situata più al basso, viene a trovarsi al piano superiore di essa; una scala di legno con leggiadra sponda porta ad alcune stanze a terreno; sia sopra che sotto, l'occhio passa con piacere da un'arti­stica finestrella centinata a un vasto camino; dal capace forno al lavatoio domestico, che occupa di sè la buona porzione di un locale. L'abitazione è sprovvista attual­mente di qualsiasi mobile; nessuno può sedere se non... sui gradini della scala e le stanze sono ingombrate di grosse fascine di legna, che qua e là cedono posto a pic­cole scorte di prodotti agresti.

Si nota, a terreno, una greppia col fieno dei nuovi proprietari, e, sulle pareti, senza regola alcuna, non poche multicolori prove di bordature dipinte; segno che un de­coratore è andato laggiù a esercitarsi tranquillamente nel mestiere.

Se la presenza dell'artistica, finestrella, del camino, del lavatoio, riescono a determinare la destinazione di un paio di locali, nulla si può definire intorno al resto del­l'abitazione.

La casa, che era una di quelle di proprietà dei Preve­dello, fu ridotta dalle granate della prima guerra mon­diale e dall'incuria dei soldati, a una vera spelonca. La famiglia aveva dovuto abbandonarla, dietro ordine delle autorità militari, per ospitarvi uomini e cavalli. Alla par­tenza, gli ospitati ricambiarono l'ospitalità lasciando danni d'ogni genere, distruggendo e bruciando.

Ma sappiamo che in quella casa viveva - e vi restò molti anni - Antonio Prevedello, con la moglie Maria Savio e ben otto figlioli, quattro maschi e quattro bam­bine; sappiamo che Antonio, lavoratore indefesso, uomo all'antica, allevò la famiglia più che decorosamente, sopra tutto con le sudate e sicure risorse dei suoi mulini: poi, commerciando in granaglie ai mercati di Bassano e Ca­stelfranco, dove si recava col suo cavallo. Proprietario di campi e boschi, unendoli a quelli della moglie, aveva con lei costituito un ragguardevole patrimonio. Erano viti, frutteti, legna e fieno, per cui, alla pur numerosa fami­glia, non venne mai nulla a mancare.

Così la muta casa risuona per noi a un tratto di voci e di risate; il camino si fa ardente di scoppiettanti tizzoni e lingueggia di fiamme attorno a una pentola appesa; le cartelle dei maggiori, i giocattoli dei più piccini, le ma­tasse e i gomitoli della mamma, elevano la vecchia casa tuffata fra il verde a partecipare dell'alto concetto umano e sociale che conferisce al pater familias la realtà quoti­diana di cosi numerose bocche da sfamare, di tante anime sulle quali vegliare, fra le difficoltà della vita.

Piero, Caterina, Angelina, Elvira, Roberto, Ersilia, Raf­faele, Leone... I figli, però, non mostrarono d'aver dispo­sizione a continuare il lavoro del padre, tanto che questi dovette prendersi, come aiuto, un lavorante stabile, al quale venne aggiunto qualche avventizio, per i lavori della campagna. Visto tuttavia che i figlioli riuscivano bene negli studi, il padre, ritenendosene soddisfatto, li avviò per questa strada, incoraggiato dall'ottima sua con­sorte, che, dotata di una certa cultura, a lei data dalla facoltosa famiglia da cui proveniva, fu preziosa nel se­guirli. Moglie e marito sacrificarono via via, un po' per volta, i loro beni a vantaggio dei figli, finchè non li vi­dero tutti decorosamente sistemati. E la morte li trovò sereni e contenti, proprio per il lungo sacrificio insieme sostenuto.

Fermiamoci. Piero, Caterina, Angelina... Piero diven­terà sacerdote. Angelina prenderà il velo. Dal nome del­l'infaticabile, indimenticabile babbo, assumerà il nome di suor Antonietta.

 

II

La discendenza dei Prevedello - pur essendo stabilita da incalcolabile numero di anni nel Veneto - era origi­naria del Piemonte, e veniva precisamente da Cherasco. C'era in quel rigoglioso nucleo famigliare, passato attra­verso parecchi secoli di vita, al tempo stesso propulsiva e coesiva, qualche cosa della gens latina. Emigrarono e si distinsero sempre: già nel 1420 troviamo un Cesare Pre­vedello professore di economia a Napoli.

Si trattava di una famiglia distinta anche per una certa aristocrazia spirituale (la madre di origine albanese), contrassegnata da preziosi doni di Dio, come l'ingegno e il carattere; ma, come avviene nelle numerose famiglie, non potendo le esplicazioni dell'intelligenza e dell'energia vita­le riuscir le medesime in tutti i membri (quante ragioni personali: affettive, morali, pratiche, possono influire sui vari destini!), così non c'è da sorprendersi di qualche dif­ferenziazione. La figlia Caterina morirà a sessant'anni, e la figlia Elvira, sposata, si spegnerà ancora nel fiore del­l'età, in attesa del suo ottavo bambino; Così ancora, la lieta brigata amerà, in genere, lo studio, don Piero e suor Antonietta in testa; ma Roberto preferirà darsi con suc­cesso al commercio minuto, conservando in sè tuttavia tanto senso d'arte - di cui sarà ricchissima suor Anto­nietta - che basti, anche avanti negli anni, a distinguerlo quale intraprendente ideatore e direttore, in paese e fuori, di spettacoli teatrali, a titolo gratuito.

L'ufficio araldico internazionale brasiliano di San Paolo, via Campo Sala 33, grazie forse alla diligente cura di qualcuno dei vecchi Prevedello emigrato in America, ha potuto dare a nostra conoscenza una copia dello stemma di questa, famiglia.

Si tratta di tre acuti cocuzzoli di montagna in campo rosso, sui quali uno sparviero trasvola, reggendo nel bec­co un sacchetto rigonfio. Sotto, una dicitura ci illumina Praevidens providet - previdente, provvede - essa dice, e ancor più sotto una fascia ricorrente reca in italiano il nome, chiaramente derivato dal latino, di Prevedello. In alto, lo stemma è sormontato dalla terza figura, non invadente, di un guerriero, tra un fregio bilaterale di piume di struzzo.

Uno sparviero; dunque un uccello non eccessivamente temibile, ma da preda; non una indifesa colomba, non una lirica allodola. Nello sparviero che scivola via nel­l'aria a mettere in salvo il ben di Dio che sta entro il sacchetto, a noi piace trovare l'immagine interpretativa del coraggio, della sagacia, dell'intraprendenza dei Preve­dello; e poichè ogni uccello che tesoreggia e porta al nido lo fa specialmente per la covata, nel sacchetto rigon­fio vediamo la dovizia del dono, recato da generosi cuori.

Costantemente altruista, e, per indomito amore di giu­stizia e di verità, qualche volta lievemente aggressiva, sarà anche Angelina - suor Antonietta - con quel suo ca­ratteristico intercalare:

E come ancora non sottolineare - staccandoci dalle significazioni dello stemma per passare a quelle dei voleri di Dio - l'altro fatto, ai fini della valutazione del com­pimento di un raro eletto destino, che quando Angelina, neonata, fu portata da sua zia Rosina a battezzare - se­condo l'uso del paese - adagiata entro un imprudente cofano di vetro, per un forte sbalzo delle ruote, rotti i vetri e precipitata nel torrente, la bambina veniva poi raccolta miracolosamente illesa?

Ingresso trionfale nella vita: era il giorno di Capo­danno del 1876

Di media statura, proporzionata all'età, asciutta ma non scarna, lineamenti regolari un po' marcati, bellissimi occhi neri, Angelina si dimostra, negli anni dell'adolescen­za e secondo le attendibili testimonianze scritte delle amiche di Crespano, già ricca di doti che fanno bene auspicare di lei.

Sentiamo anzitutto che cosa ne ha depositato la stessa sua sorella Ersilia:

" Più giovane di dieci anni di lei, ricordo che mi ac­compagnava all'asilo, sempre paziente coi miei capric­cetti. Sua grande cura era di insegnarci a pregare. La sera, soleva adunare me, mio fratello Roberto ed altri bimbi, e ci faceva recitar le preghiere davanti a un piccolo altare che avevamo in casa, da lei tenuto sempre adorno di fiori. Alle preghiere quotidiane faceva seguire quella notissima per S. Luigi "di angelici costumi ador­no", inculcandoci così l'amore alla purezza, virtù da lei coltivata con grande scrupolosità.

«Ed era amantissima dei fiori. Al primo sbocciare delle primule e delle viole, ci conduceva per prati e boschi a raccoglierle e a farne mazzolini per il nostro piccolo al­tare, non solo, ma per quello che la nonna si teneva in camera, costituito da una Madonna in legno, troneggiante da una grande nicchia; simulacro che venne poi distrutto - con gravissimo dolore della nostra buona sorella - dalle milizie che occuparono la casa durante la prima guerra mondiale. Ad Angelina si può ben applicare la vecchia frase, che torna bene al punto, di angelo della casa: aiuto costante della mamma, assillata specialmen­te dalle cure di noi ultimi quattro.

« Ordinata, assidua - con la mamma - alla prima Messa quotidiana, amante dello studio, abilissima in saggi di calligrafia, la domenica mi accompagnava all'Ospedale a visitar gli ammalati e le vecchie del Ricovero, riceven­do da una suora immagini e pagelle con le quali far propaganda per la S. Lega Eucaristica».

Un giorno, fu detto dalla mamma alla piccola Ersi­lia, che non capiva perchè essa piangesse a dirotto «Devi essere buona come Angelina; essa non tornerà più, e tu devi sostituirla nell'aiutarmi». La madre era di ritorno dal Collegio dove aveva accompagnata la sua figliola, affidandola alla Superiora che doveva condurla al Noviziato di Milano. Era il 12 marzo 1895.

La giovinetta aveva mostrato tanto geloso attaccamen­to alla propria vocazione, che, oltre a circondarla del mas­simo riserbo, esortata ad entrare in convento nel giugno, per poter esser presente alla celebrazione della Prima Messa del fratello Don Piero, aveva rinunziato a presen­ziarvi, per timore, rimandando l'entrata in convento, di non rimanere stabile nella vocazione.

Tutti i preparativi erano stati fatti in silenzio; un gran vuoto si aperse nella casa. E dalla partenza della figlia diciottenne sparita per consacrarsi a Dio, passarono do­dici anni, prima che la giovane suora potesse rivedere i suoi cari nella nativa Crespano. Aveva lasciato Roberto di dieci anni, Ersilia di otto, Raffaele di tre, Leone di un anno. I due ultimi, prima del suo ritorno, la chiamavano « la sorella sconosciuta ».

Ritornò per poco... Aveva sognato che Ersilia conti­nuasse gli studi e la seguisse, a mettendosi - sono parole di suor Antonietta - sotto le ali sicure di Dio ». Ma alla sorella minore Dio schiudeva altra via, nel mondo. Era del resto - e rimarrà sempre, identica a se stessa - la tendenza al proselitismo da parte della vigile suora. Feli­ce della sua consacrazione e del suo nuovo stato, se pure accompagnato alle volte dalle spine che si incontrano in ogni condizione di vita, essa cerca anzitutto nella cerchia famigliare, più tardi in quella delle allieve (ma dopo ch'esse hanno terminato gli studi e son partite per le loro case), il campo sul quale degnamente influire, o nel quale son­dare.

Qualcuna risponde, e la segue; altre prendono invece altre strade. Ma suor Antonietta, giovane o anziana, non insisterà. E' comprensiva. E' delicata e prudente. Essa stessa dirà poi a Ersilia, rimasta volontariamente nubile presso il fratello don Piero, che la sua è una grande mis­sione, e la consiglierà ed incoraggerà ad assolvere ai doveri assunti nel migliore dei modi. Comportamento che rientra con naturalezza nel quadro generale della condotta di suor Antonietta.

Una sua compagna di Crespano, Bettina Zamin, che a vent'anni conobbe lei di quattordici, stringendo amici­zia malgrado la differenza di età, la definisce modello, fin da allora, alle ragazze del paese, così che il suo con­fessore, don Giuseppe Ceccato, soleva dire che in Cre­spano nessuna la eguagliava, e rincalzava la sua affer­mazione con queste parole: « quella ragazza è qualche cosa di raro ».

Al tempo stesso Bettina Zamin afferma che la gio­vanissima amica era però senza scrupoli nè fanatismi, e narra come, presentatasi con lei per una Confessione ge­nerale allo stesso don Ceccato, (in un'ora di tutto comodo per lui, che di solito era tutt'altro che spiccio) ed essen­dosi la Zamin indugiata nella pia pratica piuttosto a lun­go, la Prevedello, confessatasi per seconda, non si trat­tenne che cinque minuti. Disinvolta e lineare in tutto, fin da allora.

Vogliamo udire, ancora per mezzo della Zamin, un'ul­tima eco della sua armoniosa voce di adolescente? Antonietta - allora Angelina - con parecchie amiche, compie la dura ascesa del Grappa, quando ancora non c'erano strade, nè, in vetta, la storica Madonnina. Si sale per cattivi viottoli, tra sassi, sterpi, ostacoli, un po' a pie­di, un po' in ginocchio, l'una dietro l'altra; Antonietta sempre in testa, così che le stanche compagne ogni tanto la chiamano per non perderla di vista.

Ed essa dall'alto lancia a un tratto, ridente, nell'inge­nua semplicità dei suoi pochi anni: « Su, su, coraggio! Nostro Signore aveva la croce sulle spalle quando s'av­viava al Calvario; noi non, abbiamo... che un po' di pane e quattro frutti!».

 

III

Scelse, come terreno fertile per la sua vocazione, la gran­de famiglia delle Suore di Carità delle Sante (allora Vene­rabili) Capitanio e Gerosa, entrando in noviziato a Milano il 12 marzo del 1895. La Congregazione era, ed è, fra le più vaste per ricchezza di iniziative, per esplicazione nei più diversi campi: l'insegnamento, la cura della gioven­tù e dell'infanzia, l'assistenza ai malati in Ospedale, quella ai vecchi e ai minorati della mente nei Ricoveri; la ca­rità si prodigava anche dentro le carceri, e si slanciava nell'opera multiforme delle Missioni estere. La solita usata espressione: « entrare in convento », fu per Anto­nietta quasi un non-senso; si sarebbe potuto dire piut­tosto: uscire incontro alla vita, affacciarsi a ignoti oriz­zonti, parlare con l'infinito.

La volontà dei superiori, motivata dalla grande fiducia ch'essa, pur tanto giovane, ispirava - per la sua fer­mezza di carattere e l'assenza di fronzoli sentimentali, accompagnate tuttavia da un vivo senso di maternità spi­rituale - la destinò subito, non appena professa, a poco più di vent'anni, a occupare un posto veramente singo­lare.

Divenuta maestra, le veniva affidato, in Pavia, l'in­segnamento nel Seminario minore. Chi si sarebbe mai aspettata una scelta simile, grave di specialissime responsabilità per il genere degli scolari, nei quali - dai meno brillanti ai molto dotati, dai più aperti ai più chiusi, rac­colti là dai Pastori attenti che hanno intravisto germi di vocazione - la giovane maestra doveva vedere non po­chi sacerdoti di domani? Era una vera collaborazione, che le si chiedeva, all'educazione ecclesiastica. Non basta. Suor Antonietta in quell'Istituto che dipendeva dal Vesco­vo Riboldi, si trovava ad avere a che fare non soltanto con una scolaresca d'eccezione, ma con un corpo inse­gnante eccezionale a sua volta, perchè formato di sacer­doti-professori di non comune elevatezza spirituale e va­lore scientifico; sacerdoti divenuti più tardi Vescovi illu­stri, come Maffi; Ciceri, Ballerini, Cazzani e Rodolfi. Unica donna in così delicato e straordinario consesso, essa è posta nella invidiabile - in quanto alta e difficile - condizione di tornare di particolare onore all'Istituto delle sue Suore, ed anche al sesso al quale appartiene.

La scelta caduta su lei in così giovane età, ci dice molto intorno alla sua saggezza nativa, alla prontezza della sua intuizione, alla solidità della sua formazione. E sempre in Pavia esplicherà - quasi per opportuno equilibrio di forze - le sue virtù femminili, nel Collegio S. Giorgio delle Suore di Carità, presso il quale presterà pure la sua opera di insegnante. Più tardi, nella vita, come giun­geranno fedeli fino a lei le voci di parecchi antichi semi­naristi suoi scolari, divenuti sacerdoti, poi parroci, poi monsignori, e destinati ancora a salire, così le arriveran­no frequenti le lettere nostalgiche di non poche allieve di quei bei tempi, venute a trovarsi in frangenti dolorosi; o d'altre, spose contente e mamme fortunate.

Con gli antichi scolari e le scolare, l'antica maestra, pur mutando residenza e mansioni, tenne sempre una corrispondenza nutrita, vigile, vivificante, o consolante. E iniziata, fin dai primi tempi della sua vita di suora, alla particolare conoscenza del sacerdozio, nutrì sempre per le persone consacrate il massimo rispetto e la più alta considerazione, qualunque ne fosse l'età, la dignità o l'ufficio; in questo campo la sua comprensione religiosa ed umana non avrà chi facilmente l'eguagli; costante nei sentimenti, come in tutto ciò in cui si metteva, essa si occuperà sempre, anche nel più lontano avvenire, di sa­cerdoti e seminaristi.

A questo punto, non è possibile passar oltre, senza mettere a conoscenza di una pagina che uno studente di teologia scrisse di lei dopo il suo trapasso; pagina che comprende anche una mirabile lettera di suor Antonietta, da Lovere, allo stesso chierico.

« Reverendo A.,

« Speravo di poter venire da lei oggi; invece devo sacrificare questo mio desiderio, ma lo offro al Signore, implorandole luce e pace in questo penosissimo momen­to. Monsignor S. la tratta come i suoi Santi; potrebbe trovare parole di lamento? E anche affiorassero dall'ani­ma angosciata, quale sollievo, quale conforto, quale so­luzione pratica e soddisfacente per il suo cuore affamato e assetato di Dio, per la sua vocazione, dono del Cielo, lavorata dalla stessa mano di Dio, sopra un disegno sa­piente e amoroso?

« Non pensi che sia tutto perduto. Sotto l'impeto di certe bufere, anche le vette più alte del bosco piegano, ma poi si rizzano più splendide e vigorose. Non si arre­sti a considerare la delicatissima questione alla luce umana; anche gli uomini più dotti e più santi sono incompleti, sono sempre ai margini dell'opera di Dio. Trovi nella sua fede e nella sua pietà ragioni più nobili e più con­fortevoli di quelle umane, pensando che il Signore è fede­le: quando chiama, precede, accompagna nella via, con­duce a meta, a volte capovolgendo ogni piano dell'anima.

« Excelsior ! Precisamente dalla prova aspra, sentita, tra­figgente, che le fa sanguinare il cuore, tragga argomento per elevarsi di più verso Dio, per raccogliersi nelle pro­fondità dell'anima dove non giunge nessun inganno, e per stringersi alla croce di Cristo, donde scende a rivi il suo Sangue adorabile, tempra ai forti, usbergo dei santi. Sia generoso; abbracci con l'entusiasmo del suo spirito il profondo dolore che l'immedesima con Gesù; sia supe­riore a tutti e a tutto, confidi nella potenza del Signore che può aprirle qualunque via per l'ascensione al Sacer­dozio, mèta dei suoi santi ideali, e senta dentro di sè la consolazione che Gesù concede a quelli che soffrono con Lui e per Lui. Le sono vicina col pensiero più vivo e la preghiera più ardente; ho pregato molto e prego perchè abbia l'eroismo dei Santi».

Scrisse di lei questo futuro sacerdote: «Anima aperta a tutto ciò che è bello, che è grande... mi confessava che al tempo della sua entrata in convento - fuggito il mon­do perchè ne sentiva tutta la vacuità e le amarezze - era passata tra burrasche, lotte, incomprensioni, scon­tentezze, da parte di persone che non andavano tanto per il sottile. Molte volte si era sentita smarrita davanti a questa durezza, ma la mente era stata sempre fissa in Dio.

« Amava, la notte - continua il futuro sacerdote - e gustava il poeta della notte: Tagore. Prediligeva gli in­contri con Dio, notturni. Invidiava - lei che di solito dormiva come una bimba - le notti bianche. Che pace, nel silenzio!

«Appassionata delle bellezze della creazione, amò la natura tutta, come mistica e come artista sensibilissima. Il suo tavolo da lavoro fu visto spesso occhieggiante di viole e di primule. Aveva un'intima predilezione per la cascata di Gòvine, che vedeva dal suo posto di lavoro quando si trovava lassù fra i monti, e che si sentiva ge­mere nella notte.

« Fra i quattro Vangeli, le sue preferenze andavano a quello di Giovanni, cònsono alla sua fine spiritualità. « S. Paolo è difficile: ma c'è chi ricorda una sua esegesi da teologo sulla giustificazione di Cristo nella prima Let­tera ai Romani, spiegazione che meravigliò chi l'udì... ». Fin qui lo studente dell'ultimo anno di teologia.

Veneta, non perdette mai il dono della facezia e quello del garbo, come ebbe connaturato il senso e il gusto del colore. Non è a stupire se per questo dono fosse divenuta, fin dai tempi di Pavia, miniaturista di rara abilità. In segui­to sarà attiva in quest'arte come decoratrice di cartelle da scrittoio, portafogli, cornici in pelle o in pergamena, segnalibri, diplomi, atti di benemerenza, menzioni, imma­gini, nelle più diverse ricorrenze della vita famigliare, con­ventuale, sociale. Il professor Provini di Pavia, col quale aveva studiato, venuto a conoscenza di ardui lavori da lei ideati e condotti a termine, le espresse per iscritto la sua profonda ammirazione.

Il pittore Duilio Corompai, autore di tele a soggetto sacro, oltre che di paesaggi, la chiamerà non di rado per avere il suo giudizio intorno a pitture sacre. Le sottopor­rà, anzi, una volta, un bozzetto di quadro, eseguendo il dipinto secondo il consiglio di lei, facendole in seguito omaggio del bozzetto. Essa poi, mescolando gusto arti­stico e carità, insegnerà la miniatura a un certo Della Colletta, che aveva la disgrazia d'esser muto.

Cólta, ma fatta a suo modo. Se l'autore rientrava nel­l'alone della sua sensibilità - come s'è detto di Tagore - allora se ne occupava con interesse, vedendo in lui il casuale interprete del suo spirito. In fondo, in ogni autore essa cercava un testimonio - nel senso greco. della parola - a se stessa. Questo atteggiamento è possibile, comprensibile, nelle persone dall'anima vasta, che hanno scarso bisogno di cercare fuori di sè. E non si interessava affatto di eccellenti autori, o sospendeva a un certo pun­to il suo interesse, quando in qualche cosa essi si allonta­navano troppo da lei.

Una sera si accomiatò da un pio giovane venuto a salutarla, con queste parole: «La sua anima sia come una casa illuminata nella notte ». Parole che possono farci comprendere quanto il suo temperamento religioso prendesse dal suo senso estetico, per rivestirsi delle im­magini più felici.

 

IV

In una lettera privata, col pensiero a un autore tede­sco, aveva scritto: « Sterben ist leben ». Morire è vivere. Il suo gusto per questa frase, che verrà citata anche nei suoi scritti religiosi, ci serve per renderci più comple­to il quadro della sua sensibilità spirituale. Pur nella tipica finezza, pur nel garbo, che facevano anche del­1'anima sua una miniatura, essa amava l'arditezza dell'an­titesi, le sorprese del contrasto, la drammaticità del dilem­ma, le punte dell'epigramma; non respingeva neppure la sentenza capziosa. Le sue pagine di scrittrice ci danno numerosi esempi di quest'altro aspetto di lei. Non soltanto per le citazioni, che prediligeva, ma perchè lei stessa scri­veva così. Vediamo di intenderla.

Ogni anima vasta - e Antonietta Prevedello l'aveva vasta assai - portando di sua natura i propri limiti molto lontano, viene a includere nel campo della propria anima - ci si permetta l'immagine geografica - sviluppi di longitudini e di latitudini tali da determinare aspetti non solo diversi, ma addirittura opposti. Certo, anche nelle anime vaste un carattere fondamentale c'è, ma è pur vero che, appunto per quella felice vastità, questo carattere tende ad armonizzarsi con gli estremi, creando ciò che di più mirabile può trovarsi nel genio come nello spirito, e che è indispensabile per creare in ogni campo il capo­lavoro: l'equilibrio. E chi non sa che l'equilibrio è la risultante - anche nel campo fisico - di due forze egua­li e contrarie?

Soltanto chi sia negato alla comprensione del gran­dioso può supporre, e magari in buona fede affermare, che l'equilibrio impedisce lo slancio. Ma come va che condizione prima per lo slancio massimo, sugli sci in mon­tagna, sui trapezi nei circhi, è quella di prepararsi e di tenersi in perfetto equilibrio? Nelle anime vaste, anche gli slanci partono, come i raggi da un corpo luminoso, in tutte le direzioni; il complesso dei raggi diversissimi creerà nuovamente un equilibrio.

Tenendo presente tutto questo, capiremo come la Pre­vedello potesse essere al tempo stesso ardente e moderata, comprensiva e inflessibile, astratta e concreta, umanis­sima e rude, meditativa e scattante, aristocratica e popo­lare. Perchè mai essa incuteva a tutti, e sempre un singo­lare rispetto? Perchè essa era rispettosissima di tutti, an­che dei giovani e degli ignoranti, e pur trattando con garbatezza e umiltà, non varcava mai le arcane distanze imposte dalla dignità.

Dote in lei eminente, durante l'intera esistenza: la carità. Carità del gesto, della parola, del consiglio; carità nel donare ai poveri, agli amici, ai famigliari, distribuen­do con tatto gli stessi doni piccoli o notevoli che a sua volta riceveva; carità esercitata con lunghe assistenze epistolari prodigate alle più diverse persone: scolari e scolare, consorelle, malati, persone in angustie materiali o spirituali, sventurati, infelici; carità di arredi alle chiese povere, di generi alimentari in tempo di guerra a qualcuno che ne restava privo; carità di indumenti, fino al memorabile invio di una cassa di berrettini fatti da lei confezionare per i ragazzi di un asilo-ricovero; carità di visite, anche quando si trattò di arrampicarsi su ripidi sentieri per portar soccorsi a un sacerdote rifugiato e ricercato dai tedeschi e dai fascisti, con rischio grave per lei stessa e per la consorella che l'accompagnava; carità di prestazione influente per trovar posti a - disoccupati, soccorsi a vecchi, protezione a bimbi; e nel settore delle sollecitudini il pane altrui dal giovane laureato all'umile domestica, raccomandazioni e fervorose insistenze, avendo col tempo, in parte per il suo grado, in parte per la sua intelligente socievolezza e spontanea versatilità, esteso sorprendentemente le sue personali conoscenze. Queste andavano dal Patriarca di Venezia e da tutti i Canonici di San Marco, a capi militari, ad assessori co­munali, a grandi industriali, avvocati, ingegneri, medici, architetti, direttori di cliniche, scrittori e scrittrici, gior­nalisti, pittori, editori, alto clero e clero modesto, frati e suore d'altri Ordini, autorità, famiglie.

La sua conversazione, il suo tratto, la dignitosa accostevolezza, la squisitezza del sentire che si manifestava cm fraterna premura, quel suo interessarsi a tutto, ma conser­vando la discrezione, ne rendevano cara la presenza am­bita la parola. Si desiderava di conservar contatto con lei, e ciò attesta anche la foltissima corrispondenza da lei la­sciata: pacchi e pacchi di lettere, cartoline, espressi, tele­grammi; essa non distruggeva nulla, soprannominandosi scherzosamente a il cenciaiolo ».

In quella svariata e interessante corrispondenza fanno capolino, tra persone illustri o comunque eminenti, tipi specialissimi ai quali essa cercava di far del bene, riuscendovi spesso: l'ateo irriducibile, l'intellettuale scet­tica e scontenta, l'illusa, il pretino inesperto e lagno­so, il convertito, la signora di mondo che confida le sue intime pene, la buona grafomane sgrammaticata ma che torna, fedele come le castagne in novembre e i corbezzoli in luglio, la visionaria passionale che scrive là stessa let­tera con due inchiostri, rosso e nero, il fraticello che ha comato delle litanie... strampalate; fa misantropa che viaggia sempre, il disgraziato che scrive sulla carta in­testata dei carcere, l'assistito gratuitamente che dice male delle monache.

Qualche giovane suora della sua comunità, o di comunità diversa, ma che dipendeva da lei come segretaria della Provincia, lamentò di essere stata trattata con asprezza insistente. Nessun dubbio sulla verità dell'affermazione. Qualche volta; quando per qualche ragione ci si mette­va, suor Antonietta «teneva ancor del morire e del macigno», direbbe Dante; osserviamo però che tutti, anche i santi, gli eroi, i benefattori dell'umanità, hanno avuto i loro difetti; certamente la Prevedello ebbe i suoi, tanto meno accettevoli, per qualcuno, in quanto; essendo lei sempre educatissima con tutti, i modi un po' aspri costituivano uno strappo alle buone abitudini.

Teniamo presente che, per effetto, diremo: così, di cattiva spirituale, ciascuno di noi è ovviamente più portato a vedere i difetti altrui che a conoscere i propri; se così non fosse, la sapienza greca, non avrebbe ammonito da millenni : « Conosci te stesso » e la saggezza cristiana non avrebbe energicamente rincalzato: « Non giudicare ». Ora badiamo bene: i difetti di ogni persona di natura elevata (ed è questo, quindi, il caso della Prevedello, severa an­zitutto con se stessa) non sono - come dice etimologi­camente la parola « difetto » - una carenza di buone qualità.

I così detti difetti delle persone che sono moralmente al­te, in genere sono sovrabbondanze di iniziali ottime qualità. Così la persona schietta arriverà qualche volta allo sgar­bo e alla durezza; la generosa, alla prodigalità; la molto operosa, all'invadenza; l'umile, al silenzio, anche quando sarebbe bene parlare. I difetti di suor Antonietta deriva­rono dalla esuberanza della sua natura schietta, che la faceva alle volte parlare anche troppo chiaro; dalla sua incompatibilità col male anche lieve, per cui - lo cre­diamo - avrà martellato qualche suorina un po' inerte, o che le parve inerte.

Sensibilissima in cose riguardanti il contegno, il deco­ro, quando le sembrava che qualcuno li negligesse, fosse pure per svista, essa poteva giungere anche all'intolle­ranza e all'incomprensione, e perfino ad assolutismi e in­fantilismi quasi divertenti, come quando si trattò di un gesto di questo genere: avendo riposto con cura una bot­tiglia di liquore a lei donata per offrirla, intatta, al fratello don Piero che sarebbe venuto a farle visita, non appena s'avvide che a quel liquore veniva dato il nome, sull'etichet­ta, di « Latte dei vecchi », non volle più saperne di quella... sconveniente bottiglia (« Dico io!... »).

Non mai, dunque, originaria meschinità o malignità riflessa, alla radice di qualche difetto in questa donna; ma la scusante, di prim'ordine, della retta intenzione, e dell'amore ch'ebbe sempre vivissimo per la coerenza tra le idee e le azioni anche minime.

Fu qualche volta di un semplicismo che rimase prover­biale. Passando in rassegna alcune giovani suore per decidere a quali si poteva dare il permesso di recarsi a un'accademia, giunta ad una che aveva oltre che poca salute, poca vista, le osservò tout court: « Tu, malandata come sei, non avrai certo voglia di uscire! ».

Un'altra volta, trovandosi in corriera con alcune conso­relle e un Vescovo, accadde quel che oggi chiamiamo un incidente stradale. Sbalzate fuor del veicolo alcune persone, fra cui il Vescovo, suor Antonietta continuava a ripetere in tono di compassione per il Prelato (era Mons. Jeremich) a Eccellenza! Eccellenza!... ». E lui: « Altro che Eccellen­za, Eccellenza, tirème su, invese! ».

Sbrigativa. Se però s'accorgeva di aver sbagliato, ecco nuovamente manifestarsi la sua natura aperta: eccola perfino inginocchiarsi a chieder scusa, eccola spedire lettere che strappan le lagrime.

Quando, in tempo di guerra, si trattò di dare una veste al sacerdote nascosto fra i monti, e ricercato da tedeschi e fascisti, essa nell'impossibilità di muoversi in quel mo­mento, insisterà allo scopo presso un'amica (sorella di una suora) che occupava un impiego in località molto lontana dal luogo di rifugio del ricercato. Occorse il permesso del principale per intraprendere il viaggio (a oh, 'ste mate de mùneghe! »); i pericoli che allora accom­pagnavano qualunque spostamento divennero una disgra­zia, quando la viaggiatrice, issatasi a stento sul camion che veniva preso d'assalto da gente che voleva mettersi al sicuro, si ferì a una gamba tanto gravemente da dovere al ritorno essere sottoposta a una operazione chirurgica. Suor Antonietta si accorò per un pezzo dell'accaduto, meditando (a voce alta) sull'inopportunità dello zelo quan­do è soverchio, e prodigando all'amica ferita ogni sorta d'attenzioni.

E qui entriamo nel delicato campo dei suoi segreti esami di coscienza scritti, nei quali sa accusare se stessa con tanto rigore, con tanta sottigliezza, e insieme con così ingenuo candore, da commuoverci profondamente.

Semplicismo, s'è detto, cioè alterazione involontaria della semplicità. E la semplicità fu un'altra delle belle doti di questa donna; dote tanto più preziosa in quanto, non frequente, è anche più facile a trovarsi nel mondo che non fra persone destinate a vivere in comunità, cioè chiamate a manovrare fra molti scogli.

Suor Antonietta rimarrà sempre, in qualche cosa, bam­bina. Perchè? Apriamo una parentesi. Perchè la sua vocazione, nata si può dire con lei, non solo la indirizzò giovanissima al convento, ma ve la condusse digiuna affatto di qualsiasi pur innocente esperienza di vita. Nes­sun giovane mostrò di aspirare alla sua mano, nè tanto meno alcuno si fece onestamente avanti con concrete pro­poste di nozze: Antonietta, pur tanto simpatica, non diede tempo a nessuno di accorgersi di lei, malgrado l'in­teressante pallore ambrato del suo viso, nel quale bril­lavano i suoi due grandi occhi bellissimi.

 

V

La giovane suora dal ricco temperamento, più genial­mente sintetico che analitico, appassionata del bello, en­tusiasta del bene, si trovava ad essere particolarmente adatta alla gioventù, sia quella maschile delle scuole elementari del Seminario di Pavia, sia quella femminile del Collegio San Giorgio delle Suore.

E come non tornar cara alle scolaresche, come non influire beneficamente, quali che fossero l'indole e il de­stino di ciascun allievo, se sapeva attrarli, convincerli, farne schiudere l'anima con singolari trovate, alle quali è impossibile restare indifferenti?

Il canonico Faustino Gianani, che fu suo allievo di quin­ta elementare negli anni 1897-98, narra due episodi che è bene riportare.

« Un mezzodì suonava la campana dell'Angelus alla vi­cina chiesetta, e noi, in cerchio intorno a lei, lo recitava­mo assai male: cantilena, ritardi, eccetera. Ci riprese; inu­tilmente. Si tornò daccapo: male ancora. Allora: « Ba­sta », disse, « Quanti siete? ». E ci contò: venti. « Va bene; oggi dirò da sola venti volte l'Angelus in vostra vece. Andate pure ».

Più avanti, nello stesso scritto, il Gianani rievoca Maggio 1898: Le cose, per quel che potevamo sapere noi ragazzi, andavano male. Facevamo, un giorno, un baccano indiavolato. Suor Antonietta ci disse poche pa­role: « Ragazzi, sentite. In questi momenti, nel processo contro don Albertario, sta parlando l'avvocato accusatore. Voi ragazzi tacete: il Signore farà sì che ogni parola di meno sul vostro labbro, qui in scuola, sia un'accusa di meno in quel tribunale!... « Ammutolimmo... ».

E' strano come in una donna schietta, che, sia pure con garbo, soleva riprendere chi giudicava meritevole di riprensione, si manifestassero più tardi casi di tal tolle­ranza, di tale voluto ottimismo, da muovere a sorpresa qualche consorella, che avrebbe voluto da lei maggior vigilanza e più acuta penetrazione.

Suor Antonietta per la sua buona fede, per esempio, nei riguardi di alcune giovani suore che chiederanno il per­messo di prendere, o lasciare, dati cibi, o un'esenzione da particolari piccole mansioni, verrà accusata di troppa ac­condiscendenza, quasi di favoreggiamento nei riguardi di soggetti ancora indietro nella via della santità. Essa risponderà, alla pur assennata osservazione, che se la ri­chiesta dei permessi e delle esenzioni è stata suggerita dalla gola e dalla pigrizia, le richiedenti saranno giudicate da Dio che tutto vede, non da lei, che non può fare il processo alle intenzioni.

Una volta ancora assistiamo al fatto della coesistenza, nella medesima persona di questa suora, di atteggiamenti fra loro contrastanti: la sua abituale sottigliezza nel sor­prendere ciò che reputa non sia bene, con quel suo tirar via a grandi linee, trascurando il dettaglio e la sfumatura; atteggiamento che qualche volta la indusse anche a pren­dere aperte difese non già di errori - questo non l'a­vrebbe mai fatto - ma delle persone che potevano averne commessi.

Così viene, una volta ancora, efficacemente riaffermata, nella presenza degli estremi, la vastità di spirito e di vedute di questa donna, che ebbe a dire e a scrivere di sentirsi a suo agio « soltanto in faccia all'infinito ». Ecco perchè il dettaglio la trovava qualche volta insofferente, anzi, impreparata; ecco perchè deduciamo ch'essa abbia dovuto ben duramente soffrire nel plasmare la sua anima e mortificarla, sino a giungere all'eliminazione di certe pur lievi e contingenti irriflessioni, a vantaggio della con­quista spirituale di sè. Questa conquista, assoluta nei suoi procedimenti, richiede - come ogni cosa quaggiù di cui si vuole ottenere il perfetto risultato, dall'umile vi­vanda della massaia, su su fino alla soluzione dell'ardito teorema, o alla riuscita della composizione chimica - che nessun ingrediente, nessun dato, nessuna modalità, ven­gano dimenticati.

E poichè cade a proposito, qui, un'altra osservazione. Intorno al quadro complessivo del tipo di questa donna e suora che si stacca nettamente dal comune, nonostante qualche venialità, facciamola quest'osservazione, perchè nessuno ci possa accusare di parzialità verso l'ammirata e amata figura di suor Antonietta Prevedello.

Qualche sacerdote, insigne per doti di mente e di vita pastorale, non seppe spiegarsi - e quasi, con molto gar­bo peraltro, parve lagnarsene - perchè, dotata com'era suor Antonietta, fosse rimasta « sempre seconda » nella distribuzione delle alte cariche dell'Istituto.

Premesso che i « primi posti » davanti a Dio non sono quelli delle cariche, ma quelli dello spirito (e in questo anche i succitati sacerdoti sono ovviamente d'ac­cordo con noi), si permetta, alla persona laica che scrive queste righe, di dire ciò che qualunque suora biografa dovrebbe astenersi dal dire, in quanto faciente parte viva dello stesso Istituto della biografata. Chi vive nel mondo, e gode perciò della maggior libertà di poter obbiettivare - diremo così - gli operati di carattere pubblico di un Istituto al quale non appartiene, può osservare; senza pe­ricolo di adulazione; che - il modo ufficiale di « seconda » - ruolo importante; ma non il massimo - riservato per tutta la vita a suor Antonietta, rivelò - una sorprendente oculatezza da parte dei superiori.

Questa affermazione non tende affatto a diminuire i meriti eminenti di suor Antonietta; anzi, tende a collo­carla definitivamente, al di sopra e al di fuori delle con­tingenze dell'Istituto, a un altro « primo posto », preci­samente quello dello spirito; quel « primo posto » che Dio solo conferisce, e che l'Istituto mai le contese, e non le contende pur dopo morta, se ha dato l'amabile incarico di parlare degnamente di questa sua figlia.

Suor Antonietta è paragonabile a quei santi e a quelle sante che onorarono con lo splendore delle loro doti palesi e nascoste, con l'esempio, col consiglio, con gli scritti, gli Ordini ai quali appartennero, ma che sarebbero stati alquanto spostati se insigniti di cariche richiedenti doti indispensabili all'esercizio della massima autorità e respon­sabilità. I santi, come gli artisti, hanno, nei riguardi delle inesorabili esigenze della vita pratica, abbondanza di pregi non necessari, contro una tipica mancanza di indispensabili requisiti. Chi più santo di certi anacoreti cne vissero di locuste e di mortificazioni? Ma fossero stati messi a capo delle prime comunità religiose, i confratelli, dopo una settimana, non avrebbero più avuto da coprirsi e da mangiare.

Bene fecero dunque i superiori a mettere invece a frut­to i capitali inalienabili di suor Antonietta: l'ingegno e la grandezza d'animo - che dovevano più tardi portarla all'arduo, delicatissimo posto di Consigliera generale - e le sue rare qualità di scrittrice ispirata e robusta. Esse le valsero la promozione all'incarico - di una vastità da sgomentare - di storiografa dell'Istituto, di biografa del­le Fondatrici e di altre interessanti figure tra le figlie della Capitanio e della Gerosa. Qui, suor Antonietta mo­strò di trovarsi veramente a posto, veramente nel suo regno.

Nella vita pratica, la misura da lei tenuta era sempre l'abbondante. Così, nel periodo pavese, arrivò a soste­nere mattinate intere e interi pomeriggi dedicati all'inse­gnamento. E fu, di schianto, una laringite acuta. In que­sto episodio c'è tutta suor Antonietta.

Fu mandata a riposo nel Collegio di Santa Maria de­gli Angeli in Treviglio; non bastando questo, per le pro­porzioni del male che permanevano gravi, venne trasferita in cura a Castegnato, in provincia di Brescia, dove si trova una casa di cura e di riposo per le suore.

Rimessa in piedi, pur restando sempre nella gola il suo punto debole, essa venne tolta dall'insegnamento e inviata a Venezia, prima a S. Maria del Soccorso, poi nella Casa provincializia. Si era nel 1911, e suor Antonietta aveva trentacinque anni.

Credeva di dover restare laggiù un anno soltanto, e di poter poi far ritorno a Pavia.

Rimase a Venezia - salvo temporanei soggiorni altro­ve - per più di trent'anni.

 

VI

La disposizione alla vita religiosa si ripete, nei Pre­vedello. Oltre al fratello don Piero, divenuto poi Monsi­gnore, e passato dal Santuario del Còvolo, nell'unghia del Grappa, a più alte cariche a Padova, due figlie di cugi­ni: suor Michelina Prevedello e suor Elvira Dalla Riva, appartenenti al medesimo Istituto di Maria Bambina. Pure Padre Francesco Prevedello, Generale degli Scala­briniani, ha grado di cugino coi Prevedello di Crespano del Grappa.

Tolta dall'insegnamento, ed entrata più a fondo, a Ve­nezia, nella vita religiosa, suor Antonietta, coprendo la carica - che le sarebbe lasciata per diciotto anni - di segretaria della Provinciale suor Clementina Azzini non indugiò a rimpiangere la diletta scuola, se non dal punto di vista puramente affettivo. La scuola, forse senza che lei se ne accorgesse, l'avrebbe un po' limitata, co­stretta a camminare in una sola direzione, nell'esecuzione di un lavoro degnissimo e quasi sacro, sì, ma al quale può tornare perfettamente idonea anche un'altra. Di fian­co a suor Azzini, le possibilità di suor Antonietta tro­varono un più complesso campo di esplicazione. E fu un'attività prodigiosa, la sua: viaggi, udienze, visite, colloqui, interventi, corrispondenza; tutto ciò negli anni della prima guerra mondiale, lavoro reso spesso pesante, complicato, pericoloso.

Si disse, giustamente, che la Prevedello fu la metà, e anche più della metà di suor Azzini; questa, piena di buon senso e di materno cuore; diremo piuttosto che le due si completavano a meraviglia, anche perchè a vi­cenda si stimavano e si amavano assai, nel formare un unico organismo: ricco delle doti pratiche e della calma serenità dell'Azzini; vivido del pronto ingegno, delle am­pie vedute, della ferma disciplina dell'altra. Nè mai fra le due vennero meno i rapporti da affettuosa Madre a figlia devota.

Furono, quei diciotto anni, un periodo di splendida, completa fioritura nella vita della Prevedello. Tutto ciò che la sua natura umana e spirituale potrà dare, fu dato. Si rivelarono in lei qualità inattese, emersero quelle già evidenti; arricchendo gli altri di attenzioni, di soccorsi, nei modi più vari dell'assistenza, arricchiva, sè stessa di meriti, e il suo Istituto di prestigio.

Sicura - per carattere - nelle decisioni, le riuscì di divenire spedita nell'organizzazione e abile negli affari, che vogliono una iniziale prudenza, certo, ma anche molto slancio; umile e ritirata in sè, le tornò agevole far tesoro dei consigli che le venivano dati, e ch'essa non credeva di abbassarsi a chiedere e a seguire; ordinatissima nelle proprie cose, riuscì ben presto a sistemarsi stabilmente nell'esplicazione di attività che sembravano dover urtarsi fra loro, per scopi diversissimi, distribuzione di ore, di­versità delle persone che occorreva avvicinare.

Forte nel difendere ciò che reputava doversi ritenere un diritto; seppe mettere a reale profitto dell'Istituto i vantaggi della sua cultura, della sua socievolezza, della sua geniale versatilità, dei suoi modi, attirando all'Isti­tuto la simpatia e i consensi delle Autorità in genere, del Clero, dei laicato, e, nell'interno della grande comunità distribuita in tante Case anche molto lontane, stringendo sempre più e meglio i vincoli del cuore, creando quel­l'atmosfera di fiducia e di concordia che è condizione, base, intima bellezza, mezzo di sicura prosperità per ogni grande Famiglia religiosa.

Nè, sempre aperta e vasta nelle sue concezioni, si limi­tò entro i confini pure amplissimi della vita dell'Istituto. Da vera cristiana, spingendo il suo sguardo e il suo anelito fuor dai cancelli, sconfinò umanissima nel campo delle sventure altrui, si trattasse di laici, o di religiose appar­tenenti ad altre fondazioni. Assistette così, durante la guerra, validamente e a lungo, le monache di Santa Chia­ra e le Serve di Maria, sia nello sfollamento che nella penuria di viveri; istituì i Refettori per i figli dei richia­mati, e - meraviglia delle meraviglie, nella tutta bella vergine del Signore - riuscì a condurre ospite, nella Casa di san Gioachino, una schiera di innocenti bambine preievate dal complesso dei purtroppo numerosi « figli della guerra » già raccolti nell'Istituto di san Filippo dalla ca­rità dei fratelli mons. Celso e mons. Giovanni Costantini.

Fu a lei particolarmente cara l'assistenza diretta alle sventurate piccine dal padre sconosciuto, e qualche volta anche dalla sconosciuta o non degna madre. Occorreva vestirle, nutrirle, proteggerle, ma, altrettanto urgentemen­te, prepararle a seguire una loro strada: quella che con­duce alle nozze terrene o a quelle celesti. Quattro di quelle bimbe entrarono nella vita religiosa; due sono di­venute eccellenti maestre, e ancor oggi si dicono tanto grate a suor Antonietta che le « scoperse » e le avviò. Le altre, infilate le vie del mondo, se ne andarono col viatico dell'esempio, delle parole sublimi, dell'addio indi­menticabile; indistruttibile viatico, perchè semente che prima o poi, per volgere di venti o precipitar di bufere, dà sempre un fiore.

Ma udiamo la stessa suor Antonietta scrivere di quegli anni.

«Trovai (a Venezia) una rete intensa di benedizioni. Anni ricolmi di protezione celeste, specialmente durante la grande guerra. Salva per miracolo sotto la pioggia di bombe esplose nella Casa provincializia, sostenuta per bontà di Dio in mezzo a spaventi, disagi, patimenti. Ogni giorno una sventura, molte lacrime grande abbandono in Dio. Dopo la guerra, ecco la ripresa delle opere di provincia, le ricostruzioni, le sistemazioni. Lavoro e ma­lattie, un alternarsi di sofferenze; ma come mi appaiono ora preziose, veri doni di Dio, segni del suo amore verso questa piccola sposa che pareva non avesse che un fil di vita e nessuna resistenza! ».

Sì, stremata da un lavoro enorme, molteplice, direm­mo qualche volta accanito, condotto con fede irriducibile, con indefettibile costanza.

Chiese più volte ai superiori di essere mandata in missione all'estero. Non per mutare occupazioni: l'abbia­mo sentita felice di quelle che svolgeva, sicura della be­nedizione di Dio. Ma nel quadro delle sue aspirazioni non poteva mancare, proporzionata alla vastità del suo respiro, la richiesta ultima, l'estrema, quella che si spinge al paese più perdutamente lontano, e può includere il dono, se a Dio piaccia, della vita stessa.

Ma avrebbero potuto le sue sempre delicate corde voca­li, e la sua costituzione, dimostratasi sana, sì, ma non molto robusta, sopportare i gravi disagi della missione? I superiori non credettero di esaudirla, e suor Antonietta non fu mai missionaria. Si adoperò essa tuttavia, sempre, per le Missioni, raccogliendo e mandando ogni genere di cose di cui laggiù abbisognassero. Alle partenti da Vene­zia per le terre lontane, prodigava, ogni volta, finezze e attenzioni materne. A lei, erano serbati altri più. vicini e meno appariscenti dolori: prima, quello della morte della Provinciale Azzini, di cui riuscì più tardi a far porre la tomba nel cuore della Casa provincializia di Venezia, vin­cendo non pochi ostacoli; poi, la ripresa del suo posto di segretaria a fianco della nuova Provinciale, suor Ernesta Gallotti, diversissima dalla Azzini, da cui dipese con immu­tato fervore, ma non senza difficoltà di adattamento e sacrificio.

Se non dunque in terre lontane, fra popolazioni idola­tre, suor Antonietta fu missionaria in Italia, dovunque visse o passò o giunsero, con l'assistenza, le sollecitu­dini della sua penna, alunna, in questo, dell'apostolo Pao­lo, che riusciva a moltiplicare la propria presenza con l'ausilio delle sue celeberrime lettere.

Esplicandosi la sua attività in Venezia, suor Antoniet­ta si affezionò alla meravigliosa città cui è tanto facile affezionarsi; la città dove è bello recarsi e dolce il rima­nere, e della quale conosceva ormai tutto: dallo studio del Patriarca agli uffici del municipio; dalla stanza da lavoro del sindaco a quella del benefattore insigne; dalle abitazioni delle famiglie borghesi più in vista, alle cano­niche parrocchiali, alle casupole dei pescatori e dei gon­dolieri; dal cortile delle carceri ai gradini delle chiese dove i senza tetto passano le notti, alla cancellata di giar­dino dove, all'alba, una vecchia mendicante, sempre la stessa per anni, attendeva il passaggio amoroso di lei, col dono del pane quotidiano.

Dire di questo amore per Venezia è necessario, perchè, com'era di ogni sentimento, in suor Antonietta, l'effusio­ne quasi dolorosa per impeto di getto lo dominava, non si sa fin dove pietosamente umano, e da dove elevato pur esso a conquista spirituale. Bisogna dire di questo amore in cui la donna, l'artista, la suora, la responsabile in tutta coscienza d'una carica quale quella ch'essa copriva, a volta a volta si confondevano, si avvicendavano, si completa­vano, si potenziavano, legandola al campo delle sue espe­rienze, delle sue gioie e delle sue arcane sofferenze, con la tenacità delle corde che trattengono le navi agli ormeggi.

Questo bisogna tener presente per capire il segreto in­consolabile dolore di lei quando da Venezia verrà sbal­zata, in vista di un'altra carica, in piena Milano.

Questo bisogna non lasciar più uscire dalla memoria, per saper dare a suo tempo il giusto valore - dieci anni più tardi - al gemito rassegnato e straziante che le salirà dal cuore: « Oh, Venezia! » fin sul letto di morte.

 

VII

Consideriamo ancora un tratto della sua personalità esteriore, prima di addentrarci negli stupendi meandri della sua segreta vita interiore.

I libri che intanto ci darà, come storiografa dell'Isti­tuto e biografa delle Fondatrici, sono l'esponente fiorito, visibile, di una possente linfa che non sarà solamente quella dell'ingegno; così la stella alpina, bella a vedere e deliziosa a cogliere, reca con sè, fino alle grandi altezze, il filtrato nutrimento che le viene da insondabili abissi.

Ma se le sue pagine di storiografia e di biografia, pure at­traverso la sua sensibilità, fanno ora da piedestallo, ora da specchio, ora da inno a ciò che altri ha meritoriamente compiuto, si dovrà ancora aspettare lunghi anni per tro­vare lei e lei sola: tutti gli anni della sua vita, perchè scrisse fino all'ultimo, costruendo, con le centinaia di qua­derni scritti che lasciò, un edificio imperituro.

Si crede da molti che chi si dà alla vita del chiostro sia di conseguenza portato a negligere, quasi a spezzare gli affetti famigliari. Forse perchè Gesù ha detto: « Chi ama suo padre e sua madre più di me non è degno di me »? Eppure il significato di questa frase è evidente; tanto, che la spiegazione ne è sottintesa; in poche parole: occorre anteporre Gesù in tutto e a tutti; frase che si identifica con l'altra diretta a chi, con la mano sull'aratro, si volge a guardare indietro. No, Gesù non è rigoroso con gli uomini; le sue parole sono soltanto logiche e conseguenti.

Che cosa fanno di diverso il sacerdote e il medico coscienzioso, quando accorrono al capezzale del moribon­do, anteponendolo anche ai propri cari, per l'adempimen­to di un sacro dovere liberamente scelto? E’ dunque que­stione di senso della responsabilità e di fedeltà alla linea di condotta adottata, e non di tendenze umane affettive.

Perciò suor Antonietta, intelligente di tutte le cose di Dio, darà prova, dal chiostro, di non aver punto scordato i suoi cari, e anzi, di aver affinato e approfondito il suo affetto per loro; ciò che le sembra - e con ragione - debba rientrare negli obblighi umano-sociali di una Suora di Carità.

Famiglie che hanno la ventura di avere uno dei loro membri consacrato a Dio, si vedono, nei frangenti, rag­grupparsi di comune intesa intorno a quell'uno, magari ancor giovane, per seguirne i consigli e riceverne i con­forti che sentono venire arcanamente dall'alto: più autore­voli e più disinteressati.

La Prevedello amava i suoi famigliari così, pur consi­derandosi essa per prima, per quanto suora, in un piano inferiore a quello del fratello sacerdote.

Siamo nel 1915, nel '16, nel '17, nel '18; il fratello Leone, l'ultimo dei figli di Antonio Prevedello, si trova sotto le armi, nell'esteso fronte del Veneto; così pure vi si trova Raffaele, ma in terra africana; il primo, più espo­sto ai pericoli dell'ora, durante un periodo di ventisette mesi; ufficiale decorato di medaglia d'argento al valore, presterà poi servizio - durante la seconda guerra - per un altro periodo di tre anni, e verrà congedato col grado di maggiore.

Se le lettere sono sollecite, affettuose, trepidanti per la religiosità di Leone, che la sorella non vuole si affievoli­sca, gli scritti al secondo fratello appaiono intensi di commozione più rattenuta, ricchi delle notizie d'Italia che quello, dall'Africa, può desiderare. A Leone essa scrive «Ora sto in attesa della tua visita; mi pare un sogno ch'io possa vederti e abbracciarti; avvisami se puoi, anche se l'ora fosse tarda, anche di notte, e che il Signore ti lasci sempre fra noi »; poi, avvenuta la visita « cara, at­tesa, sospirata, invocata da tanto tempo », si rammarica « Mi avrai compatito; non ho saputo interessarmi di te, delle tue pene, delle tue glorie, come mi ero prefissa; non seppi che balbettare la mia tenerezza ». D'un balzo, ma­terna: « Ti ho trovato come ti volevo: tranquillo, fidente, buono, avvolto di mirabile semplicità... sul tuo labbro nessun encomio per te che pure hai meriti grandi... ».

Altrove: « La mia maggior pena è la tua posizione », e alludendo alla stampa immorale data laidamente in pasto ai soldati in trincea: « Chi pensa e scrive e lancia sul campo di morte non la parola calda di amore, di ammi­razione, d'incoraggiamento... ma quella che abbrutisce ed umilia, chi scrive così in un momento così tragico e solenne, non ha cuore, non ha coscienza, non ha dignità. Ti scongiuro di non degradarti ».

E non scorda il capitano e il colonnello, e vuole il nome dell'attendente del fratello e del cappellano, per rivolgersi a loro se non ricevesse lettere da lui. Lettere sempre - quelle di suor Antonietta - di parecchie pagine, gentili, discorsive, adattissime a tener compagnia, a far sentire a chi le riceve - esposto al rischio di morte improvvisa e violenta - d'essere tanto amato.

Il fratello Raffaele, in terra d'Africa, è insegnante pres­so la scuola bilingue italo-araba, e, più tardi, sarà segre­tario della Banca d'Italia all'Asmara. Appassionato di lingue, collaborerà con un professore svedese alla forma­zione di una grammatica italo-svedese.

Interessante - nelle lettere a Raffaele, molto diverse dalle prime - conoscere almeno alcuni argomenti via via trattati. Nella prima lettera suor Antonietta traccia un ritratto di don Calabria. In una seconda incoraggia il fra­tello a dare gli esami magistrali. Trasferito il fratello a Massaua, ne rifà tutto il viaggio con poetica e accesa immaginazione. In realtà, lo ammonisce a non scordarsi di essere in terra idolatra, quindi piena di sorprese e di pericoli, e lo esorta a cercarsi la compagnia di un sacer­dote santo.

Proseguendo nella serie degli scritti, troviamo delle note di guerra, col cuore al seguito del dilettissimo Leone che si trova nel Friuli: pagine degne di una madre e al tempo stesso degne - per precisione d'informazioni - di un consumato reporter. Altre lettere e lettere conti­nuano sui bombardamenti di Venezia, e sulle conseguenze create da tante stragi. Fin che si giunge alle robuste lettere nelle quali si parla della resa del nemico e della liberazione. Ragguagliatrice di prim'ordine, perchè non dimentica nulla, distribuendo sapientemente le luci e le ombre, riesce a insinuare le notizie della famiglia.

Dal 1918 le lettere rimaste ci sbalzano al gennaio 1927: la mamma, « fresca, lieta, festevole », è andata a portare speciali auguri alla figliola suora che compie i cinquanta anni; il fratello don Piero, a nome di tutta la famiglia, le ha fatto dono di un artistico reliquiario foggiato a gi­glio, con la reliquia della Capitanio. Che intima gioia in questo scritto, che dolcezza, che grazia!

Ma il fascio delle lettere ci sbalza ancora, senza tra­passo graduale, dal gennaio allo scorcio dello stesso anno. L'atmosfera idillica muta violentemente: la mamma è mor­ta il 3 settembre 1927. Il quadro che suor Antonietta traccia di questo trapasso - avvenuto sereno ed esem­plare - tra la schiera dei figli, in mezzo ai quali il sa­cerdote emerge, pur accanto al buon padre, come il vero, alto capo di casa, è singolarmente efficace. Non sappiamo pietosa, che si in tutto il fra­se ammirare in esso più la superstite prende il triste incarico di ragguagliare tello lontano, o la scrittrice finissima.

La vita fugge, incalza. I pochissimi scritti che riman­gono ancora - diretti a questo fratello - segnano tappe di varia gravità. La salute del babbo declina... il Cardinal Maffi è morto... suor Antonietta ha compiuto i sessant'an­ni di età... il fratello Raffaele sta per partire con Mary per Roma... la vigile sorella suora gli ha preparato, lag­giù, un incontro con Igino Giordani, facendo preceder l'incontro col dono, al fratello, di un libro dello stesso Giordani: Il Sangue di Cristo. Una rapida parentesi lieta il fratello è festeggiato per il « cavalierato » a lui confe­rito per benemerenze di guerra, ma la parentesi è chiusa, e le tristezze della vita, che non mancano a nessuno, ri­prendono.

Siamo nel 1939, ormai alla seconda guerra mondiale. Ecco Padova barbaramente bombardata: sotto le bombe, il fratello don Piero e la sorella Ersilia, che abitano in quella città, superano, ma restando scossi, la terribile pro­va. Suor Antonietta ne dà notizie a Raffaele, riprendendo lo stile - stavolta più conciso e più amaro - dei tempi della prima guerra. Suor Antonietta è stata da parecchio trasferita a Milano; ma la carica di Consigliera generale e il vario apostolato, la chiamano alle volte, per qualche tempo, altrove.

Ed è ormai con un penoso rimpianto che ci acco­stiamo all'ultima lettera da lei scritta a Raffaele. E’ - datata da Lovere: 6 ottobre 1945. Giubilante, la suora rievoca l'appena trascorso cinquantesimo di sacerdozio di don Piero, che ha avuto molte feste al Covolo, nella terra natale. Essa, costretta all'assenza, si rappresenta sotto la guida del cuore l'intera giornata vissuta dai suoi, accanto alle tombe dei genitori. Che festa d'anime! Che poesia di sentimenti!

E ci vien fatto di aggiungere: che modello di fami­glia, questa dei Prevedello! Anche quando accadde loro di dissentire su qualche punto, in qualche frangente, sot­to la guida di don Piero e per l'affettuoso influsso di suor Antonietta, finirono sempre per mettersi simpati­camente d'accordo.

Sempre generosa nel favorire qualcuno in qualche mo­do, la nostra suora chiude l'alato scritto raccomandando vivamente a Raffaele un sacerdote, studioso di lingue orientali, che ha bisogno di notizie dell'Africa: documenti... il Corano.... la spiegazione del a Papé satan aleppe ». Il salto, fra le due parti della lettera, non ci disorienta affatto; esso sta a testimoniare la vastità dell'anima di lei, tutta a tutti.

Poi... più nulla. Il giorno dell'estremo addio a tutto è paurosamente vicino.

 

VIII

Le lettere ai genitori, alla sorella Elvira - sposata - e ad Ersilia, convivente col fratello sacerdote, non sono meno vivaci e attraenti. Con le precedenti, potrebbero formare un interessantissimo epistolario. Se nutrita meno di tutte fu la corrispondenza col fratello Roberto, ciò accadde perchè questi, per temperamento, scriveva piut­tosto di rado (e la sorella suora a lagnarsi dolcemente con gli altri: « Da Berto nulla. Che, è muto Berto? Berto non scrive più »). Ma quante premure anche per lui!

Non una malattia, o una convalescenza, o un lutto dei suoi cari la troveranno meno pronta all'interessamento o al conforto. Morta Elvira, essa scriverà alla mamma in occasione della dolorosa dipartita di lei, poi nuovamente nel trigesimo, nè scorderà gli anniversari. Consolerà la mamma di nuovo, nel giorno della partenza di Raffaele per l'Africa, e scriverà al papà per tenerlo allegro nel suo giorno onomastico. E si occupa del cognato, marito di Caterina, quando si ammala e quando viene a manca­re... e non dimentica i nipoti.

Sfogliando la corrispondenza tenuta con don Piero, poi Mons. Piero, abbiamo la fortuna del completamento di molti scritti di lui a lei.

Per quanto riguarda suor Antonietta, possiamo osser­vare che questa nutritissima corrispondenza, durata tutta la vita, si differenzia nuovamente dalle precedenti. Qui, la sorella non è più la guida spirituale dei fratelli, non rappresenta più, senza volerlo, il modello per loro; qui traspira da ogni pagina il senso riposto di una umiltà sincera, sottintesa, alla presenza del sacerdote, che occu­pa ogni cosa arcanamente di sè.

Suor Antonietta, sia per naturale disposizione alla venerazione per i sacerdoti - nella dignità dei quali sen­tiva la continuazione visibile, sulla terra, di Gesù Cristo medesimo - sia perchè quella disposizione aveva preso nutrimento speciale a Pavia, mostrò di non scordare mai, un solo momento, pur scrivendo a un fratello, di rivol­gersi a un sacerdote. Ha per lui i riguardi dovuti a ogni altra persona rivestita di carattere sacro; si atteggia, scri­vendogli, a minore in tutto, è un comportamento riflesso, che, pur trovando radice nella volontà, fiorisce poi in spontanee finezze.

Mai una volta dimostra, per don Piero, il tenero tra­sporto sempre serbato a Leone, per lei rimasto sempre il piccolino di casa. Con don Piero, essa somiglia a certe figlie di re che dentro dentro amano il padre, ma colte nel momento nel quale in lui vedono soprattutto il re.

Quando, per volere dei superiori, suor Antonietta avrà intrapreso a scrivere biografie, e sarà diventata la storio­grafa dell'Istituto, il lavoro veramente poderoso troverà sostegno nella costante richiesta, al fratello colto, oltre che al sacerdote sollecito, di pareri e di consigli intorno ai modi di considerare la materia, di disporla e di stenderla.

Le comunicazioni di lei entreranno pur nei dettagli delle bozze, della carta, dei caratteri, delle copertine; essa si cura dei particolari estetici e bibliografici, propone correzioni e modifiche; alle prese con editori, stampatori, illustratori, pregherà il fratello di assumersi qualche inca­rico: ricerca di testi rari, approcci di persone, spedizione di documenti.

Quando dà tregua a questo specialissimo. genere di cor­rispondenza, allora riprende a scrivere alatamente; ed è l'invio di belle massime spirituali, la descrizione della visita al Papa, le considerazioni intorno alla lotta fra il bene e il male. Mostra preoccuparsi per l'avvenire degli altri fratelli; intrattiene don Piero intorno alla sua inizia­tiva per l'esumazione e la tumulazione, in san Gioachino di Venezia, della Provinciale Azzini; parla di una lettera del Vescovo di Firenze e del Vescovo di Luni; parla dei suoi viaggi: a Maggianico, a Torino, a Lovere, a Mi­lano per l'inaugurazione della cappellina provvisoria, a Breganze per la vestizione delle Orsoline.

Qualche volta, dal posto di discepola, di minore, suor Antonietta si eleverà a quello umanissimo di mamma, quando l'esserlo, in quanto suora e donna, rientra nei suoi graditi doveri anche presso il fratello sacerdote. E così essa assiste il fratello sacerdote in una «prova deli­cata », chiamandola il « crogiolo della purificazione ».

Scocca il momento forse più solenne che passa fra i rap­porti dei due. Nulla traspare di preciso dallo scritto, nè a noi importa sapere. Ciò che ci attira ed avvince, ciò che ci commuove, andando anche al di là della pur bel­lissima lettera per il cinquantesimo di sacerdozio al Cò­volo, è precisamente il non detto, l'arcano, il patito insieme, ciò che da sorella a fratello trasvolerà via misterioso, sotto l'alito serenatore della carità, creando fra le due anime consacrate, sbocciate dallo stesso sangue, un vincolo che non è terreno.

Ma suor Antonietta, proprio come una mamma, pensa, dopo l'anima, anche al corpo, alla salute del fratello Piero e degli altri della famiglia, che durante la guerra soffrono, come molti, di gravi privazioni. E allora... oh, come pia­ce, come quasi ci diverte, a distanza d'anni, la lettura de­gli scritti che fanno della nostra suora la perfetta massaia di casa sua!

Ecco suor Antonietta indaffarata per la spedizione di zucchero - un tesoro, allora! - in cambio di vino per le suore; eccola alle prese coi conigli da mandare a riti­rare a Legnago dalla superiora del Ricovero; eccola a spedire dello strutto per «gentilezza eccezionale della Provinciale »; e allo strutto seguirà l'olio per don Piero ed Ersilia, e all'olio seguirà l'esortazione: «datene un poco ad Elvira... ». Par di sentirla, par di vederla.

E... che dire di una inattesa richiesta di musica? E? di un permesso per Roberto, fatto sollecitare da influente persona, al suo tenente? E della pergamena dipinta e spe­dita in morte del colonnello Monti su incarico di Leone? E degli altri dipinti mandati in Africa per i superiori di Raffaele? Così, immutabilmente.

E poi si dice che le figlie che prendono il velo voltano tutte, sempre, le spalle alla famiglia.

 

IX

Sappiamo già come suor Antonietta avesse chiesto più volte, prima della guerra e dopo, di essere mandata in missione all'estero.

Se fosse stata scelta per la Birmania o l'India, dove le suore di Maria Bambina hanno Missioni, il meno che le sarebbe potuto toccare poteva essere la malaria birmana - ben lungi ancora dall'essere debellata - o, in quel paese delle meraviglie che è l'India, qualche malattia tro­picale. Se i superiori, considerato lo stato sempre un po' precario della sua laringe, e l'drganismo, se pur sano, non robustissimo, non credettero mai di poterla esaudire, ce ne dorremo?

No. Suor Antonietta non avrebbe potuto fare, in mis­sione, più di quanto ha fatto in Italia. Basta pensare alle a figlie della guerra » per le quali essa, tanto lontana dalla triste realtà di certi mali, s'adoperò strenuamente; era l'ora in cui un'altra « santa infanzia », in patria, aveva bisogno di salvatori, di pane e di amore.

Per le anime grandi, tutto il mondo è missione, e dap­pertutto c'è azione. Sentiamo del resto come essa stessa giudica il fatto, fin dal 1913, anno nel quale la guerra, dal­la massa, non era nemmeno prevista « Il piccolo angolo che la Provvidenza ci assegna per lavorare, soffrire, pregare, vale per noi più di tutto il mondo, purchè vi si sappia pregare, soffrire; lavorare bene ».

E’ questo il principio ch'essa terrà sempre presente; esso forma il preludio del gran concerto di una spiri­tualità che andrà facendosi sempre più complessa e or­ganica.

Da principio suor Antonietta si effonde in pensieri stac­cati di varia ispirazione. Per conoscere l'evoluzione di quest'anima, dobbiamo scorrerne alcuni fra i più signi­ficativi.

« La mia preghiera sia quella di Gesù: Ita, Pater ! ». « È triste ripetere che tutto passa, ma è anche dolce pensare che sulle rovine del passato, specialmente su quel­le che son costate amarezze e pene, si eleva il merito, che ha carattere d'immortalità ».

« Per quanto grandi ci sembrino i nostri sacrifici, sono un nulla in confronto alla generosità di Dio nel compen­sarli ».

« Chi guarda dall'alto di un campanile, abbraccia le cose soltanto in confuso, e non si accorge delle piccole rovine, dei piccoli guasti prodotti dalle intemperie... Co­m'è possibile vedere di lassù le screpolature delle case, la tortuosità delle vie? Per ben conoscere tutto ciò, biso­gna scendere giù al basso. Quanti crepacci vedremo allora nell'edificio spirituale! Quante pietre fuori di posto, quan­te sostenute per miracolo, quante già in procinto di ca­dere! O divino architetto... ripara alle nostre rovine, perchè non crolli tutto, restando noi al freddo, alle intem­perie, e nel vuoto ! ».

« Che vantaggi arrechi a te e agli altri, disapprovando un carattere che non puoi cambiare e correggere? Vorre­sti spezzare il ramo perchè è nodoso? Un giorno ingros­sato, quel nodo costituirà forse una bellezza, formando il pregio del legno ».

« Noi vorremmo adattare il dolore al nostro cuore, come si adatta da libere persone l'abito al corpo. Vor­remmo sceglier la stoffa, il colore, la forma. Vorremmo sceglier noi la qualità, la quantità, il tempo delle nostre pene; in una parola, vorremmo trovare il gusto nel di­sgusto, e mettere la nostra volontà al posto di quella di Dio ».

Quando vedi che tuo fratello è freddo verso di te, interroga la tua coscienza, vedi se l'hai offeso o trascu­rato... Se però non ti pare di avergli fatto nulla, doman­dagli un favore. La tua confidenza romperà il ghiaccio della sua freddezza ».

« Ore 241/2 - ore 21/2 antimeridiane: o sante dolcissi­me Comunioni notturne, fatte nel silenzio delle tenebre, dopo i fieri assalti nemici, quando il cuore sgomento sente il bisogno del Cuore divino... ».

« Cara e preziosa la tomba della mia vita religiosa! Essa seppellisce il mio orgoglio, per farvi nascere il fiore del­l'eterna vita ».

I paragoni, per quanto appropriati, dei quali fece spes­so abile uso, si fanno più brevi, quasi fuggevoli; se qualche volta vi insisterà, con qualche sforzo, sarà per lo scopo evidente di farsi capire.

Da uno stato riflesso e volontario, suor Antonietta pas­sa a trasporti più immediati e spontanei. E il trapasso porta un tipico segno: se prima, in lei, parlava in modo preponderante l'ingegno, col suo estro un po' cerebrale, ora parla soprattutto il cuore, con i suoi slanci, le sue pene, le sue specialissime divinazioni. C'è sotto l'espe­rienza venuta gradatamente a maturazione. Essa stessa, più avanti, lo riconosce.

« La vocazione alla vita religiosa è l'inizio di mille al­tre chiamate misteriose e ineffabili che Dio rivolge all'ani­ma. E’ l'inizio di un colloquio che va rendendosi sempre più intenso col procedere degli anni ». Sentiamola quando soffre.

«Il dolore mi ha colpito fino allo strazio; l'anima è triste, desolata; commossa; il cuore oppresso, affranto, sanguinante; ma lo spirito, elevandosi per virtù della tua grazia, sopra la sventura e sopra il pianto, ti ripete con tutta la vita purificata: Ti amo, o Signore! Ti amo in questo momento di prova, di ansia, di penai Ti amo per­chè ci hai riempiti di tristezza, perchè ci hai ferito il cuore, perchè questa ferita non si chiuderà mai più, perchè la croce con cui ci hai avvinti non ci lascerà mai più.

Ti amo, mio Signore. Chi mi dà la forza di pronun­ziare e di ripetere queste parole, nelle quali compendio tutta la fede, la speranza e la carità, tutto lo slancio dei sentimenti e l'energia della vita, se mi sento così debole, sofferente e costernata? Ah, sei Tu, mio Signore, sei Tu visibile e sensibile accanto a me, con la pienezza del tuo amore. Perchè questo amore è esuberante, lo posso offrire quello che trabocca in me; perchè esso è divino, traduce in amore il mio dolore, in gaudio la sventura, in dono il sacrificio ».

Gli scritti di lei passano a un tratto, con nostra sor­presa, alla contemplazione di ciò ch'essa chiama: il Mi­stero del Sangue di Cristo. Mistero sotto l'aspetto della volontà di Dio per cui esso è divenuto il segno efficace del riscatto, e Mistero pure sotto l'aspetto eucaristico della sempre sua rinnovata donazione agli uomini.

Ci domandiamo: come s'accese in suor Antonietta la prima scintilla del grande incendio? Quando scoccò per lei l'ora sublime?

Non troviamo nelle sue note, nelle sue effusioni, nep­pure indirettamente nelle brevi preghiere di cui alle volte costella, alla maniera di S. Agostino, le meditazioni, nulla che ci riveli in che modo sia sorta per lei quell'alba, come sia partita verso quella devozione al Preziosissimo San­gue, ardente, costante, quasi esclusiva, che formerà il centro della sua vita spirituale. Un illustre prelato, tutta­via, ci assicura che il primo richiamo alla devozione venne alla giovanissima religiosa nella Cattedrale di Pavia, men­tre assisteva alla cerimonia della Santa Spina di Gesù calata il giorno di Pentecoste giù dalla cupola. E all'illu­stre prelato dobbiamo credere. Passerà molto tempo, du­rante il quale il lavorìo dell'anima si compirà, forse quasi inavvertito pur da lei; fino a che suor Antonietta, a quarantadue anni, sentirà il suo Signore parlarle più alto.

Notiamo subito come, nel procedere delle sue effusioni verso il Sangue divino, essa passerà presto dal soliloquio grato e amoroso, al dialogo: fra l'anima e Gesù. Se nei suoi interni trasporti essa giunge a questa seconda ari­stocratica forma di espressione, noi veniamo a confer­marci in una ipotesi tutta nostra: dalla prima intuizione nella cattedrale di Pavia, la Devozione le è cresciuta dentro, a fisionomia eucaristica.

Prima di abbandonarvisi, però, suor Antonietta studia bene se stessa. Già nella corrispondenza da lei ricevuta, al sorgere e poi al progredire in lei della preferenza soave, ci siamo imbattuti negli scritti di sacerdoti - dall'ignoto cappuccino all'alto prelato - dai quali risulta come essi vengano da lei interrogati. sia intorno alla devozione, sia intorno a ben altro, quando l'arcano colloquio fra l'ani­ma e Gesù va rivestendo caratteri non di sola devozione eucaristica, ma di una realtà che sbigottisce.

Ma nessuno degli umili e degli illustri sacerdoti è in grado di pronunziarsi in nulla. E' troppo presto per farlo; pre­sto, nei confronti della morte e dei processi che ne pos­son seguire, dai quali soltanto può apparire l'esatta por­tata delle straordinarie comunicazioni spirituali di certe anime privilegiate. I sacerdoti, discretamente interrogati, la esortano a continuare nel suo mirabile culto; ricono­scono da Dio la sua attrattiva, la spronano alla massi­ma confidenza, ma non usano, nemmeno con lei, le pa­role da noi qui pronunziate, di: «comunicazioni straor­dinarie », e di « processi » che vengono sul labbro sol­tanto a noi, adesso - e pur con ogni riserva - perchè la eletta creatura non è più tra i vivi.

La lasciano, i sacerdoti, alle emozioni squisite della speranza, ma anche alle cautele che la devono accompa­gnare. Essa ha chiesto l'intervento del loro parere non per dar valore a se stessa - come qualcuno potrebbe supporre; - giudicarla così sarebbe ingiusto e meschino.

Il silenzio assoluto, geloso, di cui essa circonda la sua intima fioritura vermiglia, (silenzio sepolcrale, che più tardi, le verrà perfino rimproverato da un alto prelato che vorrebbe da lei un aperto apostolato del Mi­stero) prova, se ce ne fosse bisogno, l'obbiettività scru­polosa delle sue domande. Non per sè essa ha chiesto, ma per Gesù, desiderosa come è di conoscere quanto gli deve, per poter meglio adeguarsi a Lui; essa ama trop­po, in tutto, per indole, la chiarezza e l'immediatezza, per non desiderare di uscire dai dubbi e dalle incertezze, nelle quali altre anime si cullano, in materia simile, per­chè temono, in fondo, una verità che le può sconcertare e anche umiliare.

Si ripiega essa dunque su se stessa, e uscirà in questo ragionamento scultorio:

« Come dubitare che non siano reali le manifestazioni di Gesù? Ma se tutto quello che viene magistralmente insegnato è appunto ciò che si svolge nell'anima con pie­na vitalità! Temere dei colloqui segreti, delle intimità, delle confidenze di Gesù? Ma se consiste in questo la vita di unione! Temere che l'anima si illuda se vede, sen­te, gusta pienamente il suo Dio? Ma non è questo cui si deve aspirare? Temere se Iddio si degna confidare i segreti del suo Cuore amoroso, offeso, addolorato? Ma non dovrebbe esser premura dell'anima buona, dell'anima verginale, aspirare a questi segreti per amare di più, per patire di più, e riparare sempre meglio? Credo, Signore, credo che sei Tu che mi parli, mi chiami, mi scuoti ». L'atto di fede che sta nell'ultima frase, è impressionante. Sforziamoci a tenerle dietro, a ragionare con lei. Se tra l'anima e Gesù, nella stretta dell'amore per il Sangue di Gesù, si insinuasse il dubbio che non è Gesù che parla, ma l'anima solitaria, che rimanda a se stessa arcani inviti che nessuno fa, misteriose parole che nessuno sussurra, non perderebbe forse, la devozione dialogata, la sua stessa ragione d'essere? Tanto varrebbe attenersi a semplici ore d'adorazione. Spieghiamoci meglio.

Suor Antonietta non ha mai, neppure con sacerdoti, accennato a visioni e apparizioni. C'è un punto, nei suoi quaderni, nel quale implicitamente c'informa di non averne mai avute, ne', in un certo senso, di tenerci ad averne, dato che dichiara ben bastante la voce di Gesù, quel par­lare di Lui nell'anima, all'anima. Ora, se si può capire la logica del materialista che, non ammettendo il sopranna­turale, di conseguenza abolisce la preghiera, non si capi­rebbe invece il credente che, ammettendo il soprannatu­rale, e quindi la preghiera, e praticandola, escludesse a priori le dirette manifestazioni di Gesù nell'anima. Una volta ammessa tale possibilità, perchè le anime favorite non potrebbero essere dieci, venti?

Suor Antonietta, tendente per natura, nonostante tutti gli ardori devozionali, più al logico che al mistico, mostra del resto essa stessa, per prima, di non esaltarsi punto per tali comunicazioni, che senz'altro ritiene dirette; se rileggiamo le soprascritte sue righe con attenzione, coglieremo il frutto della sua logica, che trova tutto ciò natu­ralissimo e conseguente.

Una mattina, comunicandosi, le accade uno «strano fatto ». Si era dopo la tumulazione, in san Gioachino, delle Ven.te spoglie della Provinciale Azzini. Il sepolcro sta accosto, attiguo all'altare. Suor Antonietta, nel suo qua­derno, premette, positiva: « Dopo aver normalmente ri­cevuto l'Ostia fra le labbra » e continuare la scorgo al­lontanarsi dalla mia bocca, posarsi sulla tomba, poi tor­nare a me ». Nessun commento di suor Antonietta, nè un'ipotesi: Nulla. Decisamente, qui si va al di là della voce di Gesù nell'anima, ma suor Antonietta ha la testa e i nervi a posto. Sa che la scienza può spiegare molte cose, e che le meno spiegabili sono anche le meno neces­sarie alla santità. Proseguiamo.

« Quandò dico: Sangue di Cristo, non intendo allude­re nè alla 'sua' sostanza, nè al suo colore, nè ai suoi ele­menti; no esso mi attrae come forza, luce, grazia, dono di Dio ».

Ecco la mente filosofica e quadrata, caratteristica pre­ziosa per chi mira all'apostolato. Perchè? Perchè chi la possiede può uscire da sè, può quindi farsi dei disce­poli e dei seguaci; mentre il mistico che è soltanto misti­co, anche se raggiunge le vette, si farà degli amici, dei simpatizzanti, ma, non può far scuola.

In un giorno di ritiro:

« L'anima ha sospirato questo giorno come il prigio­niero sospira la libertà, l'esiliato la patria. Non c'è mag­gior libertà che il distacco da ogni cosa ».

Altrove:

« Se mi si chiedesse perchè scrivo, a mia volta chiede­rei: Perchè portate sull'altare del Signore i fiori splendidi del vostro giardino, e quelli agresti del vostro campo? Ecco, i pensieri, gli affetti, le espressioni, sono i poveri fiori che raccolgo dall'anima mia ».

A quarantasei anni esamina i suoi titoli. Annota:

« Voto di amore. - Immolazione. - La mia morte mi­stica manterrà la mia vita mistica. - Ti comprendo, o vita di unione con Cristo crocifisso; ti comprendo, o voto di unione che mi stringi a Lui ineffabilmente! L'obbedienza verrà a sanzionarti ».

Prosegue:

« Esame pratico. La mia adorazione si riduce a un semplice sentimento o è pratica, nella corrispondenza del sacrificio, dell'annientamento? ».

Durante gli Esercizi del 1931 la prende un dubbio, e ci dà una pagina squisita:

Devo seppellire ogni slancio, attenuare ogni deside­rio, mortificare ogni brama santa e giusta? Devo consi­derare superficiali questi atteggiamenti, disprezzarli co­me non fossero, divagare la mente, cercare altra forma di pietà e di ispirazione? Perchè mi dilungo a raccogliere le impressioni dell'anima e le sofferenze del cuore? Perchè voglio precedere l'azione di Dio? Lo spirito di fede con­siste nel prendere la piccola anima com'è... e portarla ai piedi di Gesù appassionato. Accanto a Lui... posso pensare ancora a me stessa? preoccuparmi dei mezzi di avanzare, degli aiuti onde confortare lo spirito? L'anima... sola con Dio, senza altra voce e altra immagine umana, senza la veste graziosa e ambita delle belle frasi scritturali di cui si compiace, senza l'armonia degli inni liturgici... senza cognizioni... senza predisposizioni... così, semplice, piccola, umile, offrirla a Lui... Sembrerebbe ridurla nell'impotenza... e invece è proprio in questo stato di voluto annientamento che sorgono i canti più dolci, le preci più devote... perchè l'anima, direttamente illuminata da Gesù, meglio risponde ai suoi richiami, e dà, senza frode, quello che riceve. Procurerò in questo mese di spogliarmi di ogni pensiero individuale ».

Chi ha creduto immaginarsi una suor Antonietta orgo­gliosa, esclusiva, che tende a preponderare, si può persua­dere che: o ha preso abbaglio, o è necessario riconduca il giudizio generico alle proporzioni di benevolo apprezza­mento per mancanze trascurabili.

 

X

E avanti, avanti. Proseguendo nella lettura dei suoi quaderni, si riceve l'impressione di una distanza non in senso della lun­ghezza, ma dell'altezza. E come il passo di chi sale lungo ardui pendii si fa sempre più grave e ponderato, e al tempo stesso più agile, perchè « l'esercizio » affina e ren­de familiari anche gli abissi, così il seguirla è sempre più arduo e più gioioso.

Ha pagine potenti intorno a una rappresentazione che le si ripete con insistenza: quella del Sangue profanato. Da un sacerdote che non ha la fede. Da un sacerdote che è « ancora fragrante » del Sacrificio compiuto. Da un sacerdote che è un traditore. Da un infedele che ha cercato altre dolcezze. Alla sera l'altare « è pieno di Calici respinti » (si avverta tutta la desolazione di questa im­magine). E il Sangue Prezioso? Attende la riparazione...

La troveremo in ascesa, dal Sangue, alla Trinità. È la visione integrale, massima. È la vetta. Essa getta, per raggiungerla, l'ultima cordata.

« Quando Tu entri in me, o dolcissimo Gesù, col tuo Corpo e col tuo Sangue, entra pure in me la Santissima Trinità, perchè tu entri non solo con la santissima Uma­nità, ma ancora con l'augusta Divinità ».

E sulla Trinità espone considerazioni profonde. Le ritorna a volte, incluso nel tema della Trinità, quello dello Spirito Santo. E del suo particolare fervore dà echi can­tanti, che mostrano chiara derivazione dai moti festosi e ritmici del Veni Creator.

Esempio:

« Lo Spirito Santo canta nell'anima. Lo Spirito Santo prega nell'anima. Lo Spirito Santo piange nell'anima.

Lo Spirito Santo bacia l'anima in preghiera ». Non sembra il ritmo di David danzante intorno all'arca? Ma il suo arrivo alla contemplazione della Trinità non si è forse ammantato del silenzio nel quale ha posto, più gelosa, la devozione più intima al Preziosissimo San­gue? Una giovane suora che le fiorisce vicina, che lavora e studia con lei, vive da più anni e in silenzio di tale in­telligente culto trinitario, tanto complesso e pur tanto sem­plice. Suor Antonietta, piamente, se ne compiace.

Ma quando la giovane suora, mescolando alla devo­zione trinitaria la profonda stima che ha per lei, e tro­vandosi per un po' lontana, le scriverà più e più volte, suor Antonietta non le risponderà mai. L'altra, rispetto­samente, se ne lagna, chiedendosi perchè... Il perchè, per noi che possiamo godere, oggi, della visione - diremo così - panoramica della vita di suor Antonietta, è evi­dente: non vuol essere ammirata, non vuol essere prediletta. Prediletto da tutti deve essere solamente Gesù. A lei bastano il distacco e l'umiltà.

Umile anche nell'esercizio della devozione che è la più cara, scrive:

«Ogni apostolato ha la sua parte umana che sfiora quella divina. L'apostolato del Sangue non ha scoria... è compiuto da Gesù, per ciò è perfetto, efficacissimo, esteso come la sua misericordia. Noi vi cooperiamo con la volontà e con l'amore».

E allo stesso proposito ci offre un'immagine deliziosa: « Ho veduto ieri un uccellino posato su di un filo di ferro. Pareva felice, eppure era così sottile il filo su cui poggiava! appunto perchè sottile, non gli impediva di contemplare intorno a sè, sopra di sè, sotto di sè. Tutto era libero, ampio; ovunque luce, aria, bellezza. Accon­tentati, piccola anima, del filo sottile che ti tiene sospesa nella vita: la volontà di Dio ».

In ogni sua trattazione per feste, ricorrenze, ritiri, eser­cizi, tridui, novene, quaresime, avventi, mesi mariani, in ogni sua pagina occasionale, come quella, eminente, scrit­ta per il Santuario di Loreto, o per l'elezione del nuovo Pontefice, o nell'attesa della beatificazione della Gerosa, essa prende le mosse da passi scritturali, che annunzia sempre in latino, aiutata, nella scelta, da don Piero. Ne prende a dovizia dalla Sacra Scrittura - antico e nuovo Testamento - e vi si muove con consumata conoscenza.

Cosa che davvero sorprende: i commenti non si limi­tano all'esposizione, come si suole, accresciuta ed elabo­rata, del testo. Essa fa di più e di meglio. Prende il testo da principio in se stesso, poi lo svolge, lo completa, lo adatta alla circostanza che l'ha indotta a sceglierlo, e ne fa sprizzare nuove scintille; scopre nei temi dei sotto-temi che possono riferirsi proprio all'ultima delle a